Traduttore

mercoledì 7 dicembre 2011

Prigionia in Urss 4. Il Calcolo delle Perdite - Personale. Considerazioni e Raffronti

Nella campagna contro la Grecia combattuta in Albania dal 28 ottobre 1940 al 4 aprile 1941 si ebbero 18000 Caduti e 25000 dispersi su un totale di 270000 effettivi con una percentuale del 16%.
In media, secondo dati statistici riferibili anche a conflitti  successivi alla Seconda Guerra Mondiale (ad esempio la guerra di Corea del 1951) è preventivabile una perdita, per il personale, non superiore  al 10/15% delle forze impiegate.
L'ARMIR  e prima il C.S.I.R., nel periodo della loro permanenza in Russia dal agosto 1941 all’11 dicembre 1942, ebbero 279 ufficiali e 2337 sottufficiali e soldati Caduti e 70 ufficiali e 2338 sottufficiali e soldati dispersi. Per i prigionieri siamo sull’ordine delle centinaia di unità. Queste perdite sono da considerarsi "normali" in cicli operativi di guerra.
In ogni caso, al momento in cui era stato acquisito, era un dato quanto mai terribile. Anche nell'Italia del 1943, in piena guerra, rappresentava una cifra di perdite insostenibile ed inaccettabile se non accompagnata da spiegazioni e motivazioni consistenti. Dato così, senza precise giustificazioni non sarebbe stato accettato dalla opinione pubblica, anche quella addomesticata dal regime fascista. Nuda e cruda questa cifra di perdite significava una sconfitta militare di proporzioni enormi, la più grande subita dall'Esercito Italiano. Sicuramente avrebbe innescato i perché e i percome di come tale sconfitta si era maturata. Il governo di allora, Mussolini in testa, non ritenne di dover propagandare tale cifra ed ammettere pubblicamente la tragica realtà. Preferì scegliere la via del silenzio. Non per altro i reduci del 1943 dalla Russia furono accolti in Italia quasi di nascosto, affinché di quando accaduto in terra Russa non venisse divulgato.[1] 
Oltre a non essere divulgato il dramma italiano in terra sovietica non fu sufficientemente preso in considerazione in sede ufficiale e non, con il raccogliere ogni elemento utile per comprendere quello che era successo. Dall'aprile al luglio 1943[2] la situazione era cosi pressante e grave che non si prestò sufficiente attenzione da parte delle autorità responsabile alla raccolta di documentazione e testimonianze. Forse mancò anche il tempo. Il precipitare della situazione generale con la caduta del fascismo il 25 luglio, i 45 giorni del Governo Badoglio e l'armistizio dell'8 settembre 1943 aggravarono ulteriormente la situazione che fu definitivamente compromessa nel biennio 1943-1945, quando cause di forza maggiore ulteriori, facilmente  comprensibili, impedirono di prendere in considerazione gli eventi del dicembre-marzo 1943 in terra russa. Sarà solo con la fine della guerra e con la volontà delle innumerevoli famiglie che volevano sapere la sorte dei loro congiunti inviati a combattere in Russia e il ritorno dei prigionieri che il problema si pose all'attenzione generale.

Ne il Governo del tempo, quindi, ne il Ministero della Guerra nel 1943 pubblicarono alcuna cifra ufficiale delle perdite dell’ARMIR, anche perché si voleva evitare di sottolineare le dimensioni della tragedia e della disfatta militare. Si era poi in piena crisi del regime: la sconfitta di El Alamein la ritirata in Africa settentrionale preludeva alla resa del maggio 1943, e quindi all’invasione del territorio metropolitano. Non vi era alcuna propensione ad andare ad approfondire dati e situazioni che avrebbero peggiorato ancor di più un quadro generale già pesante. Sopraggiunsero gli eventi di luglio e settembre 1943 e l’invasione del territorio italiano e quindi il problema fu rinviato alla fine della guerra.
 Con il rientro dei soldati dalle altre prigionie, nel 1945-1946, si pose mano anche alle perdite della campagna di Russia. Si accettarono i dati già individuati a Gomel, frutto non di sistematiche ricerche ma presi sul tamburo, ottenuti per differenza tra gli uomini alle armi all’inizio della ritirata, e quelli sopravvissuti.
La cifra, non fu sottoposta ad alcuna verifica o integrazione sulla base di eventuali dati raccolti; la cifra individuata a Gomel di 84.830 uomini persi nella ritirata di Russia, rimase la cifra ufficiale delle Perdite in Russia, che come si è detto per decenni fu considerata quella vera quasi fino ad oggi.
Eppure nel 1946, oltre ai Reduci, altre fonti di notizie sulle nostre perdite erano disponibili, anche di provenienza dalla Unione Sovietica.

