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domenica 14 luglio 2013

Prima Guerra Mondiale. Prigionia di Guerra. La propaganda. Volume per i Prigionieri come ricordo












Una interessante pubblicazione può essere utilizzata come base di ricerca in tema di propaganda, da un lato, e di documentazione sulla prigionia di guerra in mano Austro-Ungarica dall’altro. Per il primo tema il volume riporta le fotografie di 53 campo di prigionia in Austria ed Ungheria in cui in tutte si vedono scene idilliache della vita dei campi, ove tutto è in ordine, pulito e con i prigionieri che non sembrano essere tali, ma assumono atteggiamenti o folcloristici, in posa, o da turisti o da villeggianti. Aspetti di carattere psicologico, sociale, ed economico possono trovare spunti dalla osservazione di queste foto. Il volume riporta, poi nelle pagine di apertura, una interessate annotazione: il volume deve rappresentare un oggetto ricordo per i prigionieri una volta tornati alle loro casa, un ricordo del bel tempo passato nelle mani dell’Imperial Regio Governo Austro-Ungarico. L’altro lato riporta i nomi dei campi di prigionia e questo potrebbe essere la base di una ricerca sia per vedere la consistenza di questi campi sia la loro situazione attuale, se ancora qualche traccia materica è presente.
Contatti: prigionia@libero.it


La nota in italiano


               



















Il Volume riporta la nota non solo in Italiano ma in tutte le lingue dei prigionieri in mano all'Austria-Ungheria.


lunedì 24 giugno 2013

L'Associazione Nazionale Reduci dalla prigiona, Internamento e Guerra di Liberazione annuncia il suo congresso nazionale. Caprarola, Roma, 10-13 ottobre 2013

XXVII Congresso Nazionale ANRP

“Memoria, responsabilità e futuro:

 l’ANRP per un’Italia rinnovata e solidale”.

Caprarola (VT) 10-11-12 ottobre 2013
L’ Evento

Quest’anno, come è noto,  ricorre il 70° anniversario della Resistenza
e della Guerra di Liberazione, nonché della deportazione
e dell’internamento degli italiani nei lager nazisti
(iniziata l’8 settembre 1943 con i militari). L’importante ricorrenza
non poteva passare sotto silenzio; per tale motivo il Consiglio
Direttivo Centrale, anticipando di qualche mese la naturale scadenza,
ha ritenuto opportuno convocare il Congresso Nazionale dell’Associazione,
  in seduta sia ordinaria che straordinaria.

Sarà per l’ANRP un momento significativo per rinnovare la propria
mission, far sentire la propria Voce, confermare il proprio contributo
 nella società di oggi e consegnare il testimone alle nuove generazioni.

Il Congresso si svolgerà in sala plenaria e sarà arricchito da una Giornata
 di studio che vedrà l’intervento di insigni relatori, tra i tanti che tutti
gli anni qualificano gli eventi promossi dall’ANRP.

Le difficoltà economiche che il Paese sta attraversando e le modeste
risorse dell’ANRP anche in questa occasione impongono scelte
 organizzative ispirate alla rigorosità e alla sobrietà, privilegiando
l’aspetto istituzionale piuttosto che quello conviviale.

Caprarola - Palazzo Farnese, sede del Congresso

Iscrizioni

Dirigenti, osservatori, soci, accompagnatori e familiari che desiderano
 partecipare al Congresso dovranno compilare
la scheda di adesione (cliccare qui)
scaricabile dal presente sito ed inviarla per e-mail o via Fax
(06.77255542) alla Segreteria Organizzativa.
L’iscrizione al Congresso sarà perfezionata solo al ricevimento
della relativa quota-contributo.


Contributo di partecipazione 

camera singola  € 130,00 a persona
camera  doppia  € 110,00 a persona


Il versamento del contributo dà diritto a:
-    sistemazione alloggiativa scelta
(per persona, per due notti, con trattamento di pensione completa)
c/o il Complesso  Monumentale “Casa Santa Teresa”
ed alcuni Bed&breakfast locali, fino ad esaurimento delle disponibilità,
seguendo rigorosamente l’ordine cronologico delle richieste;
 successivamente saranno utilizzate altre strutture non convenzionate;
-    è previsto un servizio navetta da/per la sede congressuale;
-    kit congressuale con badge nominativo, pubblicazioni
      e rivista associativa rassegna;
-    partecipazione ai lavori e agli eventi sociali.


Modalità di pagamento

E’ richiesto il versamento dell’intera quota entro e non oltre il
31 luglio 2013, indicando come causale
“contributo partecipazione 27° Congresso ANRP”, tramite:

-    c/c postale n. 51610004, intestato a ANRP       
-    assegno circolare o bancario, intestato a ANRP Sede Centrale
-    bonifico bancario intestato a ANRP - 
IBAN:IT12F0303203201010000090170

Le quote possono essere rimborsate con una detrazione del 20%,
se la disdetta scritta giunge alla Segreteria Organizzativa
entro il 10 settembre 2013. Nessun rimborso sarà possibile
oltre tale data. La sostituzione di un partecipante con altro
nominativo, non comporta costi aggiuntivi.

Informazioni per raggiungere Caprarola (Viterbo)

In auto:
-    Da Roma e da Firenze: Autostrada A1, uscita Magliano Sabina,
direzione Fabrica di Roma. Giunti a Fabrica di Roma, seguire
le indicazioni per Caprarola.
-    Da Viterbo: prendere la SP1, Strada Cimina in direzione
Ronciglione e seguire le indicazioni stradali per Caprarola.
In treno:
-    Dalle principali stazioni ferroviarie raggiungere la stazione di
Roma Termini, (uscita via Marsala) dove nei giorni 10 e 12 ottobre
sarà attivo, ad orari predefiniti, il servizio navetta A/R  per  Caprarola.
In aereo:
-    Dagli aeroporti romani raggiungere la stazione di Roma Termini,
 (uscita via Marsala) dove nei giorni 10 e 12 ottobre sarà attivo,
ad orari predefiniti, il servizio navetta A/R  per  Caprarola.


Visualizzazione ingrandita della mappa


Note

L’ANRP si riserva il diritto di apportare al programma
preliminare tutte le variazioni che per motivi tecnico-organizzativi
dovessero essere ritenute necessarie.

Comunicazioni successive riguardanti il Congresso
appariranno in tempo reale sul sito www.anrp.it

Il programma definitivo degli eventi sarà distribuito
in sede congressuale.

La Segreteria Organizzativa, c/o ANRP Via Labicana,
 15/A, 00184 Roma, tel. 067004253, fax. 0677255542, 
e-mailanrpita@tin.it è a disposizione dei congressisti
 per qualsiasi altra informazione o chiarimento, 
dal lunedì al venerdì (incluso) dalle ore 9.30 alle 13.30. 







Complesso Monumentale "Casa Santa Teresa" Caprarola








domenica 16 giugno 2013

Aprilia. Convegno Aprilia in Guerra. la Battaglia di Aprilia. Una nota sui Prigionieri


Nel convegno che si è tenuto all'Istituto "Rosselli" di Aprilia è stato affrontato anche il tema dei prigionieri di guerra. Si riportano in questa sede alcune foto del maggio 1944, quanto le forze alleate uscirono dalla testa di ponte di Anzio per investire ed entrare a Roma


Il piano di attacco alleato aveva per obiettivo Velletri, ovvero tagliare ogni via di comunicazione per il fronte di Cassino. L'azione iniziò il 25 maggio e subito ebbe successo, in quanto le forze tedesche schierate a protezione del Canale Mussolini e di latina erano estremamente deboli.





Alcune immagini della cattura di prigionieri tedeschi da parte delle truppe britanniche, schierate di fronte ad Aprilia. Aprilia, chiamata dagli Alleati "The Factory", venne investita la mattina del 28 maggio e presto liberata. Tutti i suoi abitanti erano stati evacuati già a Febbraio. Tra cui uno dei Relatori al convegno di Aprilia, Armando Fiorini, oggi Presidente Regionale Pensionati Coldiretti. Nel 1944 aveva 12 anni e risiedeva con la sua famiglia, originaria della provincia di Ferrara, nel podere n. 2498 in località Crocetta di carano, podere assegnato loro nel 1937 dalla Opera nazionale Combattenti, O.N.C. Imbarcato a Nettuno, fu sfollato in Calabria. Rientro con la sua famiglia nella tarda estate del 1944. Il Padre, pochi mesi dopo il rientro, falciando l'erba, provocò lo scoppio di un ordigno esplosivo che lo uccise.

domenica 9 giugno 2013

La Prigionia in epoca preclassica. Guerra tra Tarquinia e Roma 400 circa a.C.

Tarquinia Museo Nazionale. Corredo di Guerriero proveniente dalla tomba "Monterozzi 3"
Tomba dei Partunu.
  Il Trattamento dei prigionieri di guerra non presentava in epoche antiche  alcuna salvaguardia  ne morale ne materiale. I prigionieri erano in balia dei loro cattori.

Al Museo Etrusco di Tarquinia, proveniente dalla Tomba dei Partunu vi è un dipinto in cui questo assunto è ben evidenziato.
 Rappresenta una scena del sacrificio dei prigionieri troiani in Grecia incontro in Etruria fortuna e fu dipinta su vasi e pareti di tombe, scolpita su sarcofaghi, incisa su ciste di bronzo. Il modello greco che ispirò tutte queste rappresenta una pittura famsa? Fu modificato notevolmente a seconda delle diverse esigenze della committenza. Il pittore tarquiniese si limitò ad aggiungere il demone dell’oltre tomba per sottolineare la ferocia funeraria del momento. L’episodio mitologico e carico di particolare significato e vuole riecheggiare l’uccisione dei 307 prigionieri avvenuta, come ricordano le fonti antiche, durante il primo scontro armato con Roma, nel 357 a.C.


 Gli Etruschi sono assimilati ai Greci vincitori ed i Romani ai Troiani sconfitti. Epoca Metà del IV secolo a .C.


Tarquinia Museo Nazionale. Testa della divinità fluviale Acheloo


( contatti ed informazioni massimo coltrinari: prigionia @libero.it)



martedì 21 maggio 2013

Assedio di Leningrado nel 70° Anniversario



Le carte mostrano le direttrici di avanzata delle operazioni in Russia delle Forze tedesche, esposte alla mostra sull'Assedio di Leningrado, nel 70° degli avvenimenti. A fianco sono riportate le fotografie esposte alla mostra, alcune molto significative, e alcuni aspetti della Mostra allestita a Palazzo Cairoli, in Roma, sede del Centro italo-russo di Cultura


giovedì 9 maggio 2013

Guerra di Liberazione. Il Nemico. La Coalizione Hitleriana



Ia Guerra di Liberazione:
Il Nemico.
 La Coalizione Hitleriana

Prigionia o Internamento
L'approccio propedeutico per l'applicazione dei due istituti.  

Ogni Paese invaso ed occupato dalla Germania nazista ha dato vita alla sua Guerra di Liberazione. In pratica in tutti i territori occupati si sviluppa un movimento di resistenza e di opposizione alla Germania, alla sua ideologia ai suoi metodi che permette parlare di coalizione antihitleriana Sulla base del collaborazionismo, la Germania aveva instaurato una serie di rapporti ed istituzioni negli Stati invasi che si possono raggruppare nella coalizione hitleriana. Le formazioni sorte non erano riconosciute dagli Stati nemici dell’Asse ed erano combattute dai movimenti di resistenza locali. Una sintesi di queste formazioni è la seguente:
Belgio, Alleanza Nazionale Fiamminga di Staff de Clerq; Associazione d’Amicizia germano-fiamminga; “rexismo” di Leon Degrelle;
Birmania, Partito Wunthann, di ispirazione buddista
Cina, governo filogiapponese di Nachino diretto da Wang Tsing Wei, che tra l’altro dichiara la guerra agli anglo-americani.
Croazia, Ustascia con a capo Ante Pavelic, capo del governo del regno di Croazia la cui corono fu offerta ad un Principe di casa Savoia; Volkdeutsche, minoranza etnica tedesca con a capo Branimir Altgayer.
Danimarca, Partito Nazionalsocialista dei lavoratori Danesi, che riesce a formare anche una Legione SS volontarie di soli danesi.
Estonia, Consiglio territoriale estone, con a capo Hjalmar Maesa e sostenuto e composto dalla Associazione dei Combattenti dei Corpi Franchi (WABSE)
Filippine, Il governo presieduto da Josè P.Laurel, appoggiato dai giapponesi, proclama l’indipendenza e dichiara guerra agli anglo-americani.
Francia, Il Regime di Vichy fu certamente collaborazionista sotto la presidenza di Pierre Laval e la successiva occupazione tedesca di tutto il paese. Le forze apertamente collaborazioniste furono il Parti Populaire Français di Jacques Dorit, il partito Franciste di Bucare, il rassemblement National Populaire di Marcel Deat. Per il periodo giugno 1940 aprile 1942 lo Stato Francese fu sotto la presidenza del Maresciallo Petain e si discute ancora oggi se questo Stato debba essere considerato indipendente oppure collaborazionista.
Grecia, Il governo filotedeschi del generale Tsalakoglou.
India, Si costituisce a Singapore il 21 ottobre 1943 un “Governo dell’India Libera” con a capo Subas Chandra Bose, leader nazionalista. Questo governo dichiara guerra alla Gran Bretagna e USA. Riesce a costituire un esercito indiano di 30.000 denominato 2Esercito nazionale Indiano”, che viene impiegato accanto ai Giapponesi. Il territorio indiano non verrà mai occupato dalle forze dell’Asse.
Italia, Mussolini proclama la Repubblica Sociale Italiana il 23 settembre 1943 (vds)
Indonesia, Ahmed Sukarno è a capo di un Consiglio Consultivo Centrale che collabora con i Giapponesi e proclama l’indipendenza dall’Olanda.
Lettonia, Il generale Dankers è a capo del Direttorio Generale Lettone; E’ attivo il Movimento delle Croci di Tuono (Perkonkruts) che arruola volontari per le SS.
Lituania, Vengono formati battaglioni di SS Polizie al comando del generale Kubilionunas.
Malesia, Unione Malese e Movimento della Gioventù Malese
Nordafrica francese, Al comando di El Moadi si forma una legione Nord Africa di circa 550 giovani algerini che si affianca ai tedeschi. Nella Deutsche-Arabische Truppen, nella Falange Africana e nella divisione SS Handschar si arruolano alcune migliaia di tunisini.
Norvegia, Si insedia il governo presieduto da Vidkun Quisling. Il nome di Quisling diviene nel linguaggio comune sinonimo di Collaborazionista.
Olanda, Anton Mussert è a capo di un Movimento Nazionalsocialista Olandese che spera di costruire una "Grande Olanda”. I volontari olandesi nelle SS tedesche sono il gruppo più consistente.
Palestina, Hadj Amin el Hussein, Gran Mufti di Gerusalemme da Berlino lancia un appello alla guerra santa dei mussulmani contro i giudei ed i bolscevici. La Palestina non viene occupata dalle Forze dell’Asse.
Romania, A. Schmidt capeggia i Voldeutsche romeni
Russia, Il generale Andrei Vlasov, già prigionieri dei tedeschi, costituisce un Comitato Russo Anticomunista. Forma un esercito che combatte a fianco dei tedeschi. Il generale Pietr Krasnov, costituisce una Armata Cosacca che viene nel 1944-45 inviata nella Carnia e nel Friuli orientale in funzione antipartigiana.
Serbia, opera il partito Fascista serbo con a capo Liotic che sostiene il governo Nedic filotedesco.
Slovacchia, F. Karmasin, agente della Germania, guida i Volkdeutsche slovacchi
Slovenia, Opera il governo del generale Rupnik
Ucraina, Operano i Consigli Nazionali Ucraini e la Organizzazione di Liberazione Ucraina. Attivo è il reclutamento per le SS e per le unità ausiliarie dell’esercito Tedesco
Ungheria, Agisce il movimento delle Croci frecciate di Ferenc Szalasi, che nell’ottobre 1944 divine capo del Governo. Franz Basch è a capo della Lega Nazionale dei tedeschi. Può sembrare un arido elenco, ma tutte queste formazioni  collaborazioniste furono combattute da movimenti di liberazione nazionali.
(per ulteriori approfondimenti: ricerca23@libero.it)

domenica 24 marzo 2013

Prigionia in mano Italiana nella Seconda Guerra Mondiale


CEFALONIA
I PRIGIONIERI TEDESCHI IN MANO ITALIANA

Massimo Coltrinari

I comandi Italiani rispettano la convenzione di Ginevra.
Inviano a Taranto,al posto di soldati italiani feriti e ammalati, oltre 450 tedeschi prigionieri.
 I “Badogliani” prigionieri dei tedeschi, per il resto della guerra, sono trattati “come” prigionieri di guerra



Nel trattare la Prigionia di Guerra, è raro imbattersi in episodi che rispettano alla lettera i dettami della Convenzione in essere al momento della Guerra; se si tratta di Tedeschi, poi, questi episodi sono rari. Quindi sorprende che i prigionieri italiani della guerra di Liberazione, i “badogliani” furono trattati “come” prigionieri di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra del 1929.
Eppure risulta che i tedeschi si sono comportati secondo le norme per questi prigionieri italiani del 1944-1945, in un panorama, quello dell’Internamento Italiano in Germania denso di angosce e crudeltà. Analizziamo questa anomalia.

 Veniamo ai fatti. Secondo la ricostruzione di Claudio Sommaruga[1] il 10 settembre 1943, superato il disorientamento dell’8 settembre, il presidio della “Acqui” a Corfù predispone la resistenza ai tedeschi ripiegando le postazioni costiere sui passi montani. Il 13 il Col. Lusignani rifiuta la resa e dà battaglia: i tedeschi di stanza nell’isola sono disarmati, la contraerea italiana apre il fuoco su un aereo tedesco, un tentativo di sbarco tedesco a Benitza viene respinto ma la nostra torpediniera “Stocco”, in rada, è messa fuori uso. Il 14 la città di Corfù è bombardata dai tedeschi con incendi ed è abbandonata dalla popolazione. Dal 9 al 15 settembre 4000 nostri militari, in fuga dall’ Albania, sbarcano nell’isola con mezzi di fortuna sperando di potere da qui raggiungere l’Italia ma la loro partecipazione ai combattimenti è limitata dallo scarso armamento. Intanto i partigiani greci di Papas Spiru si mettono a disposizione del nostro Comando, la battaglia infuria!
      Il 18, i prigionieri tedeschi vengono trasferiti al Golfo di S. Giorgio in attesa della torpediniera che dovrebbe trasportarli in Italia, ma la “Sirtori” è bloccata in rada e il 24 verrà messa anche lei fuori uso. Alle 17 del 21 settembre, 441 prigionieri tedeschi (tra cui 7 ufficiali) trasferiti da Gardelades a Cassiopi s’imbarcheranno con alcune decine di carabinieri di scorta su pescherecci mobilitati dai partigiani e sbarcheranno fortunosamente nell’Italia del Sud, a Taranto, dove sono avviati al campo di concentramento
      Il 25 settembre anche Corfù, senza i soccorsi promessi dall’Italia e dagli Alleati si arrende dopo Cefalonia e con un tragico bilancio di 600 soldati e tre ufficiali caduti in combattimento, 22-28 ufficiali trucidati dopo cattura e la perdita di sei idrovolanti alla  fonda e delle due torpediniere. Ma i tedeschi, oltre a 450-550 prigionieri (441 dei quali trasferiti come detto in Italia), lamenteranno più di 200 caduti, 18 cacciabombardieri incredibilmente abbattuti dalla contraerea e tre dall’aviazione e cinque mezzi da sbarco affondati.

A Cefalonia, fu fatto prigioniero un intero battaglione tedesco. Anche questo fu trattato secondo le convenzioni. Nessuno fu fucilato. Raccolti in un campo di concentramento questo fu dotato di una bandiera tedesca, affinché la stessa aviazione tedesca non lo colpisse. Il trattamento fu secondo le norme. Questo trattamento non salvo dalla strage la guarnigione italiana di Cefalonia, che fu, come noto, decimata.

Secondo la logica tedesca, dovevano essere fucilati anche i prigionieri della guarnigione di Corfù, ma ancora una volta il dispregio per le Convenzioni Internazionali è manifestato dai tedeschi. Anziché procedere alla “strage” come a Cefalonia, per tema di ritorsioni ai loro prigionieri in mano “badogliana”, si “limitarono” a fucilare, dopo la cattura, a Corfù 22-28 ufficiali (16 dei Comandi, 5 della contraerea e alcuni altri). I restanti oltre 5000 uomini, saranno inviati in Germania come IMI, ma di fatto considerati e trattati come KGF, ovvero senza tutela al pari, per intenderci, dei prigionieri sovietici in mano tedesca.[2] Per coerenza il Governo Badoglio a Brindisi doveva procedere alla fucilazione dei 441 tedeschi prigionieri, gli unici di tutta la guerra, in sue mani.

Ma Cefalonia non finisce mai di portare sorprese. Nonostante la dichiarazione di guerra del Regno del Sud il 13 ottobre 1943, il Reich germanico non riconosceva il Regno d’Italia  di Vittorio Emanuele III ( e qui si apre un'altra pagina angosciosa imputabile a chi firmò l’Armistizio del 3 settembre  a Cassibile e del 29 settembre a Malta, cioò il Maresciallo Badoglio: come scrive Sommaruga “la Germania ignorò la dichiarazione di guerra dell’Italia anche perché priva di valenza: l’armistizio italiano con gli Alleati vietava infatti all’Italia atti formali internazionali, tant’è che l’Italia non fu considerata   belligerante nemmeno dagli Alleati). Una delle conseguenze di questo non riconoscimento fu che i combattenti italiani, a qualsiasi titoli combattessero, erano trattati dai tedeschi come franchi tiratori e quindi immediatamente giustiziabili. Ma il fatto che prigionieri tedeschi fossero in mano ai 2badogliani” deve aver condizionato Berlino in quanto, in una sorta di reciprocità il
il trattamento dei badogliani del I Raggruppamento Motorizzato, poi del Corpo Italiano di Liberazione e poi dei Gruppi di Combattimento fu rapportato a quello dei prigionieri di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra del 1929. E’ significativa la disposizione dell’OKW tedesco del 30 marzo 1944 (AZ, 2 F Chef Kriegsgef. Alleg. (1 A), n. 53/44gkos) che, pur non riconoscendoli come prigionieri di guerra, tuttavia, dovevano essere trattati come tali, sia pure con certe restrizioni: “…Sebbene il governo dei traditori Vittorio Emanuele e Badoglio non rappresenti una nazione belligerante, questi prigionieri vanno trattati come prigionieri di guerra occidentali / .. / (ma) separati dagli altri prigionieri di guerra e dagli internati militari italiani, sia nei Lager che nelle unità di lavoro, che durante i trasferimenti /… /. Il trattamento di questi prigionieri deve differenziarsi in maniera evidente da quello degli internati militari italiani, nel senso che a questi vanno assegnati gli alloggi e i posti di lavoro meno favorevoli. Come Lager particolare per questi prigionieri viene per ora destinato lo Zweiglagwer Schellrode dipendente dallo Stalag IX/C Bad Sulza”. [3]

Hitler aveva tutto l’interesse a non riconoscere i soldati italiani catturati dopo l’8 settembre 1943, come prigionieri di guerra: aveva bisogno di mano d’opera a basso costo

     






[1] Claudio Sommaruga, Una storia sorvolata. Dai tedeschi prigionieri di Badoglio ai Badogliani prigionieri dei Tedeschi ed agli Internati Militari Italiani, in “Il Secondo Risorgimento d’Italia”, n. 3, 2005, pag. 52
[2] Cfr. al riguardo il Diario di Enrico Zampetti, La resistenza a Corfù (9-26 settembre 1943). Sintesi e note a Cura di Claudio Sommaruga.in “Il Secondo Risorgimento d’Italia”, n. 3, 2005, pag. 47


[3] Questo documento lo si deve al già citato Claudio Sommaruga, che anche lui uscito dall’esperienza di Internato Militare Italiano in Germania, testimonia “Uno di questi prigionieri italiani, dell’aviazione, lo incontrai in transito nello St. VI/G di Duisdorf (Bonn).”

Prima Guerra Mondiale -



Il viaggio dell’Eroe
Lungo l’Italia seguendo il Milite Ignoto

Di Giovanni Cecini

Ogni Nazione si alimenta attraverso una liturgia civile, mediante riti e cerimonie uniche e irripetibili. La guerra, come fenomeno collettivo di rigenerazione sociale e di rinascita patriottica, ha molto spesso rappresentato l’araba fenice per i popoli con l’obiettivo di riaffermare i propri valori e peculiarità. In epoca contemporanea, dopo il grande sconvolgimento politico operato dalla Rivoluzione francese, il concetto di conflitto nazionale ha aumentato a dismisura la sua potenza, tanto da alimentare sempre più emulazione e desiderio di partecipazione. In questa logica si spiegano le grandi adesioni nelle guerre dell’Ottocento, fino alle catastrofi planetarie della prima metà del Novecento, con strascichi ancora fino ai giorni nostri.
La Grande Guerra, per la sua collocazione quasi a cerniera di due epoche, con le sue grandi trasformazioni sociali, tecniche e ideali, ancora oggi rappresenta un avvenimento mitizzato da larga parte della memorialistica e da una grossa fetta della storiografia. Sarà stato per il canto lirico di numerosi poeti, che vi parteciparono, o per il fulgido volontarismo di una nuova generazione di giovani, che questo conflitto, molto più di altri precedenti o successivi, ha incarnato in ampi strati collettivi il senso autentico di Patria, Nazione e Popolo, nelle loro più ampie accezioni. Per fare solo un esempio: i socialisti di quasi tutti i Paesi europei, di massima contrari all’uso delle armi tra i popoli, in quella circostanza fecero causa comune con i destini dei propri Governi, identificando il nemico borghese nell’avversario nazionale, espediente classico per ogni crociata salvifica.
Anche l’Italia ha partecipato a questa grande “festa” patriottica, in cui contribuirono non solo alcuni retaggi socio-politici risorgimentali, ma anche uno strato culturale diffuso di intellettuali di ogni colore politico. Al termine del conflitto, giudicato dai contemporanei con ingenuo ottimismo l’ultimo da combattere, la pace vittoriosa – nonostante le ricorrenti polemiche sul rapporto tra i sacrifici sofferti e i ricavi ottenuti – doveva essere celebrata, proprio perché frutto di una partecipazione unanime di tutto il Paese.
E’ per questo motivo che, nel bel mezzo del cosiddetto “Biennio rosso” e delle gravi fratture socio-economiche dovute al conflitto, il desiderio da parte dello Stato di unificare tutto il popolo italiano ripercorse i passi del sentimento patriottico.
Fu di Giulio Douhet l’idea di istituire anche in Italia, a imitazione di altri Paesi, la figura del Milite Ignoto: un soldato sconosciuto e non identificabile che potesse per questo motivo ricordare e onorare tutto il valore e il coraggio offerto dalle Forze Armate nazionali. A seguito di questa proposta, nell’estate del 1921 il Governo predispose attraverso un’apposita commissione la scelta del corpo da onorare e tutto il relativo cerimoniale.
In pochi mesi si arrivò quindi alla solennità in cui, nella basilica di Aquileia il 26 ottobre, Maria Bergamas – madre di Antonio, un disertore austriaco triestino volontario italiano caduto in combattimento e mai ritrovato – scelse tra 11 bare identiche quella che sarebbe divenuta il simbolo assoluto del sacrificio in guerra. Una volta individuata, il Milite Ignoto iniziò il suo viaggio che lo avrebbe portato a Roma. Durante i quattro giorni, che occorsero al treno speciale per raggiungere la Capitale, ali di folla in ogni stazione e in ogni punto della ferrovia onorarono il feretro e così testimoniarono il proprio attaccamento a quello che per ognuno poteva essere un figlio, un fratello, un marito o un padre.
Arrivato alla Stazione Termini, dopo una nuova solenne cerimonia presso la basilica di Santa Maria degli Angeli all’Esedra, il corteo il 4 novembre continuò lungo le gremite strade della città, dove proseguì l’entusiasmo e l’attaccamento al primo caduto d’Italia. Il Sovrano e tutte le autorità civili e militari seguirono l’avvenimento, come comparse di uno spettacolo, in cui il protagonista solo formalmente rimaneva anonimo di fronte al solenne calore, che creava nei cuori degli italiani.
Una volta giunto a Piazza Venezia, presso il Vittoriano che fino ad allora tra mille polemiche era semplicemente la cornice per glorificare il Risorgimento e Vittorio Emanuele II, l’apice della liturgia civile trovava luogo. Il corpo del soldato, inserito nel cuore del monumento, sotto al bassorilievo della dea Roma, da quel momento diveniva il centro ideale e spirituale di ogni patriottismo passato, presente e futuro.
Esattamente a 90 anni di distanza, quando ancora l’Altare della Patria è  il palcoscenico unico e ineguagliato di cerimonie e manifestazioni nazionali, un nuovo convoglio ferroviario ha percorso lo stesso itinerario, rammentando a tutti gli italiani il senso di quell’indimenticabile esperienza. Moltissimi sono stati i partecipanti all’iniziativa, basata su una mostra fotografica e documentale itinerante, che ha ricordato i fatti dell’epoca. La conclusione non poteva che essere di nuovo a Roma, dove a partire dal Presidente della Repubblica e dal Ministro della Difesa, sono stati tanti i cittadini, che a costo di lunghe file, hanno voluto visitare i vagoni offerti dalle Ferrovie dello Stato per questa incredibile iniziativa.
Il nostro plauso va agli organizzatori e a tutti coloro che hanno partecipato.

martedì 19 febbraio 2013

Lo"jus ub bello" nelle "peace support operaton".

La figura del prigioniero di guerra e dell’internato.

Michele Cuccaro

Sono trascorsi quasi 18 anni dal quel 1991 che ha segnato la dissoluzione del sistema mondiale della “guerra fredda” , un crollo che "non ha solo prodotto incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile in un'area enorme del pianeta ma ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi 40 anni" [1]  Con la fine del "secolo breve" si pone il problema di un panorama geopolitico instabile che ha visto incrementare in maniera geometrica il numero e la qualità delle missioni internazionali. Per dare una idea del nuovo impegno richiesto basti pensare “delle 75 missioni militari cui il nostro Paese ha preso parte della conclusione del secondo conflitto mondiale, ben 56 trovano collocazione nel periodo 1990-2001” [2]
In un tale contesto ha sempre più assunto rilevanza l’applicabilità dl Diritto Internazionale Umanitario sia per la tutela delle persone coinvolte che per quel che riguarda in particolare l’applicazione nello specifico dello “jus in bello”. Infatti la tipologia degli interventi militari al di fuori dei confini nazionali è profondamente cambiata sia sotto l’aspetto della gestione politico militare che soprattutto per quel che attiene al suo inquadramento giuridico nel rispetto del diritto internazionale. Il sistema multilaterale, anche con le difficoltà di funzionamento che ha mostrato, ha comunque definito la fine dello strumento della guerra come metodo di risoluzione delle controversie accantonando il principio dell’autotutela a favore del riconoscimento del principio della “legittima difesa” singola o collettiva ma pur sempre nell’ambito degli istituti sanciti dalla Carta ONU. Muovendo appunto le mosse dai principi contenuti nella Carta ONU che, in gran parte, sono ormai riconosciuti come norme consuetudinarie e quindi generali, l’intervento militare con finalità umanitarie ha assunto una valenza fino ad ora sconosciuta. Dalle operazioni di prima e seconda generazione, in cui l’intervento umanitario è svolto con il consenso dello Stato  ospite, si è giunti alla definizione di missioni di terza generazione in cui si sono estese le funzioni di intervento venendo a comprendere anche l’uso della forza al fine di ristabilire la pace internazionale minacciata. Interventi di questo tipo si svolgono sotto l’egida del disposto di cui al Capo VII della Carta ONU laddove il Consiglio di Sicurezza opera nella sostanza un collegamento tra la minaccia alla pace e la situazione di emergenza umanitaria che si riscontra anche all’interno di uno Stato.  

A fronte di quanto sopra si sono succeduti nel tempo una serie di interventi di “Peace Enforcing” che hanno visto le Forze Armate dei Paesi che hanno aderito alla richiesta di intervento in situazioni di crisi, coinvolte in tutta una serie di operazioni operando all’interno di situazioni locali di conflitto armato vero e proprio. La particolarità della tipologie degli interventi di cui trattasi è altresì riscontrabile nella circostanza che nel caso pur essendo spesso coinvolto in azioni di guerra, e dovendo attuare tutta una serie di accorgimenti tattici previsti per i casi del genere, il Paese che esprime le forze impiegate non si trova in uno “stato di guerra” deliberato secondo le procedure del secolo scorso.
Né d’altronde potrebbe essere diversamente perché nel caso ciò che qualifica la diversità è il fine ultimo dell’intervento armato che non è quello di “autotutela” intesa come risoluzione di una controversia in cui si ha un interesse concreto ed immediato, bensì nel più generale interesse al mantenimento della stabilità internazionale e, nello specifico altresì, e molto spesso, nella interposizione per porre termine a catastrofi umanitarie.[3]

Scopo del presente scritto è quello di sollevare una riflessione sull’opportunità, e la necessità, di vagliare con attenzione il corpus normativo internazionale delle Convenzioni di Ginevra (1949) e dei protocolli addizionali (1977) laddove si intenda meditare sulle sfide di un nuovo approccio che potrebbe prevedere l’utilizzo di determinate categorie codificate quali ad esempio quella del prigioniero e dell’internato, al fine di poter gestire le crisi internazionali con il minor costo in termini di sacrifici umani sia locali che dei Paesi in azione.

Invero il sistema delle tutele e della regolamentazione “in caso di guerra dichiarata o di qualsiasi altro conflitto armato” [4], è applicabile, concezione ormai pacifica, a qualsiasi tipo di conflitto laddove si intenda per questo i limiti dell’azione militare e l’applicazione del sistema di tutele previsto da parte degli Stati coinvolti. In questo ambito la cosi detta clausola Martens[5] inserita nei protocolli aggiuntivi ed ormai considerata norma consuetudinaria garantisce quello che dovrebbe essere uno standard minimo di salvaguardia per la popolazione ed i belligeranti così come peraltro è comunemente acclarato secondo l’interpretazione dell’art.3 delle Convenzioni. A tal proposito è da osservare che il II protocollo del 1977 definisce altresì il “conflitto armato non internazionale”. Il sistema nel tempo ha quindi operato una serie di aggiustamenti e modifiche tali da ricomprendere al suo interno il susseguirsi delle tipologie di guerra così come conosciute nel secolo appena passato.
Tutto ciò si riferisce al sistema delle tutele in cui lo “jus in bello” si rapporta come ordinamento alla comunità costituita dagli Stati cui pertanto si riferiscono essenzialmente le situazioni giuridiche soggettive delle Convenzioni. Da ciò discende che la salvaguardia delle persone assume un profilo preciso laddove è intenzionalmente strutturata alla apposizione di limiti all'uso della forza da parte di uno Stato e a protezione della popolazione (elemento costitutivo dello Stato).

Ed ecco la questione. Tutto il sistema delle convenzioni che, è applicabile ed applicato anche per le così dette “Peace Support operation (PSO)”, è strutturato sulla partecipazione al conflitto di uno Stato, o di Gruppi armati organizzati e quindi poggia su una definizione riconoscibile e riconosciuta delle parti coinvolte. Orbene se questo è vero per gli Stati che intervengono nelle PSO a seguito appunto di una minaccia alla pace, altrettanto non si può dire della situazione locale nella quale si interviene e dove la situazione è molto meno netta. Le PSO si svolgono al di fuori del contesto culturale occidentale che ha dato vita al sistema delle tutele e mettono quindi in crisi le categorie fondamentali su cui sono basate le Convenzioni di Ginevra tra cui quella della legittimazione reciproca dei due contendenti. Entrando in crisi il sistema di riferimento “con la realtà dei conflitti di oggi, è sempre più difficile distinguere tra nemico e criminale (corsivo mio) fino al punto di generare dubbi e contraddizioni a proposito del regime giuridico da applicare ai soggetti ostili catturati: su di essi probabilmente insistono entrambi gli status sia quello di criminale sia quello di combattente (seppur non legittimo), al quale l’ordinamento riconosce lo standard minimo umanitario (art.3 Convenzioni)” [6]

In tale contesto il corpus normativo delle Convenzioni e dei protocolli aggiuntivi seppur di fondamentale importanza per i principi fondamentali enucleabili e punto di riferimento inderogabile per l’azione degli Stati[7] necessita di essere implementato con la previsione dei nuovi contesti e quindi sull’utilizzo di strumenti già previsti (es: Prigioniero di guerra ed internato), in un nuovo contesto che comporti la gestione di situazioni non prevedibili né previste nel secolo scorso.

La III Convenzione di Ginevra sul trattamento dei “prigionieri di guerra” fissa regole precise sul trattamento degli stessi. Elenca minuziosamente quali figure debbano essere considerate tali e detta regole perchè “ i prigionieri devono essere trattati sempre con umanità.”[8]  Ma se la previsione convenzionale si riferisce a determinate parti in conflitto come comportarsi in situazioni di PSO così sfumate dove il prigioniero  non corrisponde alle tipologie previste, e come applicare istituti previsti per situazioni differenti? Ad esempio come comportarsi per il rimpatrio immediato alla cessazione delle ostilità se il prigioniero è tale nel suo Stato perché trattenuto dai Paesi in PSO, e quando hanno termine le ostilità in una operazione di PSO? 

La condizione giuridica degli internati è disciplinata dalla IV Convenzione partendo dalla definizione delle condizioni tassative che giustificano il ricorso a questa misura di sicurezza nei confronti dei cittadini stranieri residenti sul proprio territorio, (artt. 41, 42, 43, 68 e 78), tale che l’internamento può essere ordinati, nei confronti delle persone protette, soltanto se la sicurezza dello Stato lo rende assolutamente necessario.

Ancora, se è vero che le norme prevedono l’internamento solo in specifiche circostanze, e si parla di cittadini stranieri sul proprio territorio, come ci si può comportare qualora si operi in territori di stati terzi e sorga la opportunità di procedere ad un internamento al fine di dividere la popolazione da elementi di guerriglia ostili? L’azione sarebbe, allo stato delle cose, di per se illegittima secondo il diritto internazionale, ma potrebbe essere risolutiva per un contenimento della “vis bellica” nel conflitto locale, riducendo i costi umani soprattutto tra la popolazione civile che è poi uno degli obiettivi primari della PSO. Va da se che tale l’azione sarebbe quella da prevedere mentre il trattamento riservato ai prigionieri ed internati sarebbe quello garantito dal corpus giuridico delle convenzioni.

Da quanto sopra emerge chiaramente come le disposizioni presuppongono uno scenario militare ampiamente superato dai fatti e non rispondono a domande di primaria importanza.
In conclusione, il corpus normativo posto a tutela di principi fondamentali  di “umanità” durante l’esercizio di una “vis bellica” è stato posto a metà del secolo scorso sulla scorta delle esperienze maturate nel corso del XIX secolo e delle due guerre mondiali. Questo corpus rappresenta quanto di più avanzato in tema di protezione sia dei belligeranti che delle parti coinvolte. Ma la questione è proprio qui, nelle parti coinvolte che nel tempo sono cambiate sia nello specifico che nei ruoli che assumono. Occorre a questo punto una nuova convergenza internazionale che faccia fare un ulteriore passo avanti al sistema  delle tutele laddove si ponga la questione dell’individuazione delle parti coinvolte nei nuovi conflitti di PSO, ma anche e soprattutto una profonda analisi sui metodi e sugli obiettivi connaturato al nuovo tipo di operazioni al di fuori dei confini nazionali. La questione prima o poi dovrà essere affrontata anche facendo riferimento all’impiego della forza in un contesto ad alta pericolosità dove a fronte di una parte riconosciuta, spesso sfumate e non riconoscibili sono le altre parti, non necessariamente rappresentanti di uno Stato o parte di esso, che quindi non sentono di doversi confrontare con il sistema delle convenzioni di Ginevra.
Si tratta di una questione che necessariamente deve avere il tempo di sedimentarsi laddove l’applicazione del sistema di tutele codificato si scontra con la necessità di adeguare gli strumenti previsti alle nuove realtà, nuove realtà che in quanto tali devono ancora trovare una collocazione all’interno di un sistema di tutele che non riconosce la situazione.
Deve peraltro constatarsi che i tempi non sembrano ancora maturi, l’esigenza di intervenire ancora non si è adeguatamente strutturata per poter essere oggetto di dibattito, ma certamente dovrà emergere per dare una adeguata soluzione alla questione da parte dell’occidente codificatore che dovrà confrontarsi con la realtà di nuove regole e di un nuovo codice di condotta. 


[1] "Il Secolo breve" di Eric J.Hobsbawm - Rizzoli Luglio 1999
[2] “Il ruolo del Parlamento e l’assetto dei rapporti fra Camere e Governo nella gestione dei conflitti armati”, Prof.Paolo Carnevale Roma 12 aprile 2002

[3] “la lotta volta a controllare o anche eliminare, tali organizzazioni o reti (inclusi piccoli gruppi di terroristi), è profondamente diversa dalle grandi operazioni belliche, ma va anche notato che in questo modo si vengono a confondere le azioni di due differenti tipi di forze armate. Una di queste forze – che possiamo indicare come i soldati – è diretta contro altre forze armate con l’obiettivo di sconfiggerle. L’altra – che indicheremo come la polizia – ha il fine di mantenere o ristabilire il grado di legge e ordine pubblico richiesto all’interno di una entità politica esistente, in genere uno Stato. La vittoria, che non ha necessariamente una connotazione morale, è l’obiettivo della prima forza; portare i trasgressori della legge di fronte alla giustizia – cosa cha ha invece una connotazione morale – è lo scopo della seconda.” E. J. Hobsbawnm “Imperialismi” Rizzoli 2007.
[4] Art.2 convenzioni di Ginevra
[5] "nei casi non compresi nelle disposizioni adottate, le popolazioni civili e i belligeranti restano sotto la salvaguardia e l'imperio dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti fra nazioni civili, dalle leggi dell'umanità e dalle esigenze della pubblica coscienza".
[6] “Guerra e Costituzione”, Dr. Giuseppe Severini Consiglio di Stato e Consigliere del Ministro della Difesa. Roma 6.12.2005 CEMISS
[7] parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia l'8 luglio 1996, nel quale si afferma che i principi fondamentali del Diritto Internazionale Umanitario costituiscono "principi inviolabili del diritto internazionale consuetudinario".

[8] Art.13 III Convenzione di Ginevra

martedì 5 febbraio 2013

La Battaglia di Stalingrado nel 70 anniversario


В РЦНК откроется фотовыставка, посвященная 70-летию окончания Сталинградской битвы

8 февраля в 17:00 в Российском центре науки и культуры открывается фотовыставка, посвященная 70-летию окончания Сталинградской битвы.
200 дней и ночей, с 17 июля 1942 года по 2 февраля 1943 года, при непрерывно возрастающем напряжении сил обеих воюющих сторон – Советского Союза и гитлеровской коалиции – продолжалась Сталинградская битва.
По продолжительности и ожесточенности боев, по числу  участвовавших людей и количеству боевой техники она превзошла все сражения мировой истории. Битва  развернулась на огромной территории, на отдельных этапах с обеих сторон в ней участвовало свыше двух миллионов человек, до двух тысяч танков, более двух тысяч самолетов, до 26 тысяч орудий.
Многие государственные и политические деятели высоко оценили победу советских войск в той битве. Король Великобритании Георг VI прислал дарственный меч, на клинке которого на русском и английском языках было выгравирована надпись «Гражданам Сталинграда, крепким, как сталь».
Победа советских войск в Сталинградской битве является крупнейшим военно-политическим событием, которое оказало определяющее влияние на ход Второй Мировой войны.
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Каждый вторник февраля РЦНК приглашает Вас на просмотр фильмов о Великой Отечественной войне.
Итальянские субтитры, начало просмотров в 19:00.
Расписание:
5 февраля – «А зори здесь тихие». Часть 1 (Режиссер С.Ростоцкий)
12 февраля  – «А зори здесь тихие». Часть 2
19 февраля – «Они сражались за родину».  (Режиссер С.Бондарчук)
26 февраля – «Летят журавли». (Режиссер М.Калатозов)

Монумент
                            Родина-мать в Волгограде


La mostra fotografica dedicata al 70-esimo anniversario della fine della Battaglia di Stalingrado

L’8 febbraio alle ore 17.00, presso il Centro Russo di Scienza e Cultura, sarà inaugurata la mostra fotografica dedicata al 70-esimo anniversario della fine della Battaglia di Stalingrado.
La battaglia durò duecento giorni e notti, dal 17 luglio 1942 fino al 2 febbraio 1943, in un crescendo di sforzi bellici delle parti in lotta – l’Unione Sovietica e la coalizione di Hitler.
Per durata e accanimento, per numero di partecipanti e armi utilizzate, quella di Stalingrado può essere definita la maggiore tra le battaglie della storia mondiale. La battaglia di Stalingrado si svolse su un territorio di estensione enorme, certe sue fasi videro la partecipazione di oltre due milioni di combattenti, di più di duemila carri armati ed altrettanti aerei da combattimento, oltre all’utilizzo circa 26 mila armamenti pesanti di vario tipo.
La vittoria dell’esercito sovietico nella Battaglia di Stalingrado è senza dubbio l’evento di guerra e politico che maggiormente risultò  per l’andamento della Seconda guerra mondiale.
Tante furono così le autorità politiche e i capi di stato che lodarono altamente quella vittoria. Il Re d’Inghilterra, ad esempio, inviò per l’occasione una spada con incisa sulla lama questa scritta: “Ai cittadini di Stalingrado, forti come l’acciaio”.

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Ogni martedì il Centro russo di scienza e cultura invita alla proiezione dei film dedicati alla Grande Guerra Patriotica, con sottotitoli in italiano. L’inizio della proiezione è alle ore 19.00.
5 febbraio:  «Qui le aurore sono silenziose», parte I (regia S. Rostotzkij)
12 febbraio: «Qui le aurore sono silenziose», parte II (regia S. Rostotzkij)
19 febbraio: «Hanno combattuto per la patria» (regia S.Bondarchuk)
26 febbraio: «Quando volano le cicogne» (regia M.Kalatozov)