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giovedì 10 giugno 2021

Prima Guerra Mondiale Prigionia Cellelager II Parte




 La pagina di diario è stata pubblicata con posto in data 30 maggio 2021 su questo blog e proviene dal taccuino di un ufficiale dell’esercito italiano detenuto nel campo tedesco di prigionia di Celle, nei pressi di Hannover, durante la prima guerra mondiale. Si tratta di un diario anonimo conservato presso l’archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno, scritto da un ufficiale che cadde prigioniero delle truppe tedesche durante la disfatta di Caporetto. Fu deportato prima al campo di Rastatt e poi a Celle-lager. Il 24 gennaio 1918, dopo circa tre mesi di prigionia decise di iniziare a scrivere “quotidianamente e coscientemente” le sue memorie. Le sue pagine di diario, sebbene scarne di informazioni anagrafiche, permettono di tratteggiare alcuni dei caratteri della sua personalità e della sua indole. Era un ufficiale del primo reggimento dei granatieri, un corpo scelto per il quale erano richiesti particolari requisiti di prestanza fisica.

 

CelklePrima di cadere prigioniero aveva combattuto la guerra di trincea a capo di ventisette uomini e aveva comandato una sezione di “pistole mitragliatrici”. Dei suoi soldati scrive: avevo 27 uomini, tutti veterani della guerra, e ai quali la patria deve serbare eterna gratitudine per il contegno eroico da essi sempre dimostrato. Dai suoi scritti trapelano patriottismo, convinzione e una radicata adesione alla causa bellica. Era un uomo istruito, colto che durante la detenzione in Germania si dedicò allo studio del tedesco probabilmente per comprendere meglio la realtà che lo circondava; quotidianamente leggeva i giornali che arrivavano nel campo, commentando nel suo taccuino gli avvenimenti bellici.

 

Frequentava assiduamente le attività culturali che venivano organizzate nel campo. Infatti, per reagire a quella che è stata definita la “malattia del reticolato”, ovvero la forte apatia e l’abbattimento provocati dalla reclusione e dalla malnutrizione, gli ufficiali prigionieri unirono competenze e conoscenze e organizzarono corsi, conferenze, dibattiti e, ancora, realizzarono rappresentazioni teatrali, concerti e tornei. Attività con le quali cercavano di resistere alla monotonia dei giorni e all’abbrutimento della reclusione ritrovando la propria identità. Un episodio in particolare permette di rivolgere lo sguardo anche nella sfera intima, negli affetti della vita da civile dell’autore del diario. Nei primi giorni di aprile del 1918, racconta di aver fatto cadere nella fogna il portafoglio nel quale conservava preziosi ricordi: un’immagine di una madonnina miracolosa, la foto di una ragazza amata, il tesserino universitario e una sua foto di quando aveva sedici anni. Piccoli frammenti che raccontano una vita tra studio e amori giovanili.

 


il-campo-di-celle-fotoIl tema ricorrente in ogni pagina del diario è il problema della scarsa alimentazione; l’ufficiale dei granatieri si nutrì per circa un anno essenzialmente con pane e zuppe di carote e patate. Quotidianamente riporta annotazioni sulla carenza di cibo e ancor più sulla mancanza di aiuti dall’esterno. Il fondamentale studio di Giovanna Procacci sui prigionieri italiani della prima guerra mondiale ha dimostrato come l’esperienza della prigionia in Germania per i militari italiani sia stata particolarmente dura. Secondo gli accordi internazionali ratificati con la convenzione dell’Aja, il governo dello stato che catturava i prigionieri doveva garantire a costoro vitto, alloggio, vestiario in quantità e qualità non inferiore a quanto veniva consegnato alle truppe. In realtà gli stati belligeranti si trovarono del tutto impreparati a rispettare il regolamento che rimase generalmente disatteso; in particolare la Germania dichiarò di non poter rispettare le convenzioni in seguito al blocco economico imposto dagli stati dell’Intesa. Di fronte a questa situazione, Francia, Gran Bretagna, e in seguito gli Stati Uniti iniziarono a spedire aiuti collettivi, come viveri, vestiario e medicinali, a spese dello Stato ai propri militari prigionieri. Al contrario il governo italiano decise di non mettere in atto alcun provvedimento di pubblico soccorso: non inviò alcun aiuto statale e semplicemente non proibì alle singole famiglie l’invio di pacchi privati.

 

In un secondo momento, per le pressioni internazionali il governo decise di inviare aiuti collettivi organizzati dalla Croce Rossa ma solo agli ufficiali e dietro il pagamento di denaro da parte dei familiari. Un passaggio del diario parla chiaramente di questo problema: Oggi è venuta la Commissione governativa: il nostro generale [Pisani], comandante del campo, ha parlato con il generale tedesco. Si sono intrattenuti sul trattamento di noi ufficiali prigionieri e dietro le lagnanze del nostro comando ha risposto: – Rivolgetevi al vostro governo e fate sì che egli faccia quello che fa il governo Inglese e Francese: noi non possiamo far di più.- In altre parole voleva dire: se morite di fame non è colpa del nostro governo ma del governo italiano. Per l’ufficiale anonimo la prigionia fu particolarmente difficile perché, per un motivo ignoto, non ricevette mai pacchi di generi alimentari dalla famiglia. Il suo diario-documento è quindi emblematico delle vessazioni subite dai prigionieri italiani, probabilmente anche per una retorica che li vedeva come i perdenti di Caporetto.