 per contatti: ricerca23@libero.it


[1]E’ ormai noto come furono accolti i superstiti della Campagna di Russia al Brennero, inizio di quella lunga incomprensione e frattura tra chi tornava dalla Russia e la pubblica opinione in Italia.
Scrive Giulio Tedeschi:
Chiudere i vetri dei finestrini! Chiudere i vetri dei finestrini – gridava il personale passando dinanzi alle vetture e avvicinandosi agli sportelli dava un secco giro di chiave di servizio e li sbarrava.
Nessuno esce più! Alle stazioni è vietato affacciarsi! – ingiungevano le voci imperiose; - chiudere i vetri dei finestrini!
Che roba è questa? Si cominciò a gridare all’interno dei vagoni
Non siamo bestie!
Aprite! Aprite! Urlavano ormai gli alpini riabbassando i vetri e scuotendo in vano le maniglie.
Siamo in Italia!
Siamo gli alpini….!Siamo gli Alpini! Gridavano. Sulla pensilina, dinanzi al vagone della ventisei stava immobile un ferroviere, con le mani nella tasca dei pantaloni
La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine, spiegò seccamente al più vicino grappolo d’uomini che si affannavano sbracciandoci dal finestrino
Non abbiamo la peste, noi! Siamo gli alpini che tornano dalla Russia, càvalo vestio da òmo, gli griò disperato Scuderia mentre il treno già si muoveva
Che alpini o non alpini! Ma vi vedete?  Urlò allora ia rinchiusi il ferroviere: vi accorgete sì o no Cristo che fate schifo?
Cfr. Tedeschi G., Centomila gavette di ghiaccio, Milano, Mursia, 1995
[2] Per questa situazione vds., tra gli altri,  la prima parte del volume di Ruggero Zangrandi, 25 Luglio – 8 Settembre 1943, Milano, Feltrinelli, 1964

Prigionia in URSS 3. Il Calcolo delle Perdite - Dati 1943-1946

QUADRO DELLE PERDITE DI PERSONALE NEL CICLO OPERATIVO
11 dicembre 1942 - 20 marzo 1943
CADUTI E DISPERSI

                                                                                                         Ufficiali      Truppa

II° C. d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Cosseria”
Divisione “Ravenna”
110
  90
120
      3260
      2310
      3880




XXXV° C.d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Pasubio”
Divisione “Sforzesca”
Divisione “Celere”
Divisione “Torino”

110
200
240
220
340
     2.240
     2.960
     6.940
     5.320
     7.400

C.d’A.Alpino

truppe e servizi  di C.d’A.
Divisione “Tridentina”
Divisione “Iulia”
Divisione “Cuneense”
Divisione “Vicenza”
130
190
340
390
240


   3.050
   7.540
   9.450
 13.080
   6.600




8^ Armata Q. G.
Totale
Truppe e Servizi
290
3.010
    7.790
  81.820


Totale delle perdite  11 Dicembre 1942 – 31 Marzo 1943   =    84830
 Questo dato, elaborato nel periodo 1943-1946, è, alla luce delle ulteriori ricerche errato

per conttare eo fornire ulteriori dati : email. ricerca23@libero.it

Prigionia in URSS 2. Il Calcolo delle Perdite Personale

Le perdite in termini di Personale sono sulla stessa linea di quelle avute per i materiali. La problematica, al fine di avere una idea la più aderente possibile alla realtà del numero dei Caduti, Dispersi e Prigionieri di quel ciclo di operazioni, è complessa e rappresenta uno degli aspetti più inquietanti della campagna e della prigionia in Russia, in quanto una delle pagine più difficili da ricostruire della campagna di Russia e conseguentemente della prigionia in mano alla URSS.
Le fonti disponibili al riguardo sono discordanti e molto carenti, e rappresentano spesso motivo di contrasti e polemiche. Allo stato della documentazione disponibile appare utile porre a base della ricostruzione il "Rapporto" presentato dalla Unione Nazionale  Italiana Reduci della Russia l’UNIRR[1], in quanto tale rapporto  è stato redatto sulla base di documenti soprattutto di fonte russa, unica pubblicazione disponibile al momento  che abbia questa caratteristica. Le altre fonti edite, anche di carattere ufficiale si basano su documentazione che non tiene conto delle fonti russe rese disponibili del 1992 in poi.
 Raccolte le forze superstiti, a Gomel nel marzo 1943 il Comando Italiano tenta una prima ricostruzione delle perdite subite durante le operazioni del dicembre-febbraio 1943.
Il problema centrale rimane la individuazione della entità delle perdite  ed i motivi che hanno portato a tale disastro tra l'11 dicembre 1942 ed il 20 marzo 1943.
  Quando si pose il problema della individuazione delle perdite nel marzo del 1943 a GOMEL subito ci si trovò di fronte a difficoltà oggettive veramente grandi. Nel rapporto dell’UNIRR si legge:
“Nei primi giorni, i comandi, gli ufficiali subalterni, i furieri potevano tenere nota dei morti in combattimento, effettivamente  constatati ma non sapevano  che fine avessero fatto quelli che mancavano all’appello, se, cioè erano caduti, se erano rimasti indietro, se si erano aggregati ad altri reparti. Dopo una battaglia  o una notte passata in un grosso villaggio, insieme ad altri reparti, le Unità sovente si frantumavano: c’era sempre una squadra, un plotone, un nucleo di slitte che alla mattina  non partiva insieme agli altri o che rimaneva imbottigliata nella fiumana, o che imboccava  un’altra pista. I furieri, i Comandanti a loro volta cadevano  o venivano catturati e quello che avevano visto  o annotato si perdeva. Infine, i Reggimenti, i Battaglioni ed i Gruppi di Artiglieria, avevano nelle immediate retrovie distaccamenti, magazzini, depositi di munizioni; salmerie, autoreparti: iniziata la ritirata, ogni contatto con questi nuclei separati si è interrotto e, di conseguenza, anche ogni informazione sulla loro sorte”[2]

Al termine di questo lavoro di censimento svolto su queste basi risulta necessariamente una situazione che doveva non essere altro che approssimativa risultava dal quadro riportato in tabella 1.
La tabella redatta risulta dal seguente procedimento:
"Le forze presenti ed operanti all'inizio della battaglia ammontavano complessivamente a 229005 uomini. Detratto da tale cifra il numero dei feriti e dei congelati rimpatriati, pari a 29690 persone, restano 199315 combattenti tra la linea del fronte e la zona delle retrovie. Alla conclusione della battaglia e dopo la ritirata delle Unità dal Don e dal Donez a Gomel e nelle località di raccolta. Mancavano complessivamente all'appello 84830 uomini, vale a dire oltre un terzo della forza totale dell'Armata. I superstiti furono dunque 114485"[3] 

Questa tabella, occorre ribadirlo, fu redatta a tamburo battente, in terra russa, nelle località di raccolta dei soldati usciti dall'accerchiamento russo, sui dati disponibili al momento.
La cifra finale risulta per differenza, ovvero confrontando gli organici di ogni Unità prima dell'inizio della battaglia l'11 dicembre 1942 ed il numero dei superstiti. Non c'era altro da fare, del resto data la situazione. Per forza di cose un dato che occorre prendere per quello che è: approssimativo e alla luce delle considerazioni che andiamo a fare, da verificare.
Apparve subito chiaro che le perdite subite erano molto gravi. In tutte le battaglie fino allora combattute dall'Esercito Italiano, dal 1861,  mai si ebbe un numero di soldati Caduti, Dispersi e Prigionieri così alto. Fra Caduti, Dispersi e Prigionieri si arrivava alla cifra di oltre 84.000 assenti riferiti ad un solo ciclo di operazioni, cifra che, come vedremo,  provvisoria ed assolutamente non aderente alla realtà. Tale cifra, peraltro, non è minimamente paragonabile alle perdite avute nelle pur sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale. Nella battaglia dell’Ortigara, del 1916, sull'Altipiano di Asiago la nostra 6a Armata, forte di 300.000 uomini effettivi, ebbe 8000 soldati fra morti e dispersi pari ad una percentuale del 3% circa, mentre irrilevante fu il numero di prigionieri.

 Per conttattare: email ricerca23@libero.it


[1]Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Rapporto sui Prigionieri di Guerra Italiani in Russia, Milano, 1995.Ill., pag. 224. D’ora in avanti Rapporto UNIRR.
[2] Rapporto UNIRR, pag. 31
[3] Rapporto UNIRR, pag. 17

Prigionia in URSS 1. Il Calcolo delle Perdite - Materiali

Al termine delle operazioni nel marzo 1943 si procedette ad un primo bilancio delle perdite in uomini e in materiali. Per i materiali la situazione risultò subito disastrosa. L’attacco sovietico fu condotto in modo tale che non impegnò solamente la prima linea italiana, ma sconvolse l’intera area della battaglia, non facendo distinzione tra elementi avanzati e retrovie. L’attacco si manifestò con forte intensità fin dai primi momenti con azioni aeree, fuoco di artiglieria, di mortati e di lanciarazzi pesanti, distruggendo comandi, reti di collegamento, unità automobilistiche ed paralizzò ogni forma di attività logistica ed operativa. La violenza dell’attacco nemico non potè permettere di effettuare la rottura del contatto della prima linea e retrocedere; non fu possibile organizzare colonne ed autocolonne per il movimento retrogrado, aggravato dal fatto che gli automezzi nella loro gran parte non si trovava a ridosso della prima linea
Questo constatazione è essenziale: infatti, preso atto di questa situazione, si doveva combattere sul posto, come da ordini superiori, poi, esaurita ogni capacità combattiva arrendersi e consegnarsi al nemico. Il ripiegamento in queste condizioni fu disastroso. Si doveva avere la forza morale di arrendersi, consci di aver fatto il proprio dovere fino all’ultimo, e trovare la salvezza nella prigionia. Insistere nell’andare a trovare la salvezza nel retrocedere ed allontanarsi dal nemico fu la causa primaria del disastro umano e militare che segna la campagna di Russia.
Le perdite in termini di materiali furono enormi.
Dei 17750 automezzi in dotazione alla 8a Armata al momento dell’attacco sovietico, ne andarono perduti 11.130; dei 4851 motomezzi se ne persero 4243. Le cause furono molteplici, distruzione o cattura battaglia durante, distruzione ad opera delle stesse unità che le avevano in dotazione i materiali per non farli cadere in mano al nemico, abbandonati perché guasti, e, sopratutto, abbandonati per mancanza di carburante. Le perdite degli automezzi, che significa movimento, sono significative in quanto permette di dire, in sintesi, che tutti gli altri materiali furono o persi o distrutti o abbandonati. Si può dire che se per gli automezzi le perdite furono del 70%, per i motomezzi l’87%, non da meno per gli altri materiali: per i quadrupedi, furono circa l’80%, l’armamento di reparto ebbe perdite pari al 76% mentre quelle più gravi in tanto disastro furono quelle relative alle artiglierie, che raggiunsero il 97%.
Queste cifre fanno concludere che le perdite in termini di materiali subite dall’8° Armata furono tali che praticamente questa Armata fu distrutta  nel senso letterale del termine nella seconda battaglia difensiva del Don. L’ARMIR nel marzo del 1943 non aveva più mezzi e materiali per essere ricostituito e quindi si giunse a conclusione che quello che di esso rimaneva doveva essere riportato in Italia. Una conclusione della nostra guerra alla URSS veramente misera.
Per informazioni: contattare tramite email: ricerca23@libero.it

martedì 6 dicembre 2011

Un avvio di ricerca: Il Ruolo di Ambrosio nella vicenda della Perugia ottobre 1943

A Vicenzzo Rago si propone quanto segue:

la questione che mi propone è interessante. Ma prima di avviare un lavoro che richiede del tempo, che non c’è, ma che si può trovare, vorrei proporre due cose:
1)     coinvolgere i miei amici albanesi che il 2 novembre hanno presentato a Tirana la traduzione del volume in lingua albanese alla presenza del Ministro della Difesa e dell’Ambasciatore d’Italia e che sono impegnati in altre iniziative interessanti. Soprattutto hanno coinvolto le Università di Durazzo e Scutari con la presentazione del predetto volume
2)      Vorrei maggiori dettagli sulla frase “c’è chi continua a  sostenere che il messaggio sia stato uno stratagemma dei tedeschi per indurre i soldati a lasciare Sarande”. Su quali basi sostiene questo? E’ facile argomentare ipotesi. Ci sono documenti tedeschi? Il Comando della Perugia era in contatto radio con Brindisi dal 19 settembre al ritorno della Missione del ten. Col. Gigante. Inoltre anche Corfù era in contatto con Brindisi. Se vi era il contatto diretto, a doppio canale, come possono i tedeschi aver architettato uno stratagemma di tale portata?  Sulla Perugia spesso si dicono molte cose basate su riporti, come quella che il generale Chiminello e il suo capo di Stato Maggiore siano stati decapitati e la testa portata per Seranda su una picca. Il popolo albanese è così civile che mai avrebbe permesso una cosa di tale barbaria; eppure in tutti i libri questa diceria è riportata.
Vorrei quindi vederci un po’ più chiaro su questo aspetto.
In un recente volume dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito in un volume, per molti versi scientificamente inappuntabile, al punto in cui si deve dimostrare il perchè le navi non sono giunte a Porto Palermo, si sostiene che una ricognizione effettuata da un nostro ricognitore sulle spiagge, le ha trovate deserte. Cose se i nostri soldati avessero la possibilità di rimanere sulle spiagge e non nascosti con le cigne tedesche che stavano dando loro la caccia.
Come vede la questione è controversa ed importante. Il fatto che L’Italia era stata sconfitta; che il dissidio fra Americani e Britanni sulla strategia in Mediterraneo era grave  ed acuto; che gli Americani avevano preso il sopravvento e decidevano loro.
Quindi propongo che, avendo io gli accordi che i documenti avuti come Coremitie li posso usare e pubblicare, che questi documenti sono stati messi a disposizione solo perr Coremite e quindi Lei non può accedervi prima dei 90 anni canonici, la mia proposta, dopo aver avuto le sue indicazioni sulle tesi del sabotaggio ed inganno tedesco, di pubblicare sulla rivista il Secondo Risorgimento questi documenti così lei li avrà disponibili.
In attesa , assicurando la mia disponibilità, con le riserve con cui ho aperto questa nota,, invio    più cari saluti.

Come prassi si invita chi avesse notizie in merito alla problematica posta èpregato di prendere contatto tramite la e mail ricerca23@libero.it

Divisione Perugia Settembre ottobre 1943 Albania Quesito

Si riceve la seguente lettera:

Vorrei mi aiutasse a comprendere una questione “chiave” nella storia della Perugia: quella del Macchi 205 (uno o due?) che nel pomeriggio del 26/09/1943 recapita al Gen. Chiminello un altro messaggio del Capo di Stato Maggiore Gen. Ambrosio: "Corfù occupata dai tedeschi. Impossibile raggiungere Porto Edda con navi. Portatevi a Porto Palermo ove procureremo di imbarcarvi." Nel suo libro  lei sostiene che sia stato effettivamente trasmesso dal Comando Supremo N. prot. 1500/OP P.M. 167 citando anche il foglio operazioni di Superesercito con il quale si dispone una ricognizione aerea prima di far giungere le navi a Porto Palermo.
La questione è controversa: c’è chi continua a  sostenere che il messaggio sia stato uno stratagemma dei tedeschi per indurre i soldati a lasciare Sarande. L’ipotesi è verosimile. Ma i documenti da Lei citati non lasciano dubbio alcuno sulla autenticità del messaggio.
Le chiedo, per carità di figlio, come sa la cosa riguarda da vicino la mia famiglia, se può fornirmi le copie dei citati documenti ovvero se mi può dire dove essi sono custoditi.
Confido in un suo riscontro.
Sinceramente
Vincenzo Rago

Prigionia: La campagna di Russia Le operazioni

Situazione operativa
17 -18 19 dicembre 1942
3° Divisione Celere
Principe Amedeo Duca d’Aosta


  1. Premessa.
Fronte del II Corpo d’Armata
385° Divisione Tedesca e Divisione Cosseria. (Omissis)
Divisione Ravenna (Omissis)
298° Divisione Tedesca  (Omisis)
Fronte del XXXV Corpo d’Armata (CSIR)
Divisione Pasubio(Omissis)
Fronte del XXIX Corpo D’Armata Tedesco
Divisione Torino(Omissis)

3° Divisione Celere.

Dal 19 al 23 novembre 1942 all’inizio della Battaglia del Volga la 3 Armata Romena aveva subito i violenti attacchi sovietici che ne aveva ridotto drasticamente la operatività. La 3° Divisione Celere.P.A.D.A, che era dislocata in seconda schiera nella valle del Boguciar, aveva dovuto mutare impiego ed assumere il tratto di fronte di circa 50 chilometri, già occupato dalla 62a Divisione tedesca per sostituirla in quanto chiamata ad operare altrove.
3° Divisione Celere.P.A.D.A si era schierata a cavallo del basso corso della Tihaja dove l’andamento del Fiume Don descrive una curva convessa verso sud tra la Divisione Torino ( a sinistra) e la Divisione Sforzesca.
La differente struttura ordinativa tra le divisione italiane e tedesche , queste certamente più forti e numerose, aveva determinato uno scompenso di forze. Di conseguenza la 3° Divisione Celere.P.A.D.A, per occupare le stesse posizioni, aveva ricevuto in rinforzo la Legione Croata, alla quale era stato destinato un piccolo tratto di fronte proporzionate alle sue modeste possibilità operative, all’estrema sinistra a contatto con la Divisione Torino.
Seguivano, da sinistra a destra,
il 3° Reggimento bersaglieri ( battaglioni XVIII, XX, XXV)
il 6° Reggimento bersaglieri  (battaglioni VI, XIII)[1]
tutte forze che erano state mandate in prima linea. In secondo scaglione era costituito dal solo XIX battaglione bersaglieri[2]
L’ampiezza del fronte era veramente ampia per queste forze mobili, costruite per operare in movimento, non per operazioni di difesa ancorata. La 3° Divisione Celere.P.A.D.A, era stata quindi rinforzata dal XXVI battaglione mortai della Divisione Torino, da una compagnia del CIV battaglione mitraglieri dal LXXIII gruppo misto (149/40 e 210/22) d’Armata.

  1. L’attacco del 17 dicembre 1942.

Ore 07.00
Il fronte della Divisione fu attaccato alle ore 07.00 del 17 dicembre 1942. Il punto di massima violenza di questo attacco lo si ebbe nel punto di contatto tra il VI ed il XIII battaglione  del 6° Bersaglieri e, dopo un’ora l’attacco si estendeva a tutta la fronte del VI battaglione poco ad est della confluenza della Tihaja nel Don dove elementi avanzati sovietici penetrarono in direzione di Tihovskoj.
A nord della Tihaja l’attacco sovietico si estendeva e si approfondiva su quota163,3 minacciando la rotabile Mrykin –Konovalof. La 7° batteria del II Battaglione del 120° reggimento era stata travolta.

Ore 10.00
Il XIX battaglione del 6° Reggimento, tenuto in seconda schiera, operò un contrattacco in direzione della foce della Tihaja, non aveva successo.

0re 13.00
Il XIX battaglione del 6° Reggimento,alle ore 13,00,  a seguito dell’aggiramento da sud da parte di una forte colonna sovietica del paese di Tihovskoj, doveva ritirarsi ad ovest per oltre un chilometro a difesa dell’abitato di Batalsckof; in questo frangente riceveva in rinforzo della 105a compagnia artieri divisionale e della compagnia genio ferrovieri tedesca.

Ore 15.00
Il XVI gruppo di osservazione tedesco, composto da 200 uomini affluiva per contenere e respingere la penetrazione dei sovietici in valle Tihaja

Ore 16,30
I sovietici lanciano un nuovo attacco in direzione della quota 163,3, e veniva minacciata la 3 batteria del I Gruppo del 120° Reggimento artiglieria; nello slancio minacciava l’abitato di Mrykin; qui vi aveva sede il Comando del 12°° Reggimento artiglieria, che nel prosieguo veniva accerchiato.

  1. Bilancio della Giornata

Settore del 3° Reggimento bersaglieri. Questo settore non aveva subito attacchi in forze e quindi era quasi integro. Si aveva la sostituzione della Legione Croata. Da quota 163,3 tentava di aggirare da sud le posizioni tenute dal reggimento , già isolate sulla destra.
Settore del 6° Reggimento bersaglieri. La situazione qui era grave. I sovietici avevano operato una falla ampia di circa 12 chilometri, con una penetrazione di 10 chilometri; a sera era ancora contrastato dai resti dei battaglioni bersaglieri VI e XIX dalla 105a compagni artieri e dalla 45a compagnia ferrovieri tedesca.
    


[1] Qui si evidenzia l’importanza di conoscere l’appartenenza a quale  Battaglione del 6° Reggimento il C.M apparteneva, in quanto le posizioni sono diverse. Il 6° Reggimento Bersaglieri era composto dal Comando, VI, XIII, e XIX battaglione bersaglieri.
[2] Vedi nota precedente.

martedì 19 luglio 2011

Note a Ricerche

La “Shoah” illuminata dai “Giusti”.
Piersando Vanza S.I.

Materiale di Approfondimento  Artic- olo

I Volumi che presentiamo fanno vedere all’interno di un quadro crudele e apparentemente disperato, episodi di straordinaria fraternità e aiuto reciproco che stimolano anche oggi, in un tempo gravato da mille spettri d’inotlleranza e xenofobia, provvidenziali anticorpi.

E. Satloff, Tra i Giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi Arabi, Venezia, Marsilio, 2006, 275, Euro 19,50
E. Bea, Marija Skobcova. L’Esilio, la Conversione. Il lager nazista, Cantalupa (To), Effetà, 2009, 96, Euro 9,00
A. Miesszkowska, Nome in Codice Jolanda, Cinisello Balsamo (Mi), San Paolo, 2009
U. Pacifici Noja – S. Pacifici Noja, Il Cacciatore dei Giusti, (Cantalupa (To) Efferà, 2010, Euro 13,00

Articolo. La Civiltà Cattolica,  Anno 161 2010 IV 477-483, quaderno 3851 4 dicembre 2010
Sito web. http://www.laciviltàcattolica.it/; e mail civcatt@laciviltàcattolica.it

L'inizio di un coinvolgimento 1995

Lo studio della prigionia e dell’intermanento come mezzo per diminuire la violenza e rafforzare la pace e la sicurezza


La prigionia e l’internamento: struttura e articolazioni

I motivi di uno studio




Questa rivista, Rassegna della ANRP, espressione della attivita della Associazione, ha avuto come obbiettivo riportare la storia e le conseguenze della prigionia e dell’internamento al fine di preservarne la memoria e dare, alle future generazioni, un riferimento reale di quanto è costato il raggiungimento e il conseguimento della democrazia e della libertà.

Gli scenari sia europei che mondiali, dal 1989, con la caduta del muro di Berlino, hanno innescato dinamiche che hanno portato il nostro Paese al centro di tensioni e conflitti sia di medio che di alto spessore. L’Italia con le sue Forze Armate ha svolto un ruolo non secondario nelle operazioni di “peace keeping” e “peace renfourcement” ( Libano, Mozzambico, Somalia, Albania, Bosnia, Kossovo); ora, dopo l’11 settembre 2001, anche in operazioni di medio-alta conflittualità in Afganistan e in Irak. Lo scopo di queste missioni è quello di abbassare il livello della violenza bellica, cercando di priteggere ed aiutare quello che, la storia lo insegna, sono le prime vittime, cioè i non combattenti, i cosidetti “civili”, che vedono la loro sicurezza, materiale e morale, messa in pericolo. Questi interventi, quindi, costituiscono contributi essenziali al ripristino della sicurezza e al rafforzamento della pace tra comunità, etnie e stati. Ora questa azione, per essere efficaci, deve avere continui contributi, adattamenti, studi, al fine di affrontare situazioni conflittuali sempre più articolate e complesse. Se non si riesce a fare questo, si partecipa in in conflitto con mezzi ( intesi come concezioni, dottrina, regole di ingaggio, intelligence, e conoscenza di amici, fiancheggiatori  avversari e nemici) inadeguati. E dato che non si può sbagliare in questa materia, le conseguenze sono pesanti. Come la strage di Nassyrya stà a dimostrare.

Uno dei mezzi per avere strumenti adeguati in operazioni in Area e Fuori Area è quello di conoscere le dinamiche della violenza, sia essa bellica o di altra natura. Nelle parti in conflitto, la spirale della violenza spesso conduce a reazioni e ritorzioni, spesso volute da chi compie un atto violente, che si traduce in rappresaglie, restrizioni, limitazioni di movimento per arrivare alla privazione della libertà in individue cosidetti o consiuderati “sospetti”, ovvero alla attuazione della prigionia militare e dell’internamento. Con questo approccio si apre il tema, che si credeva fino al 1989 relegato solo alla Storia, dell’internamento e della prigionia come protagonisti dei conflitti. Due esempi: nel conflitto tra serbi croati e bosniaci nel 1991 si sono aperti, con scientificità, i campi di concentramento, in cui si avviavano e si detenevano i “sospetti”, con il solito corollario di violenze indivurali, crudeltà ed efferatezze; nell’attuale conflitto in Irak e in Afganistan, vi è il “bubbone” dei Talebani detenutti a Gantanamo Bey, sospettati di essere terroristi. Anche qui detenzione e trattamento che è tutto da verificare. In entrambi i conflitti l’Italia è intervenuta con le sue Forze Armate per “operazioni di pace”. E’ chiaro che l’Italia non è coinvolta direttamente in questi fenomeni, ma è anche chiaro che non vi è a monte alcuna conoscenza approfondita su come affrontare con linearità e chiarezza tali fenomeni. Non si vorrebbe che, in un futuro più o meno lontano i nostri soldati impegnati a riportare la sicurezza e la pace, fossero invischiati in storie di “ detenzione di sospetti” ed altro, con il rischio di essere accusati di crimini e di essere dalla parte del carnefice. Avvisaglie di questi pericoli, che vanno contro tutte le buone volontà, si sono avuti nella operazione in Somalia.
Occorre quindi uno studio a vasto raggio che permetta di affrontare queste operazioni, questi impegni con mezzi giuridici moderni, con una cultare tale che permetta di evitare errori, e scivoloni, che permetta di esercitare la violenza, in quando non si può fare a meno in circostanze come quelle dell’impiego in un conflitto, nell’ambito non solo della legge nazionale e internazionale, ma anche nei canoni della legge della coscienza e delle genti. E questo non è facile.

L’esempio che si può fare del concetto espresso è quello di che cosa succede se, in una operazione brillantemente riuscita, si catturano gli autori della strage di Nassyrya. Pensi il lettore a quale dinamiche si va incontro. Il mito dell’”Italiano brava gente” non regge più di tanto.

In questo quadro lo studio della prigionia, che è un fenomeno direttamente conseguente ad ogni conflitto, di qualsiasi natura, e dell’internamento, anche esso collegato, riferito a popolazioni civili, può aiutare a svolgere le missioni di pace nell’ambito della norma e contribuire al loro successo.

L’Associazione quindi si è data un nuovo traguardo.Ovvero, attraverso lo studio del passato, comprendere come prigionia ed internamento debbono essere esercitati e come attraverso essi si possa abbassare la violenza, bellica e non,  in tutte le sue forme. Ed ha subito operato in questo senso. Ha accettato la proposta di contribuire al sostegno di un Corso presso l’Università “La Sapenza” di Roma, Facoltà di Lettere e Filosofia, sulla Prigionia e l’Internamento. Tale impegno si è tramutato nella pubblicazione, nella collana “Quaderni” , di “I prigionieri di Guerra nella Storia d’Italia”, a cura di Anna Maria Isastia. Il corso, avviato ad ottobre, ha avuto, dall’analisi dei primi dati, un crescente successo e l’interessamento dei giovani è stato massiccio, superando ogni aspettativa.
Altre iniziative sono in fase attuattiva e “Rassegna” pubblicherà contributi, come questo che sulla definizione di Campo di Concentramento, e studi e saggi.

Noi crediamo che in questi giorni di lutto e di dolore, il miglior modo di rendere omaggio a chi ha dato la vita per la pace e la sicurezza di altri popoli, sia quello che contribuire a capire e a cercare di limitare o attenuare i fenomeni di violenza annessi a conflitti, nel ricordo di chi prima di noi subi privazioni, umiliazioni, sofferenze dietro un reticolato, in nome di una idea, di un valore, di un domani migliore.




venerdì 27 maggio 2011

I PRIGIONIERI: PECCATORI CONTRO LA PATRIA?

 Massimo Coltrinari

La prigionia di guerra costituisce un'esperienza che ha toccato, all'indomani della prima e della seconda guerra mondiale , oltre due milioni di soldati italiani. Per ragioni complesse, recondite  e spesso inconfessabili, di questa  esperienza di massa ci si è voluti molto spesso dimenticare: All'indomani della vittoria di Vittorio Veneto, nel tripudio della stessa, di tutto si parlò meno degli oltre 600.000 soldati italiani (di cui 100.000 morti) prigionieri.
Nella monumentale  bibliografia dedicata al primo conflitto  mondiale, da parte non solo italiana, le opere inerenti completamente alla prigionia si contano sulla punta delle dita. Si possono citare, ad esempio, di Carlo Emilio Gadda "Giornale di Guerra e di Prigionia" (Einaudi Torino, 1965) e "Taccuino di Caporetto: Dia di Guerra e Prigionia" (Garzanti, Milano 1991). Pubblicazioni sicuramente dovute alla fama dell'Autore, più che ad un reale interesse per la materia.
La stessa Relazione ufficiale dello Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio Storico, dedica alla prigionia pagine interessanti, ma non approfondite. Le altre opere, tutte edite prima del 1940, sono in tino minore, dimesso, quasi che i prigionieri non avessero il coraggio o l'ardire di raccontare le loro vicende e disavventure.
Occorre rilevare che i fascismo non aveva alcuna interesse a parlare di vicende e situazioni che andavano contro la sua retorica ufficiale.
Stesso atteggiamento all'indomani della conclusione del secondo conflitto mondiale. In pieno disastro morale e materiale, nella problematica  e ferita società italiana della metà degli anni quaranta, pochi avevano interesse e voglia di interessarsi dei problemi e delle vicende della prigionia militare italiana: In più vi era l'orrore della scoperta dell'altra tragedia consimile, quella dell'Internamento in Germania, inserita in quell'enorme  vergogna che è l'Olocausto e lo sterminio di massa. Anche nel secondo dopoguerra, quindi, in fretta si cercò di dimenticare le vicende della prigionia.
Eppure, la vicenda della prigionia interessa oltre due milioni di soldati italiani, una massa di uomini che dovrebbero attirare l'interesse di studiosi  e storici. A fronte  d ciò occorre rilevare che nei paesi anglosassoni e in Francia il prigioniero di guerra è tenuto nella massima considerazione. In pratica esso è considerato un soldato sfortunato, che però nella difficile vita di cattività ha contribuito a servire il suo Paese. Basti ricordare il film "Il ponte sul fiume Kway" per comprendere questo assioma.
In Italia, invece, nulla di tutto questo. L'origine di tale atteggiamento può essere trovata nella formazione di uno stato Unitario Italiano.
Chiamato questo Sttao alla difficilissima prova della prima guerra mondiale, Che è bene dirlo fino alla vigilia di Caporetto si hanno oltre 70.000 disertori, molte difficoltà di amalgama e di senso civico vennero a nudo. Una di queste era la profonda sfiducia (per lo più ingiustificata) che i vertici politico-militari ed i comandanti nutrivano verso i loro soldati. Nel dover affrontare le dure prove del combattimento, questi comandanti  erano ossessionati dall'idea che i soldati, di fronte al pericolo, disertassero o si arrendessero troppo facilmente. Nell'accezione generale dei nostri comandanti della prima guerra mondiale, i prigionieri erano considerati dei vili, dei pessimi soldati, quasi assimilabili ai disertori.
Nonostante azioni di alto valore, si ebbero 600.000 prigionieri di cui almeno 300.000 per effetto della ritirata al Piave: Fu una prigionia  dura, ma nell'alveo delle norme internazionali allora in vigore, marcata a fondo da una fame crescente, ciò non fu voluto dagli austro-ungarici detentori dei nostri prigionieri, ma dalla carenza dei rifornimenti.
La fame , che fu patita in misura uguale dalla stessa popolazione austriaca, fu, per i soldati prigionieri, disperata. Il risultato di questa  situazione fu l'altissima mortalità: oltre 100.000 uomini morirono dietro i reticolati.
E' una cifra, come tutte quelle riferite  alla prigionia della prima guerra  mondiale, tenuta per anni accuratamente nascosta. Questa  cifra non entra nemmeno nel  calcolo generale delle eprdite italiane del conflitto. Infatti tutte le fonti portarono solo il numero dei morti italiani (oltre 600.000) avuti in combattimento e per cause di combattimento.
Per sottolineare il diverso approccio, rispetto a noi italiani,  che gli anglo-francesi avevano verso i prigionieri, occorre dire che le Autorità sia di Francia che di Gran Bretagna organizzavano un regolare invio di treni carichi di viveri per i loro  prigionieri in Germania. Il risultato fu che su un totale di 600.000 prigionieri anglo-francesi 8numero uguale a quello degli italiani) i loro morti furono "solo" 20.000.
Le Autorità italiane, sia politiche che militari, rifiutarono categoricamente di organizzare l'invio di viveri, attraverso la Svizzera, per i nostri prigionieri: Si era quasi  soddisfatti che il nemico lasciasse morire di fame i nostri soldati: che tale voce si spargesse tra le trincee, affinchè tutti i combattenti si convincessero che era poco conveniente arrendersi o darsi prigionieri.
I risultati, come detto, furono 100.000 morti (un prigioniero su sei), mentre la mortalità fu minore fra gli ufficiali (500 su 19.500), in quanto potevano ricevere pacchi dalle famiglie e non erano obbligati al lavoro.
Un'altra considerazione: 600.000 furono gli internati militari italiani nel periodo'43 - '45, e tutti conosciamo le tragiche e inumane  condizioni in cui furono tenuti. Ebbene tra loro si ebbero in totale circa 50.000 morti, ma molti di meno, di quelli della prima guerra mondiale.
Tutto questo era causato dalla convinzione  delle nostre Autorità che la prigionia fosse una vergogna, un disonore, una viltà, se non un vero e proprio tradimento.
Ed il vate, colui che fu il primo propagandista della grande guerra, quel Gabriele D'Annunzio che nel bene e nel male, tanto incise nel nostro tessuto sociale, chiamava i prigionieri, condannandoli al disprezzo, "i soldati italiani sventurati e svergognati", una genia "che aveva peccato contro la Patria".
Questa idea si è tanto bene radicata nel nostro paese, che è ben facile comprendere il disinteresse con cui furono trattati i prigionieri italiani della prima e della seconda guerra mondiale.
Non può sorprendere pertanto la scarsezza degli studi  sulla prigionia e sulle vicende , spesso drammatiche, ad essa collegate . del resto tutto questo è stato alimentato dall'ultima "scelta" dei protagonisti: il prigioniero non vuole raccontare la sua esperienza.
Quale udienza ed ascolto, peraltro, può avere chi era considerato un peccatore contro la Patria.
Con questa noto vogliamo avviare una serie  di articoli sul tema della prigionia, andando un po’ contro  corrente nella speranza di dare un contributo per invertire la tendenza in atto.