Prof.
Sergio Benedetto Sabetta
In
questi freddi venti di guerra che aleggiano sulla Terra rinascono i
ricordi e i racconti sulle guerre mondiali che travolsero l’Europa
nel corso del Novecento, in particolare l’attività di infermiera
di mia madre Mattiuzzo Rita Clementina e quello che mi raccontava.
Il
10 giugno del 1940 Mussolini dichiarava la guerra a Francia e
Inghilterra, nel tentativo di potersi sedere da vincitore a fianco
della Germania nella inevitabile Conferenza di pace che sarebbe
seguita alla occupazione di Parigi.
Tuttavia
il 14 giugno la flotta francese uscita da Tolone si presentò
indisturbata innanzi a Genova e aprì il fuoco, causando pochi danni
ma molto panico tra la popolazione, tanto che molte infermiere
dell’Ospedale di S. Martino si dimisero rientrando nel basso
Piemonte.
Caposala
erano allora le suore rientranti nell’Ordine delle Figlie della
carità di San Vincenzo de’ Paoli, dette pure affettuosamente per
il loro grande copricapo inamidato “suore cappellone”, queste
chiesero alle infermiere rimaste se conoscevano persone fidate senza
timore, disposte ad assumere immediato servizio.
In
quel tempo lavorava quale infermiera nel guardaroba, dove venivano
sterilizzati e cuciti gli indumenti ospedalieri, la sorella di mia
madre Serafina, che da giovane era stata in collegio dalle suore a
San Gallo in Svizzera dove aveva imparato elementi di sartoria, al
ritorno era stata inviata, su interessamento del parroco,
all’Ospedale S. Martino di Genova.
Il
nonno Raimondo, loro padre, era stato artigliere in territori in
stato di guerra per circa 10 anni, dalla guerra di Libia alla Grande
Guerra, fino a che con la rotta di Caporetto il fronte dal novembre
1917 al novembre 1918 si stabilizzò sul Piave, i territori e la casa
che erano sul Piave tra Nervesa della Battaglia, ai piedi del
Montello, ed Arcade furono devastati dai combattimenti e dai
bombardamenti otre che saccheggiati, la nonna con i figli si rifugiò
dal proprio padre a Paese (TV), qui nel marzo del 1918 nacque mia
madre.
Il
dopoguerra fu estremamente difficile, andata a lavorare a tredici
anni in filanda, dopo quattro anni fu chiamata a Genova dalla zia,
che avendo aperto un esercizio alimentare a Di Negro per i lavoranti
del porto, aveva bisogno di aiuto, dopo un ulteriore periodo presso i
marchesi Maineri, nel giugno 1940 su segnalazione della sorella fu
assunta in prova ,quale generica, presso l’Ospedale di S. Martino.
I
bombardamenti aerei si succedevano e sui tetti dei padiglioni erano
dipinte delle grandi croci rosse per segnalare il ruolo sanitario di
ospedale, l’ordine era di portare nei rifugi i ricoverati che
venivano molte volte portati a spalla per le scale, ma di restare a
loro fianco se si rifiutavano di scendere, finché un giorno venne
centrato in un bombardamento un padiglione e i ricoverati con le
infermiere e un dottore rimasero sotto le macerie, da allora l’ordine
fu di lasciare soli i ricoverati che si rifiutavano di scendere ai
rifugi fino al cessato allarme, il trasporto a mano dei malati
comportò negli anni una grave scogliosi ed una borsite al ginocchio.
Da
Corso Firenze dove le due sorelle abitavano, all’Ospedale vi era un
collegamento con mezzi pubblici, ma molte volte la guerra imponeva un
percorso a piedi che a partire dall’8 settembre 1943 poteva
risultare pericoloso per i vari blocchi di controllo dei tedeschi o
delle milizie della RSI, le infermiere venivano quindi dotate della
fascia bianca con croce rossa al braccio al fine di potere superare
eventuali controlli e il blocco del coprifuoco notturno.
I
bombardamenti si susseguivano e con essi gli allarmi aerei, si
dormiva con la valigia pronta per correre ai rifugi finché, verso la
fine della guerra, la stanchezza era tale che talvolta si preferiva
restare a casa rischiando, piuttosto che correre al rifugio dovendosi
alzare per il turno lavorativo.
In
un bombardamento fu centrato l’accesso di una galleria, il fumo e
l’esplosione determinò una ondata di panico che fece riversare le
persone all’uscita, ci furono decine di morti per schiacciamento e
soffocamento, i corpi furono deposti sul piazzale delle camere
mortuarie a S. Martino dove venivano i parenti per il riconoscimento.
(La tragedia della
Galleria delle Grazie, 23 ottobre 1942, circa 354morti)
Altre
volte dopo un bombardamento particolarmente cruento, il percorso
verso l’Ospedale era costellato dai corpi di coloro che erano
rimasti sotto le bombe e dall’opera dei Vigili del Fuoco che
cercavano di spegnere gli incendi, aprendo varchi tra le macerie in
nuvoli di polvere.
Vi
era una carenza cronica di beni alimentari e la loro distribuzione
mediante tessera annonaria era insufficiente, tra l’altro nella
guerra molti erano gli sbandati, in questo mia madre era stata
assegnata al reparto tubercolosi nel padiglione più a nord, isolato
per timore del contagio, la sorella le ricordava sempre di lavarsi le
mani e di non toccarsi la bocca, un ulteriore elemento di ansia, le
disposizioni prevedevano che tutto il cibo che avanzava nella
distribuzione avrebbe dovuto essere gettato, ma a lei ed alle altre
infermiere sembrava un affronto alla fame, quindi veniva distribuito
clandestinamente ai poveri che affluivano attraverso una porticina di
servizio aperta appositamente.
La
suora Caposala lo venne a sapere e chiese chiarimenti, le infermiere
spiegarono che nella carenza di cibo in atto gettarlo via perché non
assegnato sembrava loro una offesa al buon senso, la suora dopo una
breve riflessione disse loro di continuare ma con prudenza, lei
avrebbe fatto finta di non sapere altrimenti avrebbe dovuto
intervenire.
I
rapporti con le truppe tedesche e i raparti della RSI erano molto
formali, per arrivare all’Ospedale di S. Martino si doveva passare
davanti alla Casa dello Studente, una costruzione del ventennio
destinata ad ospitare gli universitari fuori casa, durante
l’occupazione divenne un luogo di detenzione per oppositori
politici, circondata da filo spinato e sorvegliata da sentinelle.
Quando
si passava davanti si sentivano i lamenti e le urla provenienti dai
sotterranei dove erano torturati e rinchiusi gli oppositori, si
doveva rimanere indifferenti e proseguire pena l’arresto se si
mostrava curiosità o pietà, all’interno dell’Ospedale vi erano
alcuni padiglioni riservati ai tedeschi e ai militi della RSI anche
in questo caso vi doveva essere indifferenza, niente commenti o
curiosità.
Al
momento della liberazione ai primi spari la mamma con la sorella
erano in servizio alla fine del turno le furono date da indossare le
fasce per il braccio della croce rossa, tuttavia dovevano passare per
Piazza Terralba da dove sparavano in continuazione sulla strada degli
elementi fascisti asserragliati in una palazzina isolata a due piani,
fino il caricatore veniva immediatamente sostituita l’arma per
mantenere costante il volume del fuoco, non volevano arrendersi ai
partigiani aspettando gli Alleati per la resa.
Per
attraversare la strada sotto il fuoco costante occorreva aspettare i
pochi secondi del cambio d’arma, sperando che il fuoco non fosse in
quel momento alternato con una seconda arma.
Da
una parte e dall’altra della strada vi erano due partigiani che
controllavano il tiro proveniente dalla casa, nel momento che cessava
ad un loro segno si attraversava correndo la strada, sperando che non
vi fosse stato un errore e di non cadere, con il cuore in gola una
sorella alla volta attraversavano correndo a perdifiato la strada.
Nell’Ospedale
vi era un servizio di sorveglianza interna di guardie giurate che
oltre all’entrata passavano di notte per i padiglioni, controllando
che tutto procedesse tranquillo e che le infermiere non si
addormentassero, facendo altrimenti rapporto alla Direzione, a tal
fine nella sala infermiere queste si erano dotate di una caffettiera
napoletana per la notte poteva accadere che prevalesse la stanchezza
e ci si addormentasse con la testa sul tavolo.
Le
medicine erano preziose ed erano quindi chiuse a chiave in un
armadietto metallico, la quale era conservata dalla suora Caposala
che provvedeva alla consegna delle medicine alle infermiere secondo
il piano medico.
La
stanchezza e la tensione continua della guerra poteva portare a
compiere errori, alla fine della guerra l’atmosfera si fece più
leggera, gli Alleati rifornirono di medicine l’Ospedale, affluirono
cibo, vestiario e strumentazione si circolò senza la paura di
improvvisi rastrellamenti, oltre alla fine dei bombardamenti, le
giovani infermiere si fecero fotografare sorridenti sedute sull’erba
nei giardini di S. Martino.