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lunedì 22 gennaio 2018

Prigionia Italiana in Austria-Ungheria 1915-1918

       ELENCO DEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO

Da  un volume dal titolo
 “Bileder aus osterreichisch-ungarischen Kriegsgefangenen-Lagerrn” 

edito da 
“Herausgegehen von den Fursorge-Komitees des Oesterreichischen un des Ungarischen Roten Kreuzes fur Kriegsgefanger”

in cui sono riportate vedute dei campi di prigionieri di guerra in Austria-Ungheria. 
In otto lingue, tante quanto quelle dei prigionieri, la prima pagina testualmente riporta queste note:

“Questo libro rappresenta scene della vita dei prigionieri di guerra in Austria-Ungheria. Che esso sia di conforto alle famiglie dei prigionieri a cui perverrrà ancora durante la guerra ed ai prigionieri stessi che lo porteranno in patria in ricordo del tempo passato presso di no

In questo blog è aperto un post in cui sono riportate le notizie raccolte di ogni campo.

Freistadt,
             campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 8 marzo 2017.

Grodig,
      campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 8 marzo 2017.

Josefstadt,
       campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra.Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 2 febbraio 2017

Kassa,
           campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra.Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 10 febbraio 2017.

Leka,
           campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio  2017.

Mauthausen,
           campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio 2017.

Ostfi-Asszonyfa,
            campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Asszonyfa, vedi Ostfi-Asszonyfa.

Reichennberg.
           campo di concentramento austroungarico per
prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 dicembre 1916.

Sigmundscherberg.
           campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 dicembre 2016.

Varasszalonak,
             campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 11 maggio 1916.

Vassarany,
            campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 6 maggio 2016.

Gyongyosszentkereszt,
           campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 21 febbaio 2017

Hart,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 21 Febbraio 2017.

Kenyermezo,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data  10 febbraio 2017

Lebring,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio 2017.

Marchtrenk,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio 2017.

Neulengbach,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 20166.

Salzerbad bei Klein-Zell,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 dicembre 2016.

Klein-Zell, vedi Salzerbad bei Klein-Zell.

Zalaegerszeg,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 10 ottobre 2016.

Heinrichsgrun,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 21 Febbraio 2017.

Josefstadt,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data  10 febbraio 2017

Kleimunchen,
  campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 8 febbraio 2017.

Milowitz,
  campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio 2017.

Muhling,
  campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 29 gennaio 2017.

Zell am See,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 28 gennaio 1917.

Nezsider,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Kamay, vedi Kassa.

Pichl-Auhof.
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Auhof,  vedi Pichl.

Orcheny,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 12 novembre 2016.

Somoria,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 dicembre 2016.

Sterntal,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 2 dicembre 2016

Theresiendtadt,,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su
www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 dicembre 2016

Wieselburg,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 15 dicembre 2015

Zalaszentgrot,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 14 ottobre 2015

Schloss Zell bei Waidhoden,
  campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 14 ottobre 1915

Waiddhoden, vedi Scloss Zell bei Waidofen.

Aschac,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 marzo 2017.

Boldogassony,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data  9 marzo 2017

Brum am Gebirge,
       campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 marzo 2017.

Braunau in Bohmen,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 marzo 2017.

Braunau am Inn,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 marzo 2017.

Bruck- Kiralyhida,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 9 marzo 2017 1917.

Nezsider,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Gebirge, vedi Brum am Gebirge.

Pichl-Auhof.
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Kiralyhida,  vedi Brick-Kiralyhida.

Heinrichsgrun,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 21 febbraio 2017.

Knittelfeld,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 8 febbraio 2017

Kreuzstein,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 25 gennaio 2017

Magymegyer,,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 dicembre 2016.

Plan,
   campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 22 dicembre 1916.

Purgstall,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 14 ottobre 1915

Nemeti, vedi Szatmar.

Sopronyek,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su
www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 ottobre 1916

Spratzern,
    campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 23 ottobre 1916

Sopronyek,
     campo di concentramento austroungarico per prigionieri di guerra. Notizie e foto sono su www.prigioniadiguerra.blogspot.com con post in data 14 ottobre 1915


Massimo Coltrinari
prigionia@libero.it

mercoledì 10 gennaio 2018

Prigionia italiana in Unione Sovietica


Sui sentieri della storia alla ricerca della memoria
Due cittadini taurisanesi nel cimitero di Kirsanov (Russia):
 Luigi Ciurlia e Pasquale Damiano


Cosimo Finiguerra[1]

In un mondo frenetico, ove il consumismo divora l’effimero senza conservare alcunchè, l’uomo pur alle prese con i suoi bisogni quotidiani non può dimenticare il suo passato; riaffiora infatti a tal proposito un antico adagio” Historia est magistra vitae”… poichè senza memoria non può esserci Storia e un Popolo che non conserva la propria memoria non può avere una Storia  e  quindi un Futuro, in quanto alla fine….”noi siamo il nostro passato” (Pitagora).
Eravamo agli inizi  di agosto del 2010, allorquando su tutti i telegiornali del mondo venivano diffuse immagini apocalittiche di distruzione, causati dal divampare del fuoco che in quei giorni in Russia bruciava centinaia e centinaia di ettari di boschi mettendo a repentaglio la vita dei piccioli villaggi russi, nascosti in mezzo alla foresta. Proprio in quel preciso momento, sfidando il fuoco, con autentico spirito alpino ove si obbedisce solo ad un dovere o comando e non ci si cura del pericolo, ho sentito il bisogno di soddisfare un’atavica e masi sopita aspirazione della mia anima . intraprendere un lungo viaggio (sia pure comodamente in aereo e non con le tradotte militari come invece capitò ai nostri sfortunati fratelli italiani) con destinazione “la steppa”, proprio nel cuore della Russia < alla ricerca della memoria sui sentieri della storia>. Volevo infatti raggiungere quella che fu una delle zone operative di guerra e di prigionia ove venne per  sempre anientata la vita di migliaia di innocenti soldati italiani e non, durante la 2^ guerra mondiale. Proprio lì ho cercato due dei nostri sfortunati  concittadini taurisanesi: Luigi Ciurlia ( mio pro-zio, nato a Taurisano il 6.12.1912, morto a Kirsanov il 18.3.1945) e Pasquale Damiano (nato a Taurisano il 7.11.1913, morto a Tambov l’11.4.1943) Entrambi dati per dispersi (in Montenegro) dai documenti ufficiali, rispettivamente  fino agli anni 1983—1995.
Luigi Curlia

Entrambi avevano lasciato in fasce un figlio, mai potuto cullare o accarezzare (sono i cosiddetti orfani di guerra che l’amaro destino ha consegnato all’amore silenzioso e materno delle vedove, anch’esse eroine nel lutto per la Patria). E’ ovvio che in detti orfani e nella loro storia/tragedia personale, simbolicamente si può  intravedere il dramma di tante altre famiglie che hanno dato alla Patria, i propri figli migliori, poichè comune è stato il destino.

Orbene atterrato a Domododiewo (aeroporto di Mosca), mi viene incontro un  tassista privato con una interprete italo-russa (già contattati).Sono  le ore 9 del mattino del 15 agosto 2010, partiamo immediatamente con destinazione Tambov, a 500 chilometri a sud di Mosca, ove attraverso una strada sconnessa che taglia in due la foresta ( a  tratti in pieno incendio ma che si estende solitaria per centinaia e centinaia di km) arriviamo nel tardo pomeriggio.
Chiedo di essere portato nella “Rada” di Tambov ( a 5 km fuori  città), triste teatro di guerra e luogo di prigionia dei due nostri concittadini, ove con l’ausilio di un docente locale di storia, individuo il famigerato campo di internamento n.183 esteso ben 8 kmq. In esso rinvengo solo alberi (larici, faggi, betulle), in parte divorati dal fuoco di quei giorni che miracolosamente si è fermato all’altezza della Croce. (doc.1), mentre al  centro del campo di internamento vi è un rudere, segno evidente del posto comando ormai dirupato ove alloggiavano i soldati russi che tenevano sotto tiro in mezzo al freddo ed all’ululato dei lupi i prigionieri di guerra (italiani compresi).
A pochi metri di distanza, sotto gli alberi inizio ad individuare e fotografare una serie di “fosse comuni” (doc.2-3) ove riposano le spoglie indistinte di tanti caduti, tra cui il nostro concittadino Pasquale Damiano, (padre di Mario Damiano).
La vista mi raggela l’anima; non disperando, inizio a fare una serie di domande a raffica al docente attraverso l’interprete, allorquando ad una  mia precisa domanda: “ quanti sono gli italiani qui sepolti”, egli dopo aver consultato una fotocopia di  un documento ufficiale in cirillico, mi risponde “6720 italiani” aggiungendo: “sono  tutti qui  in queste fosse comuni”. (doc.4).
D’istinto  mi genufletto sulla prima fossa che mi è davanti pensando idealmente di abbracciare con un gesto d’amore e di disperazione tutti quanti indistintamente, poichè la morte non ha nazionalità, sollevato da un unico conforto: in quelle fosse comuni tanti soldati di diversa provenienza e forse in vita nemici o contrapposti, continuano a rimanere abbracciati l’un l’altro come fratelli e per sempre.
Il giorno dopo (16.8.2010), di buon mattino, insieme ai miei compagni di viaggio mi dirigo ancora più a sud in direzione del Don, alla volta di Kirsanov.
Dopo 87 km  giungiamo in un piccolo villag,gio. All’ingresso del paesino rurale vi è una stele con la data di fondazione del villaggio (1779).
 Senza chiedere informazioni ad alcuno, indico all’autista di puntare verso la periferia ove con spirito d’avventura ed  una buona dose di fortuna, ad un certo punto intravedo un campo recintato e infestato da sterpaglia intervallata da piccole croci nere, mentre all’ingresso si erge possente una grande Croce bianca (doc.5) recante in cima l’immagine scolpita di Cristo Redentore (ironia della sorte trattasi di una croce in cemento realizzata alla fine della I^ guerra mondiale da soldati italiani, anch’essi prigionieri dei russi: dalmati, triestini e friulani, i quali anche loro accettarono la prigionia pur di rimanere “italiani”.
Il campo, in stato di abbandono è il cimitero militare di Kirsanov: il mio sogno si è avverato; sono  arrivato finalmente a deporre un fiore sul luogo ove spirò il 18.3.1943 Luigi Ciurlia (mio pro-zio ex parte materna) in ciò nel desiderio di surrogare il gesto che il figlio Stefano Ciurlia voleva compiere da 65 anni.
Indescrivibile l’emozione che mi assale in quell’istante dell’ingresso a quel luogo sacro, soprattutto per le giovani vite che quella terra custodisce e che  la Storia sulla Russia vuole come “sconsacrata” ed ove riposano ben 64 prigionieri italiani.
Detti prigionieri morirono in mano russa nell’antistante costruzione, all’epoca già sede di scuola elementare, requisita dai militari  ed  adattata ad infermeria o posto di primo soccorso (la maggior parte dei nostri soldati erano stati catturati nei dintorni dai russi e portati in quell’accampamento perché feriti o congelati come Luigi Ciurlia – peraltro già prigioniero a Tambov , il quale giunse a a Kirsanov con un congelamento agli arti inferiori che poi ne determinò il decesso.
Credevo in quel momento di aver coronato il mio sogno, varcando il ponticello di ingesso  al     cimitero (ove peraltro  riposano in < fosse comuni> le spoglie di soldati di diverse nazionalità: oltre ai 64 italiani, vi sono sepolti ungheresi, rumeni, francesi e tedeschi), ma non avevo fatto i conti con il problema principale; come identificare la fossa effettiva  dove riposava mio zio.
 Il problema principale era dato  dal fatto che il cimitero è costellato da numeri bianchi in sequenza (da 1 a 331) incisi su di una lastra di ferro color nero conficcata nel terreno (trattasi infatti di fosse comuni dove riposano da 2 ad un massimo di 5 soldati: da informazioni assunte, veniva aperta una fossa al giorno dagli stessi prigionieri in vita che provvedevano alla sepoltura).
Senza perdermi d’animo mi reco presso il locale Municipio ove vengo ricevuto dal Sindaco che a sua volta mi affida al segretario comunale; dott.ssa Volcova Galina Maximovna. Illustro il motivo della mia visita e chiedo di rilasciarmi un documento ufficiale che attesti l’effettiva sepoltura di Luigi Ciurlia in quel cimitero e possibilmente il numero della tomba/fossa. Il segretario comunale dà subito disposizioni ed in cinque minuti l’impiegato e ritorna con un libro ingiallito dal tempo che il segretario sfoglia ed immediatamente individua l’elenco dei soldati italiani ivi sepolti, battuto a macchina in caratteri cirillici. Ad alta voce legge in russo: “ Ciurlia Luigi di Stefano. 1912 Taurisano, soldato morto il 18.3.1945, tomba n° 18
A quel punto chiedo che mi venga rilasciata copia del documento e dopo un primo rifiuto insisto,facendo tradurre all’interprete il mio rammarico; “Signora, la prego di rilasciarmi una fotocopia; la guerra è finita dal 1945 e sono venuto in segno di pace e di riconciliazione”; finalmente il segretario mi consegna copia dell’elenco dei 64 soldati italiani sepolti a Kirsanov (una vera esclusiva. ved. stralcio all. doc.9). Ringrazio e ricambio la cortesia consegnandole lo spartito musicale dell’opera “Kirsanoff” scritta dal compianto maestro taurisanese Martino Manco su parole/lirica di Stefano Ciurlia (doc.6).
Torno quindi al cimitero felice di poter portare finalmente un fiore sulla tomba di mio zio e nel tragitto mi imbatto in un ufficiale russo in divisa che invito a seguirmi per accendere insieme una candela alla memoria nel cimitero di Kirsanov; con fare gentile l’ufficiale mi segue e sulla tomba  degli italiani ci stringiamo la mano in segno di pace  consegnandoli un ramoscello di ulivo portato da Taurisano (doc.7), così riconciliando simbolicamente due Popoli sui luoghi di guerra ed in mezzo alle tombe di tanti morti per la libertà di tutti, indistintamente.
La mia visita termina a Kirsanov attorno alle ore 15 del 16.8.2010 sotto un solleone, mentre mi inginocchio sulla tomba n°18 e depongo un mazzo di fiori ed una foto del tempo di mio zio Luigi, dopo aver piantato una piccola bandiera dell’Italia, a mò di rivendica nazionale in  quei luoghi tanto tristi e solitari (doc.8)
Accompagno la mia preghiera con un gesto spontaneo “benedicendo laicamente” con un segno di croce quella terra per me sacra, ma finora per i più, terra “sconsacrata” secondo la tradizione comunista, ove però ora il popolo russo ha ritrovato la speranza che diviene anche lì preghiera” di pace e d’amore per l’unico Dio.




[1] Relazione del Viaggio compito in Russia a Tambov-Kirsakov il 15-16 Agosto 2010, ed apparsa sul quotidiano Nuova Taurisiano, Anno XXII, n. 2, luglio 2011.  L’Autore ha prodotto un filmato di questo viaggio della durata di 22 minuti, che è stato presentato al Convegno 2Soldati Salentini” svoltosi a Gallipoli il 22 novembre 2012.

giovedì 4 gennaio 2018

Storie di Prigionia

 


Evoluzione della esperienza di un prigioniero alleato
Un australiano tra i partigiani biellesi

Malcolm R. Webster[1]

 






Mi arruolai nel giorno del mio diciannovesimo compleanno e lasciai l'Australia per il Medio Oriente nel tardo 1940. Seguendo lo sfollamento delle truppe da Creta, mi trovai sul cacciatorpediniere britannico "Hereward", che fu colpito e poi affondato nello stretto di Kaso a causa di un bombardamento della Luftwaffe tedesca il 29 maggio 1941. La nave venne abbandonata alle 6.45 del mattino e dopo 5 ore in mare senza un giubbotto di salvataggio venni salvato da una torpediniera della Marina italiana. Questa azione contro la "Hereward" costò più di trecento vite, perse soprattutto per annegamento.L'azione di quel giorno effettuata dai tedeschi contro il convoglio causò la perdita anche di un'altra nave, l' "Imperial" e attacchi contro gli incrociatori "Orion" e "Dido" ed ed al cacciatorpediniere "Decoy". In tutto ci furono più di mille vittime. Noi, sopravvissuti dell' "Hereward", salvati dai "mas" della Marina italiana fummo portati a Scarpanto: molti erano nudi, altri scarsamente vestiti. Qui ci fu dato cibo e acqua. Poi venimmo trasportati sul cacciatorpediniere della Marina italiana "Francesco Crispi" a Rodi. Dopo circa tre settimane a Rodi, dopo esserci ripresi da quella terribile esperienza, e piuttosto deboli per le scarse razioni di cibo, fummo mandati all'isola di Leros, dove fummo imbarcati sulla "Caleno", che salpò verso la Grecia e poi, via Corinto - Patrasso, arrivò a Bari il 22 giugno 1941, il giorno in cui la Russia sovietica entrò in guerra. Arrivati a Bari, fummo sottoposti ad una accoglienza molto ostile: mentre marciavamo verso la stazione ferroviaria ci venivano lanciati bastoni e pietre. Per fortuna le guardie italiane fecero un buon lavoro nel tenere sotto controllo la situazione. Dopo quasi tre settimane nel campo di sosta per prigionieri di guerra a Capua, il 12 luglio 1941 venimmo inviati in treno a Bolzano e avanzammo verso Prato Isarco, vicino al Passo del Brennero. ll campo di Prato Isarco consisteva in una vecchia fabbrica di birra in disuso, in edifici in legno molto polverosi adiacenti alla principale linea ferroviaria che serviva le forze germaniche operanti nel Nord Africa. La vita e le condizioni, sebbene piuttosto primitive, erano tollerabili, con sufficienti razioni, aumentate dai pacchi di cibo che arrivavano tramite la Croce rossa internazionale di Ginevra. Il campo di Prato Isarco fu evacuato il 25 ottobre 1941 e tutti i prigionieri di guerra furono trasferiti in treno al campo di concentramento Pg numero 57 a Cividale, vicino a Udine.Il Pg 57 risultò essere un vero campo di prigionia, efficiente, ben amministrato e strettamente controllato. Il campo, situato sugli altopiani vicino a Caporetto, era esposto a forti venti ed a un freddo estremo, da noi mai sperimentato in precedenza: quell'inverno la temperatura toccò la punta record di 23°. ll vestiario insufficiente e inadatto era un problema e aumentò il nostro disagio; quest'ultimo venne mitigato durante il mese di marzo 1942 dall'arrivo dei pacchi con abiti personali provenienti dall'Australia ed anche di alcune provviste tramite l'organizzazione della Croce Rossa.Nel febbraio 1942 le razioni di cibo erano state inoltre drammaticamente "tagliate" del 60 per cento ed anche i pacchi della Croce rossa erano cessati.
Molti soffrirono di denutrizione, altri di "beri-beri", malattia causata dalla mancanza di frutta e verdura, necessarie per mantenere nel corpo il giusto livello di vitamina B. Molti prigionieri di guerra finirono nell'ospedale di Udine, io compreso, perché mi ammalai di "beri-beri" e di setticemia, a causa di una infezione al piede che richiese un intervento chirurgico. Sebbene l'esistenza nel campo Pg 57 fosse dura e difficile, il morale venne sostenuto da molte attività: concerti, dibattiti, lezioni, gare di quiz, tornei a carte, e competizioni sportive di cricket, calcio e atletica fra le squadre delle varie baracche. All'inizio del 1942 l'attività sportiva fu tuttavia interrotta per alcune settimane dato il cibo insufficiente per sostenere il corpo ad un livello accettabile.
L'aprile 1943 vide la spedizione dei prigionieri di guerra con il grado di sergente ai campi di lavoro. Io, in un gruppo di cinquanta uomini fui mandato al campo di lavoro numero 106 nella cascina Oschiena, vicino a Vercelli, a lavorare nei campi di grano e nelle risaie. La sistemazione era sgradevole, le baracche di legno erano piccole e sovrappopolate, mancava l'aria a causa delle doppie porte tenute chiuse dalle guardie. Dato che questa situazione causò molto disagio durante le notti calde, organizzammo in maniera tipica uno sciopero e ci rifiutammo di lavorare. A poco a poco, le condizioni migliorarono, la fornitura di cibo si poteva definire buona, con doppie razioni rese più consistenti dai generi extra provenienti dalla fattoria. Tutto ciò unitamente ai pacchi di cibo della Croce rossa, migliorò presto la nostra condizione fisica. Progressivamente divenne chiaro che gli italiani erano disillusi dal regime fascista e dall'alleanza con la Germania nazista. Vi furono poi il ritiro dall'Africa settentrionale, lo sbarco alleato in Sicilia e l'invasione dell'Italia a Salerno e Anzio; non fu una sorpresa il fatto che l'armistizio venne chiesto agli Alleati dal maresciallo Badoglio, l'8 settembre 1943. Questo fu un giorno eccezionale, di grande gioia e festeggiamenti nella cascina Oschiena, condiviso dai prigionieri di guerra, dalle guardie italiane e dai contadini. Si avvertiva ovunque che finalmente il giogo fascista di Mussolini era rotto per sempre. Era una grande sensazione di libertà e sollievo. Tuttavia, insieme ai miei compatrioti, mi interessai subito dell'attività delle truppe tedesche nella zona di Vercelli, in relazione alla notizia secondo la quale tutti i campi dei prigionieri di guerra in Italia venivano controllati e i reclusi mandati nei campi di concentramento in Germania. Piuttosto che questo succedesse, decidemmo di abbandonare il campo di lavoro e di prendere, ognuno, la propria strada; alcuni verso la Svizzera, altri a sud, altri nascondendosi con l'aiuto degli agricoltori delle vicinanze nella vana speranza che gli alleati sbarcassero a Genova e li liberassero. Io mi unii ad altri quattro australiani, di cui uno venne poi giustiziato, insieme a quattro compatrioti, tutti disarmati, nelle montagne del Vercellese settentrionale (i corpi di questi cinque australiani furono esumati dagli abitanti del luogo all'inizio del 1945 e messi in un cimitero italiano, vicino a Portula). Dopo essere rimasti nascosti vicino alla cascina per sei settimane ed essere mantenuti con cibo e denaro dalla popolazione, ci divenne chiaro che non ci sarebbe stato uno sbarco alleato a Genova e che la lotta per estromettere le truppe tedesche dall'Italia sarebbe stata ancora ardua e lunga. Non arrivò neppure una guida, necessaria a condurci attraverso le Alpi in Svizzera, nonostante le promesse e i contatti speranzosi. Prendemmo allora la decisione di dirigerci a nord, anche senza aiuto, con la speranza che avremmo potuto trovare una guida idonea in qualche paese di montagna. Ci dirigemmo quindi a nord per alcuni giorni e alla fine raggiungemmo un rifugio in alta montagna occupato da alcuni ex soldati italiani nascosti. Qui ci rendemmo conto che i rischi per trovare il giusto passaggio in Svizzera in quel periodo dell'anno erano troppo grandi. Dirigendoci allora verso le colline pedemontane, dove faceva più caldo, io e i miei tre compagni venimmo a sapere che il passaggio in Svizzera era possibile in un'altra zona, cosi tornammo indietro verso le Alpi per scoprire che eravamo ancora una volta troppo in ritardo e che l'ultimo contingente era stato seriamente provato poiché due uomini erano morti per il mal di montagna a causa dell'altitudine. Disperati, ci dirigemmo a sud, ancora attraverso le pianure del Piemonte e oltre il fiume Po, nella provincia di Alessandria. Finora avevamo viaggiato con abiti civili dato che l'intenzione era di trovare o rubare una barca e raggiungere la Sardegna. Più ci avvicinavamo a Genova e più erano concentrate le truppe tedesche, in attesa - senza dubbio - di uno sbarco alleato. Senza denaro e cibo divenne difficile muoversi; anche la popolazione era molto nervosa e sotto costante minaccia dei tedeschi che, inoltre, avevano offerto ricompense per informazioni che conducessero alla cattura dei prigionieri di guerra evasi dai campi di concentramento: si decise di ritornare a nord. Diventò difficile trovare cibo e, poiché insieme eravamo troppo vistosi, ci dividemmo in coppie, sorteggiando un nome da un cappello.
Io sorteggiai William Wrigglesworth, un membro della mia unità dell'esercito, gli altri due erano Roger Wettenhall e Bert Ridgway. Il 24 novembre ogni coppia andò in direzioni diverse ma, fondamentalmente, a nord. Dopo alcune settimane Bert Ridgway si consegnò alle autorità a causa della sua salute compromessa. Roger Wettenhall fu fermato e arrestato dalla polizia italiana il 17 gennaio 1944 e, dopo l'interrogatorio al quartiere generale fascista di Vercelli, fu mandato in prigione a Novara dove, una settimana più tardi, fu preso dai tedeschi e portato a Milano e poi nello stalag V 11 a Moosburg, in Germania. Alla fine della guerra venne rimpatriato in Inghilterra e finalmente arrivò a casa, in Australia, dove tuttora vive, in un sobborgo di Melbourne.
Io e il mio compagno continuammo a vagare nella campagna a nord di Vercelli e ci dirigemmo gradualmente verso Domodossola, quando fummo intercettati da un membro di una organizzazione antifascista operante nella zona di Borgosesia. Venimmo portati in un campo fra le montagne, comandato da un patriota antifascista, Moscatelli. In questo campo incontrammo un altro australiano, di nome Frank Jocumsen, che avevamo conosciuto al campo Pg 57 vicino a Udine. Frank sarebbe diventato piuttosto famoso in quella zona, per le sue imprese contro il nemico. Io e i miei compagni lasciammo il gruppo di Moscatelli dopo un breve soggiorno; poiché non avevamo armi, fummo molto fortunati a evitare la cattura da parte dei fascisti mentre passammo per Borgosesia.
Qualche giorno più tardi giungemmo a Mezzana dove venimmo aiutati dalla famiglia di Cellio e Mariettina Confienza, i quali, in quel periodo, avevano due figli piccoli, Giacomo e Tiziano. Trascorremmo tre settimane a casa dei Confienza, dormendo di notte e nascondendoci di giorno sulle colline vicine. Poi, a causa dell'incrementata attività repubblicana ed alle frequenti fughe in quella zona, si rese necessario lasciare Mezzana e vivere in collina. I rifugi vennero costruiti in mezzo alla brughiera e fra gli alberi. L'erica venne impiegata per ricoprire il tetto ma anche come giaciglio: un capolavoro che orgogliosamente chiamammo "Australia house". Mezzana venne sottoposta ad una crescente pressione dovuta alle perquisizioni dei fascisti, disperatamente alla ricerca di due australiani che - sembrava - si trovavano sempre un passo più avanti, grazie ai preavvisi opportuni di Cellio e Mariettina, il cui coraggio fu incredibile e mai dimenticato. Dopo aver costruito i due rifugi, poi eliminati, dovemmo trascorrere un certo periodo di tempo in una grotta, fino a quando un abitante, insospettitosi, la scoprì e dovemmo, su consiglio di altri abitanti del paese abbandonare subito anche questo rifugio. In quel periodo si unirono a noi due soldati inglesi che erano stati catturati in Tunisia e che erano stati nascosti in un altro paese, dove un loro compagno e alcune persone che li avevano aiutati erano stati arrestati dai repubblicani. Temendo per la loro salvezza chi li aiutava decise che essi avrebbero vissuto nelle colline con noi due. Verso la fine di marzo 1944 decidemmo di allontanarci da Mezzana verso le "colline rosse": una valle profonda e appartata con un fiumicello fu individuata vicino a Rongio.Era l'ideale, e così si scavò un locale sotterraneo sul lato di una collina scoscesa, camuffata completamente con piante ed erba. La "trincea" fu chiamata "riposo dei vagabondi" e fortunatamente non fu mai scoperta. Cucinavamo solo di notte con un piccolo fuoco reso invisibile. Una stretta sorveglianza fu mantenuta dall'alba al tramonto, mettendo una sentinella su un albero della collina più alta: quando veniva avvistata una pattuglia nemica oppure una persona sospetta ci ritiravamo nella valle e restavamo nascosti fino a quando la via ritornava libera. I rifornimenti di cibo erano raccolti a Mezzana ogni domenica sera, il tutto organizzato attraverso la famiglia Confienza: per importanti ragioni di sicurezza solo poche altre gentili famiglie partecipavano a tutto ciò; i rischi di queste famiglie erano enormi. Viaggiare di notte lungo sentieri accidentati si rivelò molto difficile quando non c'era la luna, era un viaggio di oltre quattro ore e si verificarono molte cadute, per fortuna senza rompere le ossa.
Dopo il 15 marzo del 1944 provammo una grande delusione dopo che il leader britannico Churchill aveva anticipatamente dichiarato che il mondo sarebbe stato testimone del più grande evento della storia entro le "idi di marzo": senza dubbio faceva riferimento all'apertura del secondo fronte nell'Europa occidentale, che però non avvenne. Nonostante le difficoltà e la continua minaccia di cattura e la possibile condanna a morte, mantenemmo alto il morale, determinati a sopravvivere; avevamo anche pianificato un altro tentativo per la Svizzera qualora le condizioni si fossero rivelate idonee. Talvolta era necessario abbandonare "la trincea" a causa di piogge eccezionalmente abbondanti che bagnavano il giaciglio. Trovavamo allora rifugio nel fienile di una cascina, in attesa che la nostra dimora asciugasse. Dopo l'apertura del secondo fronte in Francia, nel giugno del 1944, ci unimmo alla Resistenza antifascista-antinazista, che era diventata attiva e cresciuta di numero, in seguito anche alla chiamata dei giovani alle armi nelle forze repubblicane, mentre questi decisero, al contrario, di diventare partigiani. Per noi era giunto il momento di evitare ulteriori avversità ed una eventuale cattura di quelle persone coraggiose che così prontamente avevano assistito noi e molti altri fuggiaschi. Io e William Wrigglesworth diventammo membri del distaccamento "Dellatezza", comandato da Giovanni Gniatti detto "Topolino", e adottammo rispettivamente i nomi di battaglia di Sidney e Melbourne. Anche se alcune armi erano state lanciate col paracadute nella zona, sfortunatamente ci vollero ancora alcune settimane prima che il distaccamento fosse completamente armato e in grado di organizzare una effettiva guerriglia contro il nemico fascista-nazista. In un primo tempo il "Dellatezza" aveva solo un fucile da caccia e un revolver per trentasei uomini, perciò era necessario il gioco del "gatto con il topo" per diverse settimane, per evitare di essere eliminati dai repubblicani; molte volte dovemmo ritirarci verso i pendii del monte Barone e trascorrere gelide notti ad una quota di oltre duemila metri. I primi mesi risultarono essere duri e difficili, era più un caso di sopravvivenza, comunque l'esistenza stessa della Resistenza costituì una grossa preoccupazione per il nemico. Furono necessari forti presidi repubblicani a Valle Mosso e a Cossato per "mantenere l'ordine" e far lavorare le industrie. I partigiani attaccarono ripetutamente le linee di approvvigionamento nemiche tenute sotto pressione dai presidi. A poco a poco le linee nemiche di rifornimento vennero rafforzate dall'uso di veicoli armati nelle colonne, ciononostante i partigiani continuarono ad attaccare in ogni occasione. Intanto fu paracadutata nella zona la British mission per il Nord Piemonte, al comando del maggiore Mac Donald, e per la Resistenza fu possibile il contatto radio con le forze alleate e vennero fatti più frequenti lanci di armi, consistenti in mortai, mitragliatrici, armi automatiche leggere, bombe a mano ed esplosivi. Gradualmente la Resistenza divenne una vera forza di combattimento e una vera minaccia per il nemico.
Sfortunatamente i civili dovettero sopportare le rappresaglie e le atrocità loro inflitte; le case vennero bruciate ed anche i paesi indifesi subirono il bombardamento aereo della Luftwaffe tedesca. Molte persone vennero imprigionate, alcune giustiziate per aver aiutato i partigiani. I soldati nemici presero spesso degli ostaggi allineandoli al muro e minacciandoli di morte se fossero stati attaccati dai partigiani. Questa tattica frustrò abbastanza la Resistenza, tuttavia non vennero risparmiati attacchi al nemico, quando possibile. Furono organizzati scioperi nelle fabbriche per ostacolare gli approvvigionamenti al nemico, questi scioperi ebbero però vita breve a causa delle crudeli rappresaglie contro gli sfortunati lavoratori. Con le battaglie dell'autunno-inverno e la mancanza del riparo degli alberi, il nemico iniziò un forte rastrellamento nella zona, con forze di gran lunga superiori, allo scopo di eliminare i partigiani. La 110a brigata "Fontanella" ritirò allora le proprie forze e le disperse nella pianura del Piemonte. Il mio, con altri distaccamenti, si diresse ad est, attraverso il fiume Sesia, poi voltò a sud verso la pianura. Solo di notte venivano effettuate lunghe, estenuanti marce, mentre durante il giorno restavamo nascosti nelle cascine. Divenne difficile ottenere il cibo e così si sperimentarono alcuni giorni di autentica fame; dove possibile, si comperava il cibo nelle cascine. La situazione divenne estremamente critica a causa della neve, del ghiaccio e del freddo intenso. Il distaccamento "Dellatezza" fu spesso sotto pressione, e fronteggiò persino l'attacco nemico trascinandosi lungo i fossi di irrigazione e tenendosi nascosto a soli duecento metri da uomini dell'organizzazione tedesca Todt che riparavano il ponte dell'autostrada sul Sesia, che era stato bombardato.Dopo alcune settimane ritornammo nella nostra zona operativa per continuare gli attacchi contro le guarnigioni; in tutto, ero stato coinvolto in tre ritirate verso la pianura.
Finalmente
gli Alleati attraversarono il Po ed il generale Mark Clark, comandante in capo degli Alleati in Italia, chiese alla popolazione di insorgere e disturbare la ritirata del nemico. Dopo questa richiesta la Resistenza divenne molto aggressiva e attaccò in continuazione il nemico. I repubblicani si arrendevano ovunque e le forze tedesche vennero completamente intrappolate. La brigata "Fontanella" insieme alla brigata comandata da Moscatelli occupò la città di Vercelli il 26 aprile 1945; ci fu solo una simbolica resistenza, dato che i tedeschi si erano ritirati ad ovest e avevano innalzato una linea lungo il canale Cavour. Le due brigate partigiane organizzarono una marcia della vittoria il 1 maggio 1945 per Vercelli e, attraverso la folla festosa, raggiunsero il centro città dove vennero tenuti discorsi da entrambi i comandanti militari e politici. Appena dopo la mezzanotte del 2 maggio, unità motorizzate della 5a Armata americana, aiutate dalla fanteria, entrarono in Vercelli e in pochi giorni tutte le forze tedesche si arresero. Improvvisamente la guerra in Italia era finita, la crudeltà e il male finirono, ma il dolore, la tristezza e le cicatrici sarebbero rimaste a lungo. Nel maggio 1945 lasciai le formazioni partigiane e divenni membro della British mission per il Piemonte settentrionale. Dopo alcune settimane e molti tristi addii con le famiglie e gli amici che avevano fatto così tanto per la mia sopravvivenza e quella di William Wrigglesworth, raggiunsi l'Inghilterra con un "Liberator" da Napoli, il 22 giugno 1945. Poi mi riunii ai miei familiari a Melbourne, l'8 settembre 1945, dopo essere stato dichiarato "morto presunto" per due anni e dopo un'assenza di quasi cinque anni.
Ora vivo vicino a Melbourne, in pensione dal 1983 dopo aver lavorato in un'industria automobilistica. William Wrigglesworth, mio fedele compagno, morì il 25 maggio 1987 per un attacco cardiaco, all'età di 70 anni, dopo aver sofferto per molti anni di malattie cardiache.
Espressi grande ammirazione per i civili italiani che mostrarono coraggio e resistenza durante la sofferenza della rappresaglia e i maltrattamenti causati da un nemico spietato; il loro esempio rafforza certamente il coraggio e la volontà di tutte le forze partigiane.
Rendo ora un omaggio particolare a tutte le persone che rischiarono gravi pene se sorpresi ad aiutare i prigionieri di guerra evasi, ed in particolare Cellio e Mariettina Confienza, i quali, con grave rischio, furono gli organizzatori principali del mio mantenimento e di quello dei miei tre compagni per cinque mesi. Cellio Confienza che fu anche partigiano, morì per un attacco cardiaco, a Lima, il 4 gennaio 1962, all'età di soli 54 anni; sua moglie Mariettina vive ancora a Lima con il figlio più giovane, Tiziano. Infine un ringraziamento alla famiglia Zampese di Scoldo, che mi prese a cuore e mi trattò come un suo membro e all'amicizia così generosamente e calorosamente offerta dalla gente, nonostante i terribili rischi corsi, che rese possibile la mia sopravvivenza durante un periodo molto pericoloso della mia vita.

Traduzione di Lauretta Milanaccio



[1] Questo articolo è stato pubblicato con il titolo di “Un australiano tra i partigiani biellesi”in"l'impegno", a. IX, n. 1, aprile 1989 © Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli. . Ci si avvale della clausola che è consentito l'utilizzo solo citando la fonte.

lunedì 6 novembre 2017

Giuseppe Chiostergi, la sua prigionia in Germania

Volontario in Francia, con l'uniforme Francese, ma Italiano, il garibaldino Giuseppe Chiostergi viene raccolto ferito sul campo bel gennaio 1915 e curato. Poi viene portato in un campo di concentramento tedesco e la sua posizione di Italiano viene attentamente vagliata. Il rischio era di essere fucilato come franco tiratore. Venne interrogato richiesto di dare la sua esatta posizione con domande precise.

"In realtà, la risposta di Chiostergi era stata assai più esplicita, mediata e dettagliata, ed aveva incominciato affermando che il popolo italiano non si sentiva affatto legato alla Triplice alleanza, ma soltanto la Monarchia.
Così egli venne rinchiuso in cella di rigore e privato della corrispondenza e dei pacchi viveri, talchè, con la segregazione soffrì anche la fame, cui si aggiungono l'8 maggio le sofferenze per una nuova operazione e qualche disturbo agli occhi.
La punizione allora pareva atroce; nella seconda guerra mondiale i nazifascisti andavano più per le spicce. Quella del 1915 – 18 seguì ancora un pò la vecchia tradizione, anche se non fu del tutto come disse a Piero Pieri uno storico austriaco "l'ultima guerra dei cavalieri!".
A Chiostergi, in cella, viene concessa la visita settimanale del cappellano militare, Padre Daniele Feuling, col quale discute di filosofia e di religione. Intanto, da un ritaglio di giornale del 24 maggio, apprende che l'Italia è entrata in guerra e che la sua Senigallia è stata bombardata. Per tramite del sacerdote, riesce ad avere in pochi giorni la notizia che la sua casa è andata completamente distrutta, ma che la famiglia è salva. E la famiglia apprende così che egli è ancora vivo!
Il 7 luglio, lascia la cella di Karlsruhe ed è trasferito all'infermeria del campo di Heuberg, presso costanza, nel Baden, dove, fino a settembre, continua ad essere trattato duramente e soffre la fame, dato che ancora non può ricevere pacchi e gli è proibito ogni contatto coi prigionieri francesi. Riesce però a far passare una lettera al Comitato internazionale della Croce Rossa al quale, nello stesso tempo si era rivolta anche la fidanzata. Un telegramma dell'allora presidente Gustave Ador ebbe l'effetto desiderato: Chiostergi, riconosciuto prigioniero di guerra, fu rimesso coi prigionieri francesi verso la fine di settembre e potè finalmente ricevere i pacchi viveri, sia direttamente dalla famiglia, sia per tramite dei comitati svizzeri. Anche la corrispondenza si fece più regolare: aveva diritto a scrivere quattro cartoline e due lettere al mese, e la fidanzata potè rompere il divieto di scrivere più di una volta alla settimana.
Nel frattempo, trattative s'intrecciano fra il papa Della Chiesa, Benedetto XV (succeduto nel settembre 1914 a papa Sarto, Pio X), i belligeranti, la Svizzera e il Comitato della Croce Rossa internazionale per uno scambio di prigionieri grandi invalidi purchè dichiarassero di non riprendere le armi e fossero internati in paese neutrale. La gravità della ferita alla spalla è tale che Chiostergi può ritenersi permanentemente invalido di guerra ed essere compreso nello scambio dei grands blessés da internarsi in Svizzera. Il 15 marzo 1916, scrive di aver avuto la visita della Commissione medica svizzera con risultato favorevole. Alla designazione non deve essere stata estranea Enrica Bignami, madrina spirituale durante la prigionia, preziosa collaboratrice per la trasmissione di lettere e pacchi.
Il 23 maggio Chiostergi lascia Heuberg diretto a Costanza. L'ultima lettera, scritta al momento della partenza, reca la frase "auguri dal censore" accanto alle sue solite iniziali: per parecchi mesi questo si era letto un romanzo d'amore, sopportando la scrittura microscopica con la quale il prigioniero rimediava alle limitazioni imposte dal regolamento.
Il 25 maggio 1916, Chiostergi arrivava a Martigny, nel Vallese, insieme con un numeroso gruppo di prigionieri francesi, accolti con delirante entusiasmo dalla popolazione che contava, e conta ancor oggi, molti italiani o oriundi italiani che aprirono al garibaldino la loro casa.
Gli internati abitavano all'Hotel Clerc. Per ogni soldato il governo francese pagava quattro franchi svizzeri al giorno.
Elena, da Pisa, dove era stata trasferita, lo raggiunse abbandonando l'insegnamento. I due si sposarono. A Ginevra nacquero due figlie, Eugenia, Enrica, Vittoria il 26 aprile 1917 e Bianchina il 1° aprile 1921. L'epidemia di epatite infettiva del 1923 colpì le due bimbe e si portò via Bianchina il 2 dicembre. La maggiore è sposa a Ginevra, con due figli.
L'ozio forzato di Martigny pesava troppo a Chiostergi. Nell'ottobre 1916 ottenne di trasferirsi a Ginevra e di lavorarvi quale Cancelliere della Camera di Commercio italiana per la Svizzera, alla quale, per dieci anni, doveva consacrare la sua attività.

Fu il primo soldato in divisa che Ginevra, neutrale ma francofila, vide dall'inizio della guerra: lo accolse con festosa sorpresa e gli matenne poi sempre la sua simpatia."

mercoledì 26 luglio 2017

giovedì 13 luglio 2017

Schema attacco contro la 8 Armata

lo schema della offensiva sovietica che è all'orgine del ripiegamento della VIII Armata Italiana che lasciò in mano Sovietica centinaia di nostri soldati, di cui 10800 prigionieri, gli altri 91.000 dipsersi o caduti nella ritirata

mercoledì 12 luglio 2017

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