 

 (fonte www.istoreco.it  di Livorno)

domenica 30 maggio 2021

Prigionia I Guerra Mondiale. Germania Cellelager. Diario

 


Foto di Celle lager 1916


i11 marzo [1918]. Dopo una lunga interruzione riprendo le mie memorie. Io non so spiegarmi questa mia apatia in qualunque cosa. Salvo le due ore che io studio tedesco con un mio amico, passo la giornata in un ozio tale che mi fa sempre pensare ai giorni felici e mi rende più impossibile la vita che passo in prigionia. Del resto tutti passano il tempo in ozio, seguendo il consiglio degli ufficiali medici che dicono che è nocivo alla salute studiare e non mangiare. Ed è vero: io provo una tale depressione e debolezza dopo qualche ora d’applicazione. Il nostro mangiare diventa peggiore di giorno in giorno e non si sa come si andrà a finire con tale trattamento. Dei giorni ci danno acqua calda assoluta, altre volte qualche granello d’orzo: gli altri almeno ricevono numerosi pacchi dalla famiglia: io invece debbo contentarmi della poca brodaglia che questi infami tedeschi ci danno. E tutto ciò perché i miei genitori non mi mandano le cibarie richieste. In questi giorni, cioè dal 22 febbraio all’11 marzo sono morti altri 4 aspiranti e cinque soldati: tutti di polmonite, dicono i medici tedeschi, e perché non in seguito alla denutrizione? Intanto il locale ospedale si va popolando, e la tubercolosi va facendo strage.

 

Questa pagina di diario proviene dal taccuino di un ufficiale dell’esercito italiano detenuto nel campo tedesco di prigionia di Celle, nei pressi di Hannover, durante la prima guerra mondiale

(Continua con post in data 10 giugno 2021)

domenica 16 maggio 2021

La politica del Giappone (1941-1945) verso i prigionieri alleati

 


La politica del Giappone verso i prigionieri alleati è un caso emblematico nel quadro della poltica che uno stato adotta verso i soldati nemici caduti in proprio potere. 

 

Il comportamento dei soldati nipponici verso i prigionieri è stato improntato a crudeltà ed assassinio, come dimostrato da innumerevoli eccidi compiuti verso prigionieri di guerra e civili. Si è tentato di giustificare questa politica assassina evidenziando due elementi: la impreparazione del Comando nipponico a ricevere masse così enormi di prigionieri e lo spirito guerriero della razza giapponese portato ad umiliare il vinto che accetta la resa anziché la morte. Queste due interpretazioni non sono accettabili. Il Giappone aveva sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1929 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, ma poi non aveva ratificato il relativo accordo, pur assicurando all’inizio del 1942 le Potenze Alleate per bocca del ministro degli esteri Togo che avrebbe rispettato tale Convenzione. In ogni caso il Governo di Tokio era pur sempre vincolato ufficialmente alla quarta convenzione dell’Aja del 1907 che regolamentava il diritto di guerra su basi umanitarie. Tuttavia, in contrasto con questa chiara e precisa situazione giuridica, al termine del conflitto in sede di esame della prigionia in mano al Giappone si è contatto che il tasso di mortalità riferito ai prigionieri britannici e statunitensi ed olandesi fu del 27%, contro quello del 4% dei prigionieri anglo-americani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. La politica giapponese nei confronti dei soldati nemici catturati, oltre al disprezzo per chi aveva accettato la resa, era improntata a procurare il massimo delle sofferenze a questi uomini che agli occhi giapponesi non avevano il diritto di vivere. Come esempio di questa politica, intesa deliberatamente ad affamare e a privare di assistenza medica e di ogni altro genere i prigionieri, nel solo campo di Cabanatuan a Luzon su un totale di 6500 prigionieri, 2644 morirono nel primo anno di detenzione.[1]



[1] Toland J., L’eclissi del sol levante 1936-1945, Milano, Mondadori, 1971; Santoni A., Storia generale della Guerra in Asia e nel pacifico (1937 –1945) – Il Giappone all’attacco, Modena, STEM Mucchi, 1977; Russel E.F.L., I Cavalieri del Buschido. Breve rassegna delle atrocità di guerra giapponesi, Milano, Mondatori, 1961

 

 

lunedì 10 maggio 2021

Prigionia in URSS. 1945

 Il Documento rileva come nel marzo del 1945 le aspettative italiane circa i prigionieri in Russia erano che all'indomani della ritirata fossero rimasti in mano sovietiche circa 80.000 soldati italiani. Una spettativa che era ben lontana dalla realtà Di seguito un documento (Archvio Aldo Resta) del Ministero dell'Aeronautica, ancora no n trasformato in Ministero della Difesa.

STRALCIO

 

MINISTERO DELL’AERONAUTICA

FOGLIO D’ORDINI N.9

 

20 marzo 1945


Scambio di notizie con i prigionieri in Russia

 

Speciali cartoline, con l’indirizzo in caratteri cirillici, da distribuire gratuitamente alle famiglie che ne faranno richiesta, sono in corso di preparazione da parte della Croce Rossa Italiana. Tali cartoline che si aggiungono alle simili buste da corrispondenza già in distribuzione, mirano a rendere più facile la spedizione della corrispondenza stessa, in vista dell’annunciato scambio di notizie tra le famiglie e i prigionieri italiani Russia. A quanto si apprende, lo scambio delle notizie avverrà normalmente con l’inoltro della corrispondenza per via postale marittima fino all’Egitto e quindi via Teheran.

Quando se ne presenterà la possibilità, verranno anche inviati plichi speciali di corrispondenza per via aerea.

