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venerdì 8 maggio 2020

La prigionia nella II Guerra Mondiale

I prigionieri catturati dagli inglesi nella guerra 1940-1943
dell’Ammiraglio Gino Galuppini
a cura di Giovanni Cecini

Gli Storici, quelli con la “S” maiuscola, titolari di cattedre universitarie, o, più semplicemente “cultori della materia” hanno versato i famosi “fiumi di inchiostro” sulla infelice guerra combattuta dall’Italia al fianco della Germania dal 10 giugno 1940 all’8 settembre 1943.
Nessuno di loro, però, si è occupato in modo particolare dei prigionieri.
Infatti i prigionieri “non fanno storia”: tutt’al più si dichiara che sono stati catturati, o perduti, “tot” prigionieri.
Ovviamente i libri di storia compilati dagli Uffici Storici dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica trattano ben poco dell’argomento, altrettanto ne fecero i giornali italiani dell’epoca, ricordiamo “Epoca fascista”, nella quale certe verità non potevano essere dette.
Se i giornali italiani non ne parlavano, i giornali inglesi dell’epoca, viceversa, ne parlavano e “con abbondanza”. Io sono andato a leggermi i “Times” di Londra dal 10 giugno 1940 in poi, elencando le date dei fatti d’arme e il numero dei prigionieri catturati, nonché quello degli aerei abbattuti e dei piloti catturati.
Ma anche sul “Times” non ho trovato documenti sulla cattura che è oggetto di questo scritto.
Unico accenno reperito è stato sul “Mattino” di Napoli del 20 giugno 1940 che parla del rientro in patria della motonave Calitea «giunta a Siracusa con i profughi dell’Egitto», dimenticando di dire che a bordo vi erano anche 66 membri dell’equipaggio e 298 passeggeri della, ormai “ex”, motonave Rodi catturata dagli inglesi.
Il Calitea fu fatto partire da Malta la sera del 12 giugno e giunse a Siracusa il mattino del 13.
Allora il lettore si domanderà: «come faccio a sapere questa storia?». E’ semplice: l’ho appresa dalla viva voce di uno di questi “prigionieri della prima ora”, l’allora tenente di artiglieria Vittorio Monaco, compagno di prigionia, nonché compagno di casa “50 anni dopo”.
Come è noto, la guerra tra la Germania contro la Francia e Inghilterra, iniziò nel settembre 1939, ma da tale data fino al 10 giungo 1940 l’Italia non fu coinvolta e rimase nello status di “non belligeranza”.
In questa posizione, attraverso l’Italia potevano giungere in Germania materiali strategici, quindi Francia e Gran Bretagna esercitarono un “blocco navale” nel Mediterraneo, consistente nel fermare le navi dirette a porti italiani ed ispezionarne il carico, per evitare il contrabbando di materiali strategici.
Queste ispezioni del carico, oltre che sulle navi mercantili, venivano effettuate anche sulle navi passeggeri e sulle navi “miste”, come la motonave Rodi della Società di Navigazione Adriatica.
I fatti si svolsero come segue.
Circa alle ore 12 del 9 giugno 1940, la motonave Rodi, in servizio sulla rotta “Isole italiane dell’Egeo” e Trieste, si trovava in navigazione al largo di Capo Malia (Malias Akra), estremità sud del Peloponneso, in viaggio da Rodi a Trieste con 305 passeggeri a bordo.
In quella posizione fu fermata da una nave da guerra inglese, che mandò a bordo un ufficiale e alcuni marinai armati, con l’ordine di dirottarla a Malta.
Per il personale di bordo questa era “normale amministrazione” però questa volta vi era l’aggravante di dover andare a Malta per effettuarla e non, come sempre, in mare aperto. (Si ricorda che Malta era una colonia inglese).
La Rodi giunse a La Valletta alle 17:30 del 9 giugno e fu sottoposta alla consueta ispezione, ma non fu lasciata ripartire, ma fatta ormeggiare a Marsa Scirocco, sotto la sorveglianza di un picchetto armato.
Questo anomalo comportamento mise in stato di agitazione sia i passeggeri che l’equipaggio per tutto il giorno 10.
Alla sera del 10 giugno, Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia annunciò agli italiani l’entrata in guerra dell’Italia.
All’epoca non c’era la televisione, ma c’era l’EIAR: Ente Italiano Audizioni Radiofoniche che lo trasmise “al mondo”.
Il discorso ovviamente, fu ascoltato dai passeggeri della Rodi, che compresero il “perché” della prolungata sosta a Malta.
Da una relazione compilata dal Commissariato di bordo Ottavio De Vescovi al suo rientro a Siracusa il 14 giugno 1940, risulta che la notizia suscitò il giubilo dei passeggeri.
Ma c’era poco da “giubilare”. Il mattino dell’11 giugno, alle ore 6:00, la Rodi si trasferì da Marsa Scirocco al Gran Harbour, e fu fatta ormeggiare a fianco del Calitea altra motonave dell’Adriatica fermata a Malta il mattino del 9 giugno.
La Rodi fu dichiarata “preda bellica” e si iniziò un controllo dei passeggeri: quelli che risultarono militari furono dichiarati “prigionieri di guerra”.
La loro identificazione fu facile perché viaggiavano “a tariffa militare”. Furono fatti prigionieri i seguenti militari: tenente colonnello fanteria Guido Puchetti, tenente di vascello Silvio Giangrande, tenente artiglieria Vittorio Monaco, tenente fanteria Carlo Mariotti, sergente maggiore Nicola Coniglio e un aviere di cui non ricordo il nome. Inoltre un civile: l’operaio delle officine del Regio Esercito Fausto Labonia, che viaggiando “a tariffa militare” a scanso di equivoci fu incluso fra i P.O.W. [prigionieri di guerra].
A questi “prigionieri per documento di viaggio” se ne aggiunse uno “volontario” in quanto dichiarò di essere un ufficiale di complemento che rientrava in Italia perché richiamato; era il sottotenente Giovanni D’Orlandi, cittadino italiano residente in Egitto, figlio del medico personale di re Faruk, che fu subito incluso nel gruppo.
Questi sette militari, essendo stati dichiarati prigionieri di guerra il mattino dell’11 giugno 1940 sono senz’altro da considerare i primi catturati nella guerra 1940-43.
Come detto più sopra, la motonave Rodi fu dichiarata “preda bellica” e ribattezzata Empire Star e navigò sotto bandiera inglese per tutta la guerra. Affondò il 29 settembre 1945 per incendio a bordo mentre navigava tra Chios e Rodi.
L’equipaggio fu dichiarato “internato civile” ma non se ne conosce la sorte. Furono catturati: il comandante Eugenio Verga, i due ufficiali di coperta, Giuseppe Gay e Mario Depangher, il direttore di macchina Giuseppe Varriale, i due ufficiali di macchina, Giovanni Wetzl e Giulio Crauser, il marconista Napoleone Zani, 6 fra marinai e fuochisti.
Furono lasciati rimpatriare il commissario Ottavio De Vescovi, 20 fra marinai e fuochisti e 40 del personale di camera.
In totale 66 membri dell’equipaggio e 298 passeggeri, che, trasferiti sul Calitea, partirono da Malta la sera del 12 giugno e giunsero a Siracusa il mattino del 13.
Come ho detto all’inizio, forse “per ordini superiori” la stampa non si occupò del caso, fuorché il “Mattino” di Napoli, dopo una settimana e trattando solo dei rimpatriati dall’Egitto.
Mentre i militari catturati sul Rodi si possono considerare i primi prigionieri di guerra, non così gli ufficiali e i marittimi catturati a Malta.
Infatti il 10 giugno 1940 ben 28 navi per 144.658 t.s.l. si trovavano nei porti inglesi e furono confiscate e gli equipaggi internati. Altre 68 navi per 415.724 t.s.l. che si erano rifugiate in porti neutrali, ma che poi ruppero le relazioni con l’Italia, furono anch’esse confiscate e gli equipaggi internati.
Poiché il 10 giugno 1940 ben 179 navi mercantili per 1.026.000 t.s.l. non avvertite dell’imminente dichiarazione di guerra si trovavano in navigazione o in porti esterni, ne rimangono 83 che, rifugiate in porti di nazioni neutrali, vi rimasero internate, e, quando possibile, gli equipaggi furono rimpatriati durante la guerra, ma di questo ben pochi storici se ne s

mercoledì 29 aprile 2020

Prigionia Prima Guerra Mondiale. Austriaci in mano Italiana. Estratti di Corrispondenza 2

Dal prigioniero Tenente Rudolf Valduiger, a Frl. Poldi Stenier Vienna X, cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Dopo tre anni di fatiche, mi trovo nuovamente accomodato. Non ti puoi immaginare la mia contentezza. Sono arrivato qui ieri. Fui lietamente sorpreso; qui tutto è meraviglioso. Pensa: dopo 1 anno e mezzo mi sedetti finalmente a tavola con tovaglia e tovaglioli. Qui abbiamo una bella sala da pranzo comune; una camera da letto ben pulita e anche libertà di movimento e passeggio. Raccontarti quello che ho patito in questi tre mesi sarebbe troppo! Qui si tratta da Ufficiali!".

Dal prigioniero Alfiere Ernst Popper, a Sig.ra Marta Amann Vienna XIII, cartolina da Portoferraio, in data 3-1-1916.
"Non è da descrivere tutto quanto abbiamo subito, ufficiali e uomini, in questi due mesi di marce forzate di strapazzi, di fame e avversità e maltrattamenti. Sono sano – quand meme – e godo ora, con grande mia gioia, il beneficio, in ogni detaglio, della civiltà europea".


 Dal prigioniero tenente Heinrich Goschel, a Sig.ra Adi Goschel Vienna IV, cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Passate le lunghe settimane di stenti, attraverso la Serbia e l'Albania, venimmo presi in consegna dall'Italia ed ora ci troviamo all'Isola d'Elba. Il passaggio dagli strapazzi albanesi al trattamento eccellente italiano è indescrivibile!"

Dal priogioniero Maggiore d'Intendenza Giovanni Wenley, a Sig.ra Giovanna Wenley Graz, cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Ieri, dopo 10 settimane di rinunce di ogni genere e di erramenti sono qui arrivato, nel fu eremitaggio di Napoleone. Contro ogni aspettativa qui siamo trattati bene, siamo ridiventati e riconsiderati uomini... Speriamo che ormai nessun ulteriore disturbo ci capiti e che questa miseria finisca presto."

Dal prigioniero A. de Baldass, a Signora v. Baldass Vienna, lettera da Ospedaletto da campo 90 Z. di G. In data....
"...come sono stato curato con tale distinzione, come se avessi fatto non so che, e tutti, dal piantone al Colonnello erano veramente commoventi nel loro zelo di esaudire ogni possibile mio desiderio."

Dal prigioniero Wolfgang Battista, a Brand Mary Monaco di Baviera, lettera da Pinerolo in data 4-1-1916.
"...Qui non c'è nulla di nuovo; tutto procede tranquillamente come se la guerra non ci fosse e se non fosse per i giornali e le uniformi grigie non si saprebbe che c'è. Qui vivono italiani in massel, che continuano tranquillamente a fare i loro affari e si fanno acquisti presso di loro come prima. Anche a teatro non ci si accorge che c'è la guerra."

martedì 21 aprile 2020

Prigionia Prima Guerra Mondiale. Austriaci in mano Italiana. Estratti di Corrispondenza 1


Roma, 27 gennaio 1916

R. ESERCITO ITALIANO
COMANDO SUPREMO
RIPARTO OPERAZIONI
UFFICIO INFORMAZIONI
N. 1155 di protocollo Uff. Int.

OGGETTO: Brani di corrispondenze di prigionieri di guerra
AL MINISTERO DEGLI INTERNI – Ufficio Stampa

Il Ministero per le PP. e TT. ha trasmesso a questo Comando alcuni stralci  di corrispondenze di prigionieri di guerra austro-ungarici.
Degni di rilievo sono i brani riportati nell'annesso allegato, per le espressioni che appaiono sincere, del compiacimento dei prigionieri per la nostra civiltà, i nostri costumi ed il benevolo trattamento, cui sono assoggettati.
Questo Comando è del parere che convenga far conoscere al pubblico i detti brani e pertanto rivolga preghiera a cotesto ministero di volere, se condivide tale parere, far dare loro diffusione a mezzo della stampa.

IL SOTTOCAPO DI STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO
Diaz

Estratti di corrispondenze di prigionieri di guerra

Dal prigioniero Dr. Plolm, a Frl. Nelly Dahlmann Dresda A., cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Siamo diventati globe-trotters: passato attraverso la Serbia, l'Albania, acque italiane, parte di Sardegna, isola Asinara e finalmente all'isola d'Elba nostra dimora fissa. Calchiamo terreno storico pieno di ricordi di Napoleone, siamo trattati bene e bene alloggiati. Abbiamo una bella vista sul porto pittoresco, sul mare. La popolazione è vivece. Qui sembra di sentire l'alito di una grande cultura millenaria, tutta propria, originale".

Dal prigioniero Alfiere Richard Epstein, a sig. Adolf Epstein Neuern Boemia, cartolina da Portofferaio, in data 2-1-1916.
"I due mesi di marcia fra Nix e Vallona e gli strapazzi stenti, la fame, ecc. e finalmente la tanto sospirata consegna a mani italiane; il trattamento qui è più che umano; ci trattano da ufficiali".

Dal prigioniero Tenente Adam Kliebhan, a cont. A Michael Kliebhan in Brandhof Boemia, cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Quando siamo arrivati a Vallona, strapazzati, pezzenti ed affamati, gli italiani si meravigliarono del nostro enorme appetito. Ora ci siamo rimessi in buona salute".

Dal prigioniero Alfiere Alfred Weiss, a Emil Weiss Praga, cartolina da Portofferaio, in data 2-1-1916.
"Cerco di dimenticare al più presto l'Albania e la Serbia!...Ora siamo nuovamente in possesso della civiltà. Siamo fra uomini di cultura. Non temere più di me".

Dal prigioniero colonnello Leopold Edlmann, a Marie Edlmann Vienna IV cartolina da Portoferraio, in data 2-1-1916.
"Il giorno Capodanno sono arrivato all'Isola d'Elba, ove 100 fa abitò Napoleone. Qui si sta molto meglio che in Serbia".

(il post segue in data 30 aprile 2020

martedì 7 aprile 2020

Ricerca in Corso

        Birkfeld (Stiria)
        Braunau (Austria)
        Mathausem (Austria)
        Feldback (Steiemark - Stiria)
         Marchtrenck (Obe Ost - Alta Austria)
         Aschach a.d. Donau  - Ober Ost (con correzione Branau)
        Marchtrenk (con correzione Krieglach - Ober Ost - Alta Austria)
         Ellwangen (Württemberg – Germania)
         Alten Grabow (Germania)

       Kirsanoff (Kirsanov) nel frontespizio Umauria (?) si tratta certamente di un irredento di lingua italiana

martedì 31 marzo 2020

Prima Guerra Mondiale: Austriaci prigionieri in Italia. Colle di Tenda. Festeggiamenti in onore di Francesco Giuseppe


LEGIONE TERRITORIALE DEI RR. CARABINIERI
DI TORINO
DIVISIONE DI CUNEO
N. 108/I R°
Cuneo, 1 settembre 1915

OGGETTO: Festeggiamento del genetliaco dell'Imperatore d'Austria da parte degli ufficiali austriaci prigionieri al Forte del Colle di Tenda
Al Comando della Divisione Territoriale di Cuneo
RISERVATO

In esecuzione degli ordini verbali ricevuti da cotesto Comando, ho l'onore di comunicare qui di seguito il risultato dll'inchiesta che ho eseguito alla Fortezza del Colle di Tenda sull'oggetto a margine.
Il 18 agosto testè decorso, ricorreva il genetliaco dell'Imperatore d'Austria. In previsione di questa ricorrenza gli ufficiali prigionieri, avevano parecchi giorni prima, insistentemente domandato al Signor Comandante del forte, pel tramite del Sottotenente maletti Sig. Gaspare, del 27° Battaglione di M.T. - che ha l'incarico della loro sorveglianza e del loro governo – il permesso di solennizzare quella ricorrenza con un pranzo speciale, allestito secondo le loro costumanze. All'uopo domandarono pure l'orario stabilito per la durata del pranzo che normalmente è dalle 19,30 alle 21,30 venisse, per la circostanza, variato e prolungato.
Il comandante del Forte, Capitano Pilati Cav. Pietro aderì alle richieste dei prigionieri stabilendo che il pranzo del 18 agosto avesse luogo dalle 18,15 alle 22. La misura del pranzo, minuta sulla quale il comandante del Forte non ebbe motivo di fare obiezioni, fu la seguente:
Prosciutto, un uovo sodo a testa, burro
Arrosto di maiale con patate
Minestra di brodo di gallina
Galline lessate
Insalata verde
Insalata di cetrioli sott'aceto
Insalata di cetrioli freschi
Insalata di cavoli
Dolce (torta alla frutta)
Formaggio Emmenthal
Frutta (uve, pesche, pere, aranci)
Caffè, liquori – Champagne
Durante il pranzo regnò un'insolita allegria, ma un'allegria composta, signorile. Pareva che i prigionieri, compenetrati della solennità della ricorrenza, volessero mostrarsi degni di essa con un migliore, non abituale comportamento; giacchè giova notare che quella sera nessuno trasmodò: nessuno si ubriacò: cosa questa non infrequente.
Verso la fine del pranzo, il Tenente di Vascello
Woschech Wenzel
uno di quelli che evase – fece un brindisi nella sua lingua, ascoltato in piedi dai 24 commensali, giacchè mancava il 1° Tenente
Jasprica Giovanni
Il quale, com'è noto, vive appartato perchè su di lui grava l'accusa dei camerati di aver mancato in guerra ai suoi doveri.
Alla fine del brindisi tutti gridarono ad alta voce il tradizionale Hoch! Hoch! Hurrah! e poi intonarono un coro, una specie di inno nazionale che assomiglia ad una nenia. Anche qui è bene notare che questo canto corale veniva spesso cantato a fin di tavola.
Al pranzo i 24 ufficiali pasteggiarono unicamente con Chamapgne e vino bianco e consumarono in tutto 13 bottiglie di Champagne, marca Buches Fils e 6 bottiglie di moscato Spumante di Asti. Inoltre col caffè sorbirono vari liquori.
Alle 22 ora stabilita, tutti si ritirarono scortati dall'ufficiale e dai soldati adibiti alla loro sorveglianza, senza il minimo incidente. Uno di essi, anzi, che s'era permesso di zufolare con aria distratta, in presenza del Sottotenente Signor MALETTI venne da questi ripreso; e l'ufficiale prigioniero smise subito, chiedendo scusa.
Accanto la sala da pranzo dei prigionieri, esiste – divisa da una semplice porta chiusa – la mensa dei Signori Ufficiali del Forte, mensa che è frequentata pure da quasi tutte le famiglie degli ufficiali stessi, che sono alloggiate nella Fortezza:
in tutto 6 signore, 1 signorina, 1 giovanotto e 7 bambini.
Mentre i prigionieri pranzavano, anche gli Ufficiali del Forte con le loro famiglie desinavano: e siccome in quel giorno – 18 agosto – ricorreva pure l'onomastico di S. M. la Regina Elena, la consorte del Capitano Cavalier PILATI Comandante del Forte, propose un brindisi alla Sovrana esclamando: "Viva Casa Savoia". Questo brindisi non aveva però il carattere di una controdimostrazione, di una specie di ritorsione come potrebbe sembrare dalla lettura dell'annesso articolo di giornale, ma nacque spontaneo e fu naturale data la ricorrenza nello stesso giorno, come si è detto, dell'onomastico della nostra Regina.
Il giorno seguente, 19 agosto, l'Avvocato Francesco lanza consigliere Provinciale dei Mandamenti di Limone piemonte e Tenda, redattore del Giornale d'Italia, che aveva sollecitato ed ottenuto dal Capitano cavlier Pilati il permesso di poter visitare il Forte, giunse alla Fortezza del Colle di Tenda, verso le ore 10, con la moglie, due suoi figli ed un altro bambino, figlio del Sindaco di Tena. Venne ricevuto dagli Ufficiali presenti, e poscia venne invitasto a colazione. Egli vide due volte i prigionieri nell'ora in cui prendevano aria nel piazzale interno della Fortezza, ma non glielo avrebbero permesso.
Comunque egli si ritenne lungamente con le Signore e con la Signorina alloggiate nel Forte; sicchè non è azzardata l'ipotesi che il Cavlier Lanza abbia da esse appresa la notizia del festeggiamento, da parte degli Ufficiali prigionieri del genetliaco dell'Imperatore d'Austria, notizia che, fra tante altre, è apparsa nell'articolo inserto a pag. 3 del n. 235 del Giornale d'Italia del 24 agosto u.s. dal titolo: "Tra gli ufficiali austriaci prigionieri sul Colle di Tenda". Gli Ufficiali, infatti, hanno dichiarato che essi serbarono col visitatore il più assoluto riserbo su questo argomento.


martedì 3 marzo 2020

Legislazione sulla Prigionia di Guerra 1907


CONFERENZA DELLA PACE DELL'AIA – 1907
Regolamento concernente le leggi e le consuetudini
della guerra terrestre
(annesso alla IV Convenzione)

sezione I. Dei belligeranti
Capitolo II: Dei prigionieri di guerra

Art. 4
I prigionieri di guerra sono soggetti al potere del Governo nemico, non a quello degli individui o reparti che li hanno catturati.
Devono essere trattati con umanità.
Tutti i beni personali che a loro appartengono, eccetto le armi, i cavalli e i documenti militari, restano di loro proprietà.

Art. 5
I prigionieri di guerra possono essere soggetti ad internamento presso città fortificate, campi o altre destinazioni, con l'obbligo di non allontanarsi da esse oltre certi confini stabiliti; non possono però essere rinchiusin se non per ragioni di sicurezza indispensabili, e solamente per la durata delle circostanze che muovono tali ragioni.

Art. 6
Lo Stato può utilizzare come lavoratori i prigionieri di guerra, secondo le loro capacità ed attitudini, a eccezione degli ufficiali. Questi lavori non devono essere eccessivamente pesanti ed avere alcun rapporto con le operazioni di guerra.
I prigionieri possono essere autorizzati a lavorare per le amministrazioni pubbliche o private, o autonomamente.
I lavori prestati per lo Stato sono pagati con la stessa tariffa in vigore per i militari dell'esercito nazionale che dovessero eseguire gli stessi, o, se tale tariffa non fosse calcolabile, con un compenso idoneo alla prestazione offerta.
Quando i lavori sono eseguiti per conto di amministrazioni pubbliche o privati, le condizioni di pagamento sono regolate con l'autorità militare.
Il salario dei prigionieri contribuirà a migliorare la loro condizione e la parte avanzante sarà loro restituita al momento della liberazione, salvo sottrarre le spese di mantenimento.

Art. 7
Il Governo in carica nel periodo in cui vengono trattenuti i prigionieri è responsabile del loro mantenimento.
In mancanza di accordi speciali tra belligeranti, i priginieri di guerra sono trattati per alimentazione, pernottamento e vestiario, alla stregua delle truppe del Governo che li ha catturati.

Art. 8
I prigionieri di guerra sono soggetti alle leggi, regolamenti ed ordinamenti in vigore nell'esecito dello Stato in cui si trovano. Tutti glin atti di insubordinazione, a loro riguardo, autorizzano le misure di rigore necessarie.
I prigionieri evasi, che vengano catturati prima di raggiungere il loro esercito o prima di abbandonare il territorio occupato dell'esercito catturante, sono passibili di pene disciplinari.
I prigionieri che, dopo essere riusciti ad evadere, vengano ricatturati, non sono passibili di alcuna pena per il fatto precedente.

Art. 9
Ciascun prigioniero di guerra è tenuto a dichiarare, se interrogato, il vero nome e grado e, nel caso infranga questa regola, si espone ad una restrizione dein diritti spettanti ai prigionieri di guerra del suo stesso grado.

Art. 10
I prigionieri di guerra possono essere messi in libertà sulla parola, se la legge in vigore nel loro paese lo autorizza, ed, in tal caso, sono obbligati, sotto la garanzia del loro onore personale, ad adempiere scrupolosamente, sia di fronte al proprio Governo che a quello che li ha fatti prigionieri, agli impegni contratti.
Nello stesso caso, il loro Governo non deve esigere alcun servizio contrario alla parola data.

Art. 11
Un prigioniero di guerra non può essere costretto ad accettare la sua libertà sulla parola; nella stessa misura il Governo nemico non è obbligato ad accettare la domanda del prigioniero che vuole essere liberato sulla parola.

Art. 12
Tutti i prigionieri di guerra, liberati sulla parola e ricatturati mentre combattono contro il Governo con il quale avevano stipulato il patto d'onore o contro i suoi alleati, perdono il diritto di essere trattati da prigionieri di guerra e possono essere portati in giudizio in tribunale.

Art. 13
I soggetti che seguono un esercito senza farvi direttamente parte, come corrispondenti ed i reporters dei giornali, i vivandieri, i fornitori, che cadono in mano nemica e che il nemico ritenga utile detenere, hanno diritto al trattamento di prigionieri di guerra a condizione che siano muniti di legittimazione da parte dell'autorità militare che essi accompagnavano.

Art. 14
E' costituito, all'inizio delle ostilità, in ciascuno degli Stati belligeranti, e, nel caso, nei paesi neutrali che ospitino prigionieri nel loro territorio, un ufficio, incaricato di risponere ad ogni domanda che li riguardi, raccoglie in differenti sezioni competenti tutte le indicazioni relative ad internamenti, trasferimenti, rilasci sulla parola, evasioni, ricoveri in ospedale, decessi e gli altri dati necessari per creare ed aggiornare giornalmente una scheda personale per ciascun prigioniero di guerra. L'ufficio dovrà riportare su tale scheda il numero di matricola, il nome e cognome, l'età, il luogo d'origine, il grado, il corpo d'appartenenza, le lesioni e l'eventuale decesso e tutte le osservazioni particolari. La scheda individuale sarà consegnata all'altro Governo belligerante al termine del conflitto.
L'ufficio informazioni è ugualmente incaricato di raccogliere e depositare tutti gli oggetti d'uso personale, valori, lettere, ecc. che vengano trovati sul campo di battaglia o lasciato dai prigionieri rilasciati sulla parola, scambiati, evasi o deceduti negli ospedali e ambulanze, e di consegnarli agli interessati.

Art. 15
Le società di soccorso per i prigionieri di guerra regolarmente costituite secondo le leggi dei loro paesi e aventi per ragione sociale l'intermediazione dell'azione caritativa, riceveranno, da parte dei belligeranti, per loro e per i loro agenti, debitamente accreditati, tutte le facilitazioni, nei limiti delle necessità militari e delle regole amministrative, per svolgere efficacemente il loro compito umanitario. I delegati di queste società potranno essere ammessi a distribuie soccorsi nei depositi di internamento, così come nei campi di tappa per i prigionieri rimpatriati, mediante un permesso personale rilasciato dall'autorità militare, e prenderanno impegno scritto di sottomettersi a tutte le misure d'ordine e di polizia che vengano prescritti.
Art. 16
Gli uffici informazioni goderanno di regime di frnachigia. Le lettere, i vaglia postali, il denaro ed i pacchi postali destinati ai prigionieri di guerra e spediti a loro, saranno esentati da tutte le tasse postali, sia nei paesi d'origine e di destinazione, così come nei paesi intermediari.
I doni ed i pacchi alimentari destinati ai prigionieri di guerra saranno ammessi in franchigia di tutte le tasse d'importazione e di trasporto ferroviario statale.

Art. 17
Gli ufficiali prigionieri riceveranno il soldo a cui hanno diritto gli ufficiali dello stesso grado del paese in cui sono detenuti, a titolo di rimborso per il loro Governo.

Art. 18
Piena libertà è lasciata ai prigionieri di guerra per l'esercizio della loro religione, compresa l'assistenza per l'ufficio del loro culto, con l'unica condizione delle misure d'ordine e di polizia prescritte dall'autorità militare.

Art. 19
I testamenti di guerra dei prigionieri di guerra sono redatti con le stesse modalità prescritte per i militari dell'esercito nazionale.
Valgono le stesse regoile per quel che concerne le constatazioni di decesso, l'inumazione dei prigionieri di guerra tenendo conto del loro grado e rango.

Art. 20
Dopo la conclusione del conflitto, il rimpatrio dei prigionieri si effettuerà nel minor tempo possibile.

martedì 18 febbraio 2020

14156° Reggimento Brigata Alessandria 21 maggio 1917


PIETRO BONCI
RELAZIONE PRIGIONIA

RELAZIONE DEL TENENTE LO GATTO SIG. ETTORE
Azione militare
La mia cattura avvenne il mattino del 21 maggio 1916 a Costesin nel Trentino. Partito in camion da Trivignano il 19 arrivai a Ghertele la sera del 20; era con me solo un numero esiguo di uomini del mio plotone: gli altri seguivano in altri camions. Appena disceso al Ghertele ebbi ordine di recarmi immediatamente con gli uomini che erano con me a Mandriele dove avrei trovato il mio capitano che era arrivato prima e che mi avrebbe dato indicazioni ed ordini. Durante la via tra Ghertele e Mandriele si unì a me un altro ufficiale della compagnia sottotenente Vincenzo De Simone che aveva con sé altri uomini della compagnia. Arrivati al Mandriele non trovammo alcuno. Allora io mi avviai per la via di Campo Rosà, seguendo le indicazioni di un piantone del Comando di Mandriele, il quale ci disse che tutta la truppa in arrivo doveva avviarsi in quella direzione. Lungo la via trovammo il capitano che risaliva per accompagnarci giù. Passammo la notte completamente allo scoperto, ignari del tutto del punto preciso dove ci trovavamo. Non sapevamo altro che a Costesin avremmo trovato il Colonnello signor Menzinger, comandante del 2° battaglione che avrebbe disposto di noi. Il capitano ci disse che la prima linea era lontano almeno un chilometro ancora. A me disse di avere avuto l'impressione che la situazione doveva essere grave, ma di non saper altro. Verso l'alba egli con gli altri ufficiali e soldati della compagnia ed altri ufficiali del battaglione, per ordine ricevuto, si recò in ricoveri  coperti. Mi recai anch'io da lui per aver ordini. Nei ricoveri non c'era posto per i miei uomini (meno di una trentina). Il capitano mi ordinò di farli avvicinare per quanto fosse possibile al costone per proteggerli dal bombardamento nemico che era incominciato  e infuriava violentissimo. Invitò me a restare nel ricovero, potendo le due squadre presenti restare affidate ai graduati. Preferii restare allo scoperto con i miei uomini. Unico riparo dalla schegge dei proiettili mi diedero alcune tavole appoggiate al costone. Il bombardamento, quasi affatto controbattuto dalla nostra artiglieria, infuriò per circa 2 ore. Oltre i miei uomini si trovavano completamente allo scoperto uomini del 2° battaglione e vari ufficiali. Il colonnello Sig. Menzinger ed altri ufficiali del 2° battaglione erano alla mia destra alla distanza di un centinaio di metri dal punto dove io mi trovavo e dove cadevano proiettili senza tregua: seppi appena preso prigioniero, che essi erano stati uccisi da colpi di granata. Sulla mia sinistra, poche decine di passi cadevano due ufficiali della 10^ compagnia, i  sottotenenti Bozza e Ferrero anch'essi  rimasti in attesa di ordini e che al primo apparire degli austriaci tentarono una difesa disperata. Era impossibile muoversi e del resto c'era stato dato ordine di non muoverci in attesa di ordini. Verso le sette cominciò  il fuoco di mitragliatrici e di fucileria. Fui sorpreso di sentire i colpi vicinissimi, sapendo che la prima linea doveva essere almeno un chilometro avanti a noi. Proiettili arrivavano intanto da destra e da sinistra. L'azione fu rapidissima, fulminea. Balzai in piedi, disperato della situazione in cui mi trovavo, nell'impossibilità di opporre un'ordinata ed efficace resistenza. Un ufficiale di altro reggimento che si era fermato un momento sotto le tavole che mi riparavano, cadeva colpito a pochi passi da me. Intanto dal costone gruppi di ufficiali urlavano: siamo circondati e alzavano le mani. Il fuoco sui fianchi incalzava. Mitragliatrici e artiglieria - soprattutto questa - avevano già ucciso e feriti parecchi dei miei. Quelli che erano sulla sinistra, circondati rapidissimamente dagli austriaci, dopo aver tentato una prima resistenza con i fucili, soverchiati, si arrendevano. Non era neppure possibile ritirarsi per il fuoco allungato dell'artiglieria che batteva il sentiero palmo a palmo. Intorno a me non erano rimasti che cinque uomini: ordinai loro di gettare le armi e di alzare le mani perché non vi era altro scampo da una sicura morte in una difesa inutile. Io sparai  contro gli austriaci a pochi passi i colpi della mia pistola ma non potei fare altro. Corsi verso il costone ma l'azione si era svolta fulminea ed anche nel camminamento sulla sinistra, che credevo nostro, era piazzata una mitragliatrice austriaca. Due soldati nemici mi puntarono le baionette nel ventre gridandomi di gettare via la baionetta che avevo ancora al fianco e la pistola. Altri soldati erano ormai dietro di me. Consegnai la pistola ad un Fahnrich[1] la baionetta mi fu strappata violentemente. Non mi fu possibile prima di essere preso, arrivare fino al ricovero dov'era il mio capitano e gli altri ufficiali. Seppi poi che erano stati circondati e fatti prigionieri. Appena arrivato al comando austriaco seppi che prima di me era stato circondato il comandante del 162° Reggimento Fanteria, presso il quale si trovava anche il colonnello del mio reggimento e che era situato alle mie spalle. Solo i due colonnelli riusciranno a sfuggire all'accerchiamento, secondo quanto mi fu narrato. I due aiutanti maggiori in I^, Capitano Comanducci Sig. Renato (del 156°) e Capitano Rolando (del 162°) furono presi prigionieri prima di me insieme agli ufficiali medici dei posti di medicazione, anch'essi situati dietro di me.




[1]Portabandiera (N.d.c.)

sabato 8 febbraio 2020

Prigionia Negli Stati Uniti 1.


Token Money
dell’Amm. Gino Galuppini
a cura di Giovanni Cecini[1]

Nei circa 5 anni trascorsi come prigioniero di guerra sono stato ospitato in diversi campi: uno in Egitto all’inizio, il campo di Geneifa nel luglio-agosto 1940, tre in India e, infine uno ancora in Egitto al rimpatrio.
Nei campi di più lungo soggiorno, cioè in India, circolava una specie di moneta, detta dagli inglesi “Token Money”.
I primi ufficiali dell’Esercito, dell’Aeronautica e della Marina catturati sul fronte libico e nel Mediterraneo, dopo pochi giorni passati ad Alessandria, erano stati trasferiti in un campo, ancora in costruzione nella località di Geneifa, ultima stazione prima di Suez della ferrovia Alessandria-Suez, in una zona desertica accanto al canale omonimo.
A tali prigionieri, in data 23 luglio 1940, si aggiunsero una ventina di ufficiali del Regio Incrociatore Colleoni, affondato il 19 luglio 1940, e rimasti ad Alessandria, alloggiati in una caserma, nei giorni 20-22 luglio.
Non ricordo se a Geneifa circolasse moneta: quello che mi ricordo perfettamente è che in tale campo non esisteva uno spaccio, quindi il denaro non serviva.
Viceversa sul piroscafo Rajula sul quale imbarcammo il 23 agosto per essere trasferiti in India, ci fu data una piccola somma di denaro in base al grado rivestito, con la quale si poteva comperare un’aranciata a fine pasto.
Questo denaro era in moneta corrente: Sterlina, Scellini e Pence.
Giunti in India, non essendoci campi per prigionieri, venimmo ospitati nel “Central Internment Camp” di Ahmednagar, dove dal settembre 1939 erano rinchiusi i civili tedeschi, e dove dal 10 giugno 1940 gli internati italiani, inclusi sia i missionari, sia lo stesso Delegato Apostolico monsignor Scuderi, e dove dal 15-18 giugno erano stati rinchiusi gli ufficiali ed equipaggi dei sommergibili catturati nel Mar Rosso nei primi giorni di guerra.
Il campo dei prigionieri di guerra era completamente separato da quelli degli internati, che non si potevano nemmeno vedere, ma vi era uno spaccio e tutti, inclusi i sottufficiali e i marinai, ricevevano una “paga” in base al grado rivestito.
Inizialmente anche nel campo dei P.O.W. [Prigionieri di Guerra] circolò la moneta in uso per gli internati: vedasi biglietto rosa da 2 Annas intestato:

CENTRAL INTERNMENT CAMP
AHMEDNAGAR

Poco tempo dopo entrò in servizio un altro tipo di carta moneta che oltre al Central Internment Camp portava la scritta a stampa:

PERSONAL ALLOWANCE ITALIANS INTERNEES

oltre alla quale, per l’uso a parte dei prigionieri di guerra era aggiunto con timbro stampa:

SERVICE OF PRISONERS OF WAR
[vedasi banconota da una rupia]

Infine la banconota in uso per gli internati furono eliminate e sostituite da altre in carta bianca invece che rosa con la scritta:

SERVICE OF PRISONERS OF WAR
[vedasi banconota da 1 Anna]

Questo tipo di moneta però ebbe breve vita, perchè dopo la prima ritirata sul fronte libico i prigionieri furono catturati a migliaia e per loro furono costruiti appositi campi a Ramgharh e a Bhopal.
I circa 30 ufficiali e 450 marinai da Ahmednagar furono trasferiti a Ramgharh e sistemati insieme agli ufficiali e soldati dell’Esercito. In questo campo circolò brevemente una moneta simile a quella precedentemente citata, però con la scritta:

No.1 INTERNMENT CAMP
RAMGHAR
SERVICE OF PRISONERS OF WAR
[vedasi banconota da 1 Anna]

Si mette in rilievo la scritta “INTERNMENT CAMP” e non “PRISONERS OF WAR” e inoltre la firma di un maggiore in basso a sinistra.
La ragione di questa firma è che da un’organizzazione civile si era passati ad una organizzazione militare, quindi l’autorità militare ritenne che sulla cartamoneta vi fosse la firma del “PRESIDENT REGIMENTAL INSTITUTE” in inglese abbreviato in “PI” AR “AI” italianizzato in PIERAI o PIORAI, la più alta autorità del campo, col grado di maggiore.
Come risulta venne ancora impiegata la dizione:

N. 1 INTERNMENT CAMP

e la cartamoneta era stampata su carta bianca con formato simile a quello impiegato per gli internati, ma questo fu di breve durata, perchè dato il numero di “utenti”, dai biglietti su carta si passò a una vera e propria cartamoneta, con fondo stampato a vari colori a seconda del valore e la scritta in caratteri bianchi:

PRISONERS OF WAR
CAMP

E sotto, più in piccolo e a caratteri neri il nome del campo

RAMGARH

Ma per l’aumentare del numero dei campo anche su questa cartamoneta fu aggiunti con timbro a stampa la scritta:
P.O.W. CAMP
XX
[vedasi banconota da 1 Anna]

essendo 20 il numero del campo in cui mi trovavo a Ramgarh.
Su alcune banconote tale timbro poteva essere messo sul retro bianco.
Il timbro a stampa fu presto abolito e sostituito dal numero 20 (o 21, 22 ecc.) messo a stampa in carattere piccolo e nero davanti alla parola.

RAMGARH
[vedasi banconota da 1 Rupia]

Lo stesso tipo di moneta era in uso nel campo di Yol, ovviamente con la scritta in nero “Yol” ed il numero del campo che poteva essere 25, 26, 27 o 28.
A Yol esisteva anche un “Campo Colonnelli” di cui ignoro il numero, in quanto nella gerarchia militare inglese il “maggiore” è un ufficiale inferiore, quindi nei campi ufficiali vi erano quelli dei gradi da sottotenente a maggiore. Colonnelli e Tenenti Colonnelli erano, in campi separati, con trattamento un poco diverso. I Generali erano in un campo a Dhera Dun, dove fu istituito anche un campo ufficiali di cui ignoro il numero e non possiedo cartamoneta.
Allego due esemplari di moneta in circolazione nel campo di Bhopal e “spesi” a Yol da ufficiali provenienti da tale campo.


[1] Il presente articolo è stato scritto nell’agosto 2005 dallo stesso Galuppini. Il curatore si è limitato ad apporre modifiche al testo, esclusivamente esplicitando le sigle meno diffuse, uniformando la parte grafica, correggendo i refusi, aggiungendo le note come ausilio per il lettore, lasciando completamente inalterato il contenuto del racconto [ndc].


lunedì 3 febbraio 2020

I prigionieri in mano alla Francia Libera

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica
 al settembre 1943





I Prigionieri in mano ai Francesi della Francia Libera agli ordini del generale de Gaule. Questa è una pagine triste che è per lo più misconosciuta che fa il complemento con il comportamento del Corpo di Spedizione Francese in Italia e più in generale ai rapporti spesso tesi e che dal 1870 l’Italia ha con la Francia e, quindi, viceversa. In mano alle forze degaulliste vi erano circa 37.500 italiani, tutti in Algeria. Riprenderemo questa aspetto e qui si può dire che De Gaulle aveva fondato uno Stato nei giorni dlla caduta della Francia nel 1940 fuggendo a Londra. La sua autorità non era ancora nel 1943 completamente riconosciuta e tutta la Francia Libera era un architettura tenta in piedi dalla volontà degli Alleati, mentr ein Francia vi era fino al 1942 il Governo erede della repubblica francese. In sostanza non vi era norma nel Diritto Internazionale che giustificasse ai gaullisti di trattenere soldati italiani.

venerdì 31 gennaio 2020

Numero dei prigionieri in Unione Sovietica

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica
 al settembre 1943



I prigionieri in Mano alla Unione Sovietica, dopo la conclusione delle operazioni ed il riordino delle truppe nel marzo 1943 in Ucraina, faceva pensare che in mano alla URSS vi fossero almeno dai 60 ai 80 mila prigionieri italiani. Quando a metà del 1945 il Governo sovietico comunicò che in Unione Sovietica vi erano 20.000 prigionieri italiani, scoppiano roventi polemiche, anche in virtù del nascente clima di guerra fredda che si andava delineando, con lo scontro ideologico latente. Occorre anche rilevare che nel numero comunicato vi erano anche gli Internati militari liberati dall’Armata Rossa nella sua avanzata verso occidente. Nell’agosto 1946 rientrarono in Italia 10830 soldati già appartenenti all’ARMIR, mentre i rimanenti erano come detto Internati Militari. Dei mancanti 91.000 la presunzione è che siano moti in combattimento o durante la ritirata e la primavera del 1943 date le dure condizioni climatiche in quella che è passata alla nostra storia recente come la “ritirata di Russia”[1]


[1] Per questo aspetto, che riprenderemo nel volume dedicato al 1945, vds. Tra le varie fonti, Morozzo della Rocca, E., La politica estera italiana e l’Unione Sovietica 1944-1948, in particolare il capitolo. “Nella Guerra Fredda” in cui si traccia un quadro abbastanza aderente e preciso dei rapporti Italia-URSS negli primi anni del secondo dopoguerra

sabato 25 gennaio 2020

Numero dei prigionier in mano agli Stati Uniti

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica
al settembre 1943




I Prigionieri in mano agli Stati Uniti ammontavano a 125.000 ed erano distribuiti geograficamente nella seguente maniera:
Stati Uniti, 50.000
Isola Hawai, sotto il controllo della amministrazione militare, 1000
Algeria, 10.000
In Italia, poi trasferiti in Francia al seguito delle truppe, 64.000








martedì 21 gennaio 2020

Numero dei prigionieri in Gran Bretagna.

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica
settembre 1943
Prigionieri di guerra italiani in Australia 1943



La Gran Bretagna aveva in mano a settembre 1943 408.00 militari italiani, che erano tenuti non solo sul suolo metropolitano britannico, ovvero in Gran Bretagna, ma anche in tutti i paesi dell’allora Impero Britannico secondo questa suddivisione

Gran Bretagna, 158.00o uomini
Gibilterra, 500
Nord Africa (Algeria), 41.500
Africa Orientale Italiana: Kenia e Tanganika[1], 41.500
Nigeria, Sierra Leone, Costa d’Avorio. 41.500
Rodesia e Sud Africa, 43.000
Libia, Egitto e Palestina, 58.000
Iran ed Irak, 2.000
India e Ceylon. 35.000
Australia, 17.500


[1] Si usano i nomi degli Stati dell’Impero Britannico secondo la denominazione del tempo

venerdì 17 gennaio 2020

Sicilia agosto 1943

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica




A seguito dello sbarco alleato il 9 luglio sulle coste meridionali della Sicilia, dopo la caduta di Pantelleria, le operazioni alleate s svolgono con una progressione costante tanto che la Sicilia fu conquista integralmente e con lo sgombero di Messina il 17 agosto la campagna si concluse con la cattura di circa 120.000 soldati italiani. Alla cattura di tanto personale contribuisce notevolmente la rapidità dell’azione delle truppe alleate nel conquistare la parte occidentale dell’isola, rapidità che provoca, anche per la caduta del fascismo il 25 luglio, il crollo morale delle truppe italiane. Gli alleati, liberata l’isola lasciarono sulla parola liberi circa 65.000 soldati italiani per lo più siciliani che poterono tronare alle loro case.

sabato 11 gennaio 2020

Africa settentrionale Tunisia maggio 1943

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
La consistenza numerica




Africa settentrionale. Tunisia
Il ripiegamento verso la Tunisia e soprattutto le battaglie del Mareth, marzo 1943, dell’Akarit, aprile 1943, e quelle sulle posizioni di Enfindaville, maggio 1943, portano alla inevitabile resa della 1 armata italiana del generale Messe, che oppone l’ultima resistenza a Capo Bon. I soldati italiani fatti prigionieri ammontano a 100.000 uomini. Di questi una parte è trattenuta in Nord Africa come lavoratori al seguito delle truppe alleate, una parte circa 80.000 viene inviata negli Stati Uniti e circa 15.000 “ceduti” violando le norme del Diritto Internazionale, ai Francesi della Francia Libera.









sabato 4 gennaio 2020

Africa Settentrionale El Alamenin novembre 1943

IL V FRONTE DELLA GUERRA DI  LIBERAZIONE
la consistenza numerica






Agli inizi di novembre del 1942 allorché i britannici riuscirono a rompere lo schieramento dell’Asse nel settore di El Alamein vengono catturati e fatti prigionieri circa 30.000 soldati italiani. Qui si perdono le divisioni Brescia, Pavia, Folgore, Trento, Ariete e Littorio. La massa dei prigionieri, tranne una minoranza trattenuta i Egitto, la restante inviata in Gran Bretagna ed impiegata soprattutto dell’agricoltura.La consistenza numerica