 

 

Servizio famiglia disperse

 

Il Comitato Internazionale Croce Rossa di Ginevra ha istituito un nuovo servizio chiamato Servizio famiglie disperse, il quale ha per scopo di mettere in comunicazione le famiglie “disperse” in seguito ad avvenimenti di guerra (rifugiati, sfollati, bombardati, esportati, emigrati, ecc.).

 

Per famiglie “disperse” si intendono quelle i cui membri hanno cambiato ciascuno la loro residenza abituale e l’uno non conosce il nuovo indirizzo dell’altro per cui non vi è più alcuna possibilità di comunicazione tra di loro. Si richiama l’attenzione sulla differenza tra “dispersi” e “trasferiti”. Per i “trasferiti” si intendono quelle persone che hanno cambiato il loro domicilio e sono in possesso dell’indirizzo dei loro parenti per cui hanno modo di comunicare o a mezzo servizio postale diretto o a mezzo servizio “messaggi”. Pertanto i “trasferiti” sono esclusi dal servizio famiglie disperse.

 

Il Comitato internazionale Croce Rossa di Ginevra, per questo nuovo servizio, ha fatto distribuire a tutti i Comitati provinciali della Croce Rossa Italiana, una speciale cartolina chiamata “cartolina 10027”. Ogni membro di una famiglia dispersa potrà rivolgersi ai detti Uffici provinciali della Croce Rossa Italiana e riempire una cartolina mod. 10027 con tutti i dati personali della persona richiedente e della persona da rintracciare.

 

Le cartoline riempite vengono inviate periodicamente al Comitato Internazionale Croce Rossa di Ginevra dove verranno incassettale nello speciale schedario già istituito. Se tutti i dispersi cureranno la compilazione delle cartoline, avverrà inevitabilmente che un giorno le cartoline dei vari membri di una famiglia dispersa si incontreranno nello schedario generale di Ginevra e sarà quindi possibile rilevare i vari indirizzi e rimettere in comunicazione tra di loro questi “dispersi”.

 

Il buon successo di questo nuovo servizio dipende dalla collaborazione che sarà data soprattutto dalle persone interessate.

La cartolina 10027 viene distribuita gratuitamente dalla Croce Rossa Italiana.

 

IL MINISTERO

F/to GASPAROTTO

 

STATO MAGGIORE GENERALE

Ufficio affari vari

N° 017891/AV di prov.                                                                                  F.M.8800. il 6 aprile 1945

 

                ALLA SEGRETERIA PARTICOLARE DI S.E.

IL CAPO DI STATO MAGGIORE GENERALE                   SEDE

ALL’UFFICIO DI S.E. IL CAPO DI

STATO MAGGIORE GENERALE                                           SEDE

ALL’UFFICIO DEL GENERALE DELEGATO

venerdì 30 aprile 2021

L’influenza spagnola nel campo di prigionia di Weißenhorn. La morte del soldato Mario Costa di Iglesias.

 

Giorgio Madeddu

 

La tormentata vicenda dei soldati italiani finiti prigionieri del nemico, non si esaurisce con gli aspetti relativi ai diversi lavori a cui furono adibiti, alla fame e alla morte per inedia da questa causata o alle condizioni igienico – sanitarie assai scadenti, un altro tormento giunse sul finire del 1918, inatteso quando subdolo: l’epidemia di influenza spagnola.

Il 16 giugno 1917, compiuti 18 anni da appena 16 giorni, il giovane studente iglesiente Mario Costa, soldato di leva di prima categoria, classe 1899, veniva chiamato alle armi. Il 4 luglio raggiungeva il deposito del 3° Reggimento Genio Telegrafisti, nel quale veniva incorporato. Nell’agosto seguente il geniere Costa si trovava già in territorio dichiarato in stato di guerra.

Nell’ottobre 1917 il soldato Costa risultava effettivo della 49a compagnia telegrafisti. La 49a compagna Genio Telegrafisti faceva parte del XXVII° Corpo d’Armata comandato dal Ten. Gen. Pietro Badoglio. Il XXVII° Corpo, era ordinato in un Comando d’Armata e tre divisioni, la 49a compagnia telegrafisti era incardinata nel Comando d’Armata.

Nei giorni che precedettero la battaglia di Caporetto, il XXVII° Corpo d’Armata, si trovava schierato su una linea di circa 12 chilometri, 9 lungo la destra dell’Isonzo, dal Krad Vrh alla sponda del fiume sulla linea di Plezia – Foni, i restanti 3 sulla sinistra dell’Isonzo.

La notte del 24 ottobre alle ore 2,00 in una notte di intensa pioggia, un violento fuoco nemico rovesciava su tutta la fronte del XXVII° Corpo proiettili a gas alternati da proiettili d’artiglieria di tutti i calibri. Il tiro proseguiva per diverse ore riducendo d’intensità, sino a cessare del tutto, tra le 5 e le 6. Intorno alle ore 6,30 il fuoco nemico riprendeva con estremo vigore battendo, con ritmo tambureggiante, le posizioni di linea e le retrovie del XXVII° Corpo.

Tra le 7,30 e 8,00 le fanterie nemiche attaccarono su più settori la linea tenuta dal XXVII° Corpo, la situazione si presentò subito difficile, le comunicazioni tra il Comando d’Armata e le divisioni ben presto furono interrotte, pioggia e nebbia impedivano la visibilità tanto da rendere inutilizzabili le stazioni fotoelettriche. Intorno alle 9,00 si rendeva necessario l’invio di plotoni telegrafisti per tentare di riattivare le linee danneggiate. L’intervento dei telegrafisti non ottenne l’effetto sperato, dal telegramma che alle ore 13, il gen. Cavacciochi comandante del IV° Corpo d’Armata inviava al Comando d’Armata per comunicare la situazione della fronte di competenza del IV° Corpo, si apprende: “Nessuna notizia XXVII° Corpo Armata.”

Entro poche ore, nonostante la strenua resistenza dei reparti schierati si dovete constatare la rottura del fronte presidiata dal XXVII° Corpo, nella serata numerose brigate avevano perso quote importanti di effettivi e ingenti danni venivano lamentati alle artiglierie.

Il giorno successivo il telegrafista Costa non fece rientro alla propria compagnia e non si poté far altro che dichiararlo disperso.

In seguito, si apprese che il telegrafista Costa fu fatto prigioniero nella prima giornata dell’attacco del nemico, tradotto a Weißenhorn, cittadina agricola della Baviera, fu destinato ai lavori agricoli nelle fattorie della zona.

Nei primi giorni del novembre 1918, il giovane Costa e i suoi compagni di prigionia accusarono i sintomi della Spanische Grippe. Mario Costa morì il 7 novembre 1918 all’età di 19 anni negli alloggiamenti prigionieri posti nel centro della città. Il corpo del soldato Costa, inizialmente sepolto nel cimitero di Weißenhorn, venne successivamente traslato e oggi è sepolto nel Cimitero Militare Italiano d'Onore a Monaco di Baviera.

La notizia della morte del soldato Costa giunse al sindaco di Iglesias con comunicazione del 10 aprile 1919 da parte del Deposito del 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza di Roma. Il comandante del deposito invitava “Con animo commosso”, il sindaco di Iglesias, “di partecipare, con affettuosa cautela, alla famiglia del Militare Costa Mario (1899) la morte di lui avvenuta il 7 - 11 - 1918 (presso il nemico) a Lechfeld per grippe ed è stato sepolto nel cimitero locale”, pregando inoltre il sindaco “di rendersi interprete delle mie più sentite condoglianze presso la famiglia per l’immatura perdita del loro congiunto.”

Al sindaco di Iglesias giunse anche la comunicazione del decesso da parte del comandante del 3° Reggimento Genio Telegrafisti che pregava lo stessi sindaco di presentare alla famiglia del defunto militare “le condoglianze del sottoscritto e dei compagni d’arme.”

La comunicazione del 3° Genio differisce dalla lettera del Deposito 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza di Roma nella località di morte del soldato Costa, infatti nella comunicazione del 3° Genio è indicata, quale località di morte, la città di Weißenhorn, località riportata in seguito negli atti ufficiali.

Il Registro degli atti di Morte del Comune di Iglesias nella “serie C” dell’anno 1927, riporta la notizia della morte del soldato Mario Costa trascrivendo, tradotti, gli atti prodotti dal nemico.

 

 

 

 

Fonti:

Archivio dello Stato di Cagliari – Ruoli Matricolari Distretto Militare di Cagliari

Archivio Storico e Registri Atti di Morte del Comune di Iglesias – Militari morti, feriti, dispersi in guerra e prigionieri di guerra – Corrispondenza diversa.

Chirra Giuliano, Mortos in terra anzena. 2008

L'Esercito Italiano nella Grande Guerra - Vol. IV tomi 2 e 3

Südwest Presse del 27 dicembre 2014. Spanischen Grippe: Kriegsgefang

martedì 20 aprile 2021

Prigionieri di guerra italiani nel campo di concentramento austriaco di Feldbach in Stiria.

 

Giorgio Madeddu


La storia è fatta dagli uomini, anche quella dei campi di concentramento durante la prima guerra mondiale è fatta da migliaia di piccole di storie, quelle dei soldati italiani caduti in prigionia nei campi di battaglia.

Miscali Giovanni Battista di Antioco e Mele Maria Giuseppa nasceva a Ghilarza (OR) il 22 settembre 1890 di mestiere contadino. Nell’agosto 1916 giungeva in territorio dichiarato in stato di guerra assegnato al 230° reggimento fanteria della Brigata Campobasso.

Il 15 maggio 1917 riportava ferita al torace per scoppio di granata nemica nell’azione di conquista del Monte Santo. Rientrava dalla licenza di convalescenza nell’agosto seguente e seguiva il reggimento nel trasferimento sulla fronte dell’Isonzo.  

Cadeva prigioniero e moriva nel campo di concentramento austriaco di Feldbach in Stiria il 19 luglio 1918 per malattia.

Oltre al ricordo dei congiunti rimangono consegnate alla storia e al rispetto dovuto, 3 cartoline postali in franchigia per prigionieri di guerra, inviate dalla madre affranta di Giovanni dalla natia Ghilarza.


 Ghilarza, 29 luglio 1918

Figlio Carissimo noi sempre ottima salute cosi spero di te però mi ritrovo tanto dispiaciuta come hai scritto che ancora non hai ricevuto niente pacchi e né cartoline, noi da quando hai scritto abbiamo sempre spediti i pacchi e le cartoline, te ne mandiamo fino due ogni settimana. Caro appena ricevi qualche cosa ti prego scrivere subito che non puoi credere il dispiacere che per questo di non sapere che hai ricevuto niente, ti prego stare allegro e tranquillo io spedisco sempre i pacchi, prega sempre a Dio e alla Madonna e loro ti aiuteranno. Caro ti faccio sapere che Daniele si trova in paese in licenza, ti mando mille baci e abbracci di tue sorelle, i saluti di Daniele e sono tua affettuosa mamma Maria.

Quando mamma Maria scriveva questa cartolina Giovanni era morto da ormai 10 giorni, nella cartolina si legge tutto il dolore e la preoccupazione per la salute e il benessere del figlio, lo affida alla preghiera e alla protezione di Dio e della Madonna, soffre perché i pacchi con gli alimenti e le cartoline da lei spedite, anche due alla settimana, non ottengono nessun riscontro. Una bella notizia comunque la trasmette, Daniele Miscali, probabilmente il cugino è rientrato in paese in licenza.  (segue)










sabato 10 aprile 2021

Das Kriegsgefangenen – und Internierungslager Boldogasszony/Frauenkirchen

 

Herbert Brettl

 

Das Kriegsgefangenen – und Internierungslager Boldogasszony/Frauenkirchen

„Sie leben nicht mehr der Gegenwart, sondern der Zukunft zuliebe.“

 

Vorwort

 

Rund einen halben Kilometer westlich von Frauenkirchen, ungarisch als Boldogasszony bezeichnet, in Richtung Podersdorf steht eine Hinweistafel, die auf einen Kriegsgefangenenfriedhof, im Volksmund, Serbenfriedhof genannt, aufmerksam macht. Auf dem Gelände des weitläufigen Areals befinden sich eine kleine Kapelle, ein Mahnmal in serbischer Sprache, Steinkreuze und eine wenig aussagekräftige Gedenktafel. In Frauenkirchen selbst existieren eine Lagerstraße und ein Lagerhof, doch Informationen über die Herkunft der Bezeichnungen sucht man vergeblich. Etwas Mystisches liegt im Raum, wenn die Bevölkerung von einem Lager spricht, jedoch nichts Genaueres davon weiß.

 

Tatsachlich wurde im Herbst 1914 in Boldogasszony/Frauenkirchen eines der größten Gefangenenlager der osterreich-ungarischen Monarchie errichtet. Die Geschichte des Lagers, das zugleich ein Internierungs, Kriegsgefangenen und Kriegsgefangenenoffizierslager war, ist vielfaltig, komplex und durchaus verworren. Um den Spuren des Lagers zu folgen, ist es notwendig, sich nicht nur nach Wien, sondern auch nach Budapest und insbesondere nach Bratislava zu begeben. Die historischen Dokumente befinden sich heute in verschiedenen Archiven, da sich das Lager in einem Gebiet befand, das damals von Ungarn politisch verwaltet wurde, dessen militärischer Oberbefehl in Wien lag und dessen militärisches Kommando in Pozsony/Bratislava war. Während die Quellenlage im Burgenland marginal ist, fanden sich etwas überraschend auch Fotos und Dokumente in Belgrad, Genf, Basel oder Minneapolis. Die Wirren während des Zerfalls der Monarchie, die Abtrennung der Armeekommandostadt Pozsony, der Streit um die Abtrennung und um den späteren Anschluss des Burgenlandes erschwerten die Dokumentation über den Aufbau und erst recht über das Ende des Lagers.

 

Im folgenden Buch wird versucht, die Geschichte des Lagers Boldogasszony/Frauenkirchen und die Situation der Gefangenen etwas zu beleuchten. Die Lagerinsassen waren Serben, Russen, Montenegriner, Italiener, Mazebulgaren und andere, die hier Jahre, sofern sie überlebten teilweise bis zum Ende des Krieges, inhaftiert waren. Ihr Leben im Lager wurde von einem Arzt des Roten Kreuzes wohl treffend mit der Aussage beschrieben: "Sie leben nicht mehr der Gegenwart, sondern der Zukunft zuliebe."


 

Einleitung

 

Kriegsgefangene im historischen Zeitraffer

 

Die Gefangennahme feindlicher Soldaten verfolgt das Ziel, dem Gegner möglichst viele wehrfähige Männer zu entziehen, um ihm bei seinen Kriegsaktivitäten zu schaden. Lange Zeit in der Geschichte erwartete die Kriegsgefangenen, auf Triumphzügen der siegreichen Feldherren als Kriegsbeute zur Schau gestellt, das Schicksal der Versklavung. Vielfach wurden Kriege nämlich zum Zweck der Sklavenbeschaffung geführt, da der Gefangene zu jeder Zeit einen wichtigen Wirtschaftsfaktor darstellte. Nachdem aus religiösen Gründen nach dem dritten Laterankonzil 1179 der Verkauf von Christen in die Versklavung verboten worden war, war es nicht mehr rentabel, viele Gefangene zu machen. Im Mittelalter und in der Neuzeit wurden Gefangene auf dem Schlachtfeld niedergemacht, nach Abgabe des Ehrenwortes laufen gelassen oder gegenseitig ausgetauscht. Lange Gefangenschaften waren nicht erstrebenswert, da die Gefangenen versorgt werden mussten. Während die Genfer Konvention 1864 international gültige Richtlinien zur Behandlung von kranken und verwundeten Soldaten brachte, blieb die Betreuung der Kriegsgefangenen weiterhin den jeweiligen Ländern überlassen.

 

Während des Amerikanischen Bürgerkrieges (1861-1865) gerieten rund 400.000 Soldaten in die Hand des Feindes. Die alte Gepflogenheit, Gefangene gegen Ehrenwort freizulassen oder auszutauschen, war kaum mehr gegeben, da man die Gefangenen am Beginn des Krieges auf beiden Seiten als Kriminelle betrachtete und die schwarzen Gefangenen von den Konföderierten aus rassistischen Gründen nicht als Kriegsgefangene anerkannt wurden. In der Annahme, dass der Krieg bald beendet sei, brachte man sie in sogenannte Zwischenlager. Überfordert von der großen Anzahl der Gefangenen und den kaum getroffenen Vorkehrungen wurden die Lager zum Albtraum. In den total überfüIIten Einrichtungen fehlte es an sanitären Maßnahmen und Nahrungsmitteln, sodass über 56.000 Soldaten an Krankheiten wie Ruhr, Durchfall, Flecktyphus, etc. in der Gefangenschaft starben. Der erste moderne Krieg führte zu einer Katastrophe des Kriegsgefangenenwesens.

 

Im Deutsch-Französischen Krieg von 1870/71 kamen rund 400.000 Franzosen, meist irreguläre Kombattanten, in deutsche Kriegsgefangenschaft. Weil der Krieg kurz war, konnten diese noch relativ gut versorgt werden, doch wurde das Kriegsgefangenenproblem so in das Bewusstsein der europäischen Öffentlichkeit und Politik gebracht.

 

Nach den Erfahrungen aus dem Amerikanischen Bürgerkriegs und aus dem Krieg von 1870/71 waren zunehmend mehr Staaten bereit, ein für alle geltendes Kriegsrecht zu schaffen.

 

 

Die Haager Landkriegsordnung

 

Während durch die Genfer Konvention von 1864 der Schutz und die Versorgung von kranken und verwundeten Soldaten in Aussicht gestellt wurden, blieben die Bemühungen, das Kriegsrecht zu kodifizieren, zunächst erfolglos. Erst in der Haager Konvention/Landkriegsordnung von 1899 bzw. 1907, die von 44 Staaten, darunter Österreich-Ungarn, Deutschland, Russland, die Vereinigten Staaten, Großbritannien und Frankreich, Unterzeichnet wurde, einigte man sich auf eine völkerrechtliche Regelung der Kriegsführung. Dabei wurden auch Bestimmungen formuliert, die die Behandlung von Gefangenen durch die Feindstaaten regelten und es wurde klar zum Ausdruck gebracht, dass Kriegsgefangene zwar der Gewalt der feindlichen Regierung unterstehen, aber nicht als Strafgefangene angesehen werden dürfen. Zudem regelte das Abkommen die Unterbringung der Feindsoldaten sowie deren Verwendung als Arbeitskräfte.

 

Die kriegsteilnehmenden Staaten waren auch verpflichtet, für den Unterhalt der Gefangenen aufzukommen und diese hinsichtlich Kleidung, Unterkunft und Nahrung in gleichem Masse zu versorgen wie die eigenen Truppen. Zusätzlich stand den gefangenen Offizieren ein Sold zu, der in seiner Höhe dem Sold von dienstgradgleichen Offizieren des Feindstaates entsprach.

 

Die einzelnen Artikel der Bestimmungen galten als verbindliches Völkerrecht, doch kam es immer wieder zu Fallen der Missachtung, da man in der Praxis oftmals von der Theorie abwich. Ebenso fiel die Interpretation der Haager Landkriegsordnung sehr unterschiedlich aus. Zum Zeitpunkt des Abkommens machte sich auch noch niemand konkrete Vorstellungen über künftige Engpasse jeglicher Art oder Lebensmittelknappheit, die sich im Alltag auf den Umgang mit den kriegsgefangenen Mannschaftssoldaten und Offizieren auswirkten.

 

Im Ersten Weltkrieg stand die Haager Landkriegsordnung zum ersten Mal in großem Ausmaß auf dem Prüfstein. Bereits in den ersten Kriegswochen gelangten hunderttausende Soldaten in Gefangenschaft. In den weiteren Kriegsjahren, als rund acht Millionen in Lagern einsaßen, zeigten sich die verschiedenen Formen der Umsetzung und die Probleme der Haager Landkriegsordnung.

 

Der „große Krieg" und die Kriegsgefangenschaft

 

Mit Ausbruch des „Großen Krieges“, später als Erster Weltkrieg bezeichnet, beginnt in der Geschichte eine neue ära der Kriegführung. In geographischer Hinsicht, wegen der Quantität der mobilisierten Soldaten und der verwendeten Ressourcen sowie angesichts der umfassenden strategischen Ziele der kriegsteilnehmenden Staaten lasst sich der „Große Krieg“ als „totaler Krieg“ definieren. Auch die Dimension der Kriegsgefangenschaft stellte alles bisher Dagewesene in den Schatten.

 

Zwischen acht und zehn Millionen Soldaten und Zivilisten befanden sich während des Krieges in Gefangenschaft. Insbesondere an der östlichen und südöstlichen Front, wo im Gegensatz zur westlichen und südwestlichen Front bis 1917 ein Bewegungskrieg stattfand , war die Möglichkeit in Gefangenschaft zu geraten, um ein Vielfaches höher. Österreich-Ungarn und Deutschland machten zusammen etwa die Hälfte aller Kriegsgefangenen. Ende Oktober 1918 waren es auf deutscher Seite rund 2,4 Millionen, während Österreich-Ungarn zwischen 1,2 und 1,8 Millionen Gefangene in die Hände fielen. Die Kriegsteilnahme der USA, Japans und der Kolonialstaaten trug dazu bei, dass über den ganzen Globus verteilt Gefangenenlager errichtet wurden.

 

Die Kriegsgefangenenlager in der Monarchie Standortwahl

 

Strategie des Militärs war, die feindlichen Soldaten so rasch als möglich aus dem Kampfgebiet in nicht unmittelbar betroffene Regionen zu bringen. Neben den österreichischen Kronländern Cisleithaniens kamen hier aufgrund ihrer Entfernung von der Front die Gebiete Transleithaniens in Betracht, insbesondere der Militärkommandobereich Pozsony. Böhmen und Mahren wurden als Kriegsgefangenenstandort aus politischen Gründen ausgeschlossen, da man die dortige slawische Bevölkerung als politisch unzuverlässig einstufte. Ernst von Streeruwitz, zuständig für den Kriegsgefangenenschutz in der Habsburgermonarchie, meinte dazu, dass man die dortige Bevölkerung beschuldigte, keine Distanz gegenüber den russischen Gefangenen einzuhalten.

 

Als Italien im Mai 1915 als Kriegsgegner von Österreich-Ungarn auftrat, wurden die Lager in Tirol, Kärnten und der Untersteiermark aufgegeben. Bereits kurz nach Kriegsausbruch wurden tausende Kriegsgefangene von der Front ins Hinterland gebracht. Als bevorzugte Objekte für die „Bequartierung" sah man militärische Bauten, wie ungenutztere Festungsanlagen oder Truppenübungslager, vor. Die Österreich-Ungarische Monarchie konnte diesbezüglich auf keine Erfahrungen zurückgreifen und die Zivil- und Militärbehörden waren auf die große Zahl von Kriegsgefangenen unzureichend vorbereitet. Probleme schaffte die Unterbringung der Kriegsgefangenen. Sie wurden vielfach in primitiven Behelfsquartieren, wie Zeltlagern, Erdhütten, leer stehenden, zum Teil halb verfallenen, Fabrikgebäuden oder Kleistern untergebracht.

 

Dem Kriegsverlauf entsprechend erfolgte die Gefangennahme in drei gröberen Phasen: nach der kurzfristigen Einnahme Belgrads, bis zum Jahresende 1914, nach der Rückeroberung grober Teile Galiziens im Frühjahr 1915 und nach der Offensive gegen Italien im Herbst 1917. lm Dezember 1914 befanden sich bereits an die 200.000 feindliche Soldaten in Österreich-Ungarischer Kriegsgefangenschaft. Bis Ende 1918 waren nach statistischen Angaben in Österreich-Ungarn 916.000 Soldaten in Lagern interniert.

 

Um diese Massen an Kriegsgefangenen bewältigen zu können, beschloss die k.k. Militärverwaltung, in diesem Fall das Kriegsüberwachungsamt, so rasch wie möglich groß angelegte, einfacher zu bewachende Sammellager im Hinterland der Monarchie zu errichten. Zunächst wurden Flächen im Umfeld von Kasernen, Exerzier oder Truppenübungsplätzen herangezogen. Als man diesbezüglich alle Möglichkeiten ausgeschöpft hatte, musste man sich nach anderen Anwesen umsehen. Kommissionen des Kriegsministeriums hatten zu prüfen, ob die Lagerstandorte neben den politischen und militärischen Faktoren auch ökonomische Bedingungen und Auflagen erfüIIten. Dabei wurden Flachen von Großgrundbesitzern bevorzugt. Diese Flächen wurden vom Kriegsministerium befristet gepachtet und zudem wurde die Wiederherstellung des ursprünglichen Zustandes der Grundstücke nach der Benutzung vereinbart. Weiters sollten die Kommissionen beachten, dass die Grundstucke trocken waren und bestenfalls Schotterboden aufwiesen, da sich diese besser zum Aufbau der Baracken und zur Anlage von Wegen eigneten. Ebenso sollten sich die Lager nicht direkt in bewohnten Gebieten befinden. Um den Transport der benötigten Lebensmittel, Baumaterialien, Wachmänner und Gefangenen einfacher gestalten zu können, sollte außerdem eine gute Anbindung ans Eisenbahnnetz gegeben sein.

 

Sofern die Militärbehörden eine Flache ausgewählt hatten, so konnte dies nach dem Kriegsleistungsgesetz aus dem Jahre 1912 nicht mehr verhindert werden. Die betroffenen Landesstatthaltereien oder Gemeindebehörden hatten bei der Errichtung lediglich ein Recht auf Anhörung und kein Vetorecht.

 

In kürzester Zeit wurden in der Monarchie ab Herbst 19 14 an die 50 Kriegsgefangenenlager errichtet; die Offiziersstationen oder Internierungslager wie Neusiedl am See nicht mitgerechnet. Nach einer Weisung des Kriegsministeriums sollten gefangene Offiziere in „gesonderten Internierungsstationen“ untergebracht werden, „wo sie bessere Existenzbedingungen finden als in den Massenlagern“.

 

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Die Gefangenenlageranzahl variierte, da im Laufe des Krieg es neue dazukamen oder andere geschlossen wurden. Im Jahr 1918 bestanden folgende Lager:

 

1) Aschach an der Donau

2) Bruck-Királyhida

3) Braunau am Inn

4) Boldogasszony

5) Braunau in Böhmen

6) Brüx

7) Csόth bei Papa

8) Deutsch-Gabel

9) Dunaszerdahely

10) Eger in Böhmen

11) Freistadt

12) Feldbach-Mühldorf

13) Grödig bei Salzburg

14) Hart bei Amstetten

15) Hajmásker

16) Heinrichsgrün

17) Josefstadt

18) Kenyérmezö-Tabor

19) KleinMünchen

20) Knittelfeld

21) Lebring in der Steiermark

22) Marchtrenk

23) Milowitz

24) Mauthausen

25) Mühling

26) Nagymegyer

27) Ostffyassonyfa

28) Oswiecim/Auschwitz

29) Plan

30) Purgstall an der Erlauf

31) Reichenberg

32) Sigmundsherberg

33) Somorja

34) Spratzern

35) Sopronnyék

36) Sternth al bei Pettau

37) Szatmárnémeti

38) Theresienstadt

39) Wadowice

40) Wieselburg an der Erlauf

41) Zalaegerszeg

 

 

 

Die Errichtung der Lager erfolgte wegen der großen Menge an Gefangenen unter massivem Zeitdruck und unter solchen finanziellen Rahmenbedingungen, dass Missstande bei der Errichtung vorhersehbar waren. Die anfangs nur notdürftig errichteten Baracken und andere Provisorien wurden dem Ansturm an Kriegsgefangenen in allen kriegführenden Staaten nur teilweise gerecht. Die ersten Lagerkomplexe bestanden vielfach noch aus einfachen Zeltreihen oder Holzbaracken, wobei die sanitären Einrichtungen massiv vernachlässigt wurden. Die man gelhaften hygienischen Vorkehrungen und die massive Konzentration von Personen auf engstem Ra um führten im Winter 1914/15 dazu, dass sich Epidemien wie Flecktyphus rasch ausbreiten konnten. Um diese Unzulänglichkeiten zu beseitigen und um die geforderten bauhygienischen Richtlinien zu erfüIIen, forderte und erledigte das Kriegsministerium im Frühjahr 1915 noch rasch entsprechende Adaptierungsarbeiten.


 

Lagerfriedhof – Kriegsgräberfürsorge

 

Der Lagerfriedhof

 

Wann der Friedhof genau angelegt wurde, ist nicht belegt. Seine Errichtung durfte jedoch beinahe gleichzeitig mit der des Lagers erfolgt sein, da es keine Angaben zu verstorbenen und am Ortsfriedhof beerdigten Kriegsgefangenen gibt. Der Friedhof befindet sich im Besitz der Domäne Esterhazy und ist im Grundbuch als „öffentlicher Beerdigungsplatz“ eingetragen. Das Areal umfasst 19.000 m2 und ist 176m breit bzw. 140m lang, wobei die rechte Seite abgeschrägt ist.

 

Während das Lager von Inspektionen geprüft und beschrieben wurde, findet man über das Aussehen des Friedhofes während des Lagerbetriebes von 1914 bis 1918 nur die Beschreibung des Arztes Otto Knüsel aus dem Jahre 1916: „In langen Reihen sind die Grabhügel nebeneinander. Hinter jedem Hügel steht ein einfaches schmuckloses Kreuz mit dem Namen oder der Nummer des Toten. In den Massengräbern liegen die Toten des Flecktyphus. Lange flache Beete. In einem Massengrab liegen 400 Tote. Die Flecktyphusepidemie ist erloschen und nun erhält wieder jeder Tote sein Einzelgrab. Daneben gibt es noch drei größere reichverzierte Kreuze. Hier liegen drei Offiziere, Opfer der Seuche. Sie sind mit militärischen Ehren bestattet worden. Eine Aufschrift: ‚Hier ruht Dr. D., kaiserlich, russischer Oberstabsarzt. Das Opfer seines edlen Berufes'."

 

Die sogenannten „schmucklosen Kreuze" waren einfache Holzkreuze, die teilweise bereits kurz nach der Auflassung des Lagers von Holzsuchenden entwendet wurden. 1929 berichtete der Friedhofsaufseher von abgefaulten verbliebenen Holzkreuzen. Deshalb waren die Graber nur mit fortlaufenden Nummern versehen worden. Zu diesem Zeitpunkt befanden sich am Friedhof auch noch zwei Eisenkreuze von montenegrinischen Offizieren mit der cyrillischen Aufschrift „C.H.II“.

 

Da von rund 6.000 im Lager Verstorbenen nur rund 2.200 Tote mit ungarischen Vornamen in der Gemeinde matrikuliert wurden, und da die Aufzeichnungen des Lagerkommandos nur unvollständig erhalten sind, ist keine konkrete Auflistung der auf dem Friedhof Begrabenen möglich. Es kann davon ausgegangen werden, dass rund 95% aller Beerdigten aus Serbien kamen. Nach Angaben der Matrikelbücher finden sich noch 50 Montenegriner, 15 Russen, zwei Bulgaren, zwei Rumänen, ein Italiener, ein Albaner und fünf Unbekannte unter den Beigesetzten. Andere Aufzeichnungen weisen 50 italienische Gefangene aus, die auf dem Friedhof des Lagers Boldogasszony begraben sind.

 

 

Der Friedhof während der 1. Republik und im Nationalsozialismus

 

Im Friedensvertrag von Saint-Germain-en-Laye 1919 verpflichtete sich österreich, dafür Sorge zu tragen, dass die Grabstätten von Kriegstoten, die sich auf österreichischem Territorium befinden, gepflegt und instandgehalten werden. Auch die alliierten und assoziierten Mächte. Übernahmen freiwillig eine derartige Verpflichtung. Die österreichische Regierung betraute ihrerseits wieder das 1919 gegründete „Schwarze Kreuz“ mit der Umsetzung dieser Vereinbarung. Das deutschösterreichische Kriegsgefangenen- und Zivilinterniertenamt wies im Juni 1919 jene Gemeinden, in denen sich vormals Gefangenenlager befanden, an, die Pflege der Lagerfriedhofe zu übernehmen. In Ungarn durfte eine ähnliche Regelung getroffen worden sein. Die Gemeinde Frauenkirchen betraute 1919 Martin Wetschka mit der Pflege des Friedhofes. Nach seinen Angaben wurden von ihm bis April 1927 einige Erhaltungsmaf3nahmen am Friedhof durchgeführt. So wurden unter anderen die Drahteinzäunung und die Betonpfeiler rund um den Friedhof erneuert, das Gittertor der Kapelle durch ein Holztor ersetzt, die Kapelle geweissnet und deren eingeschossene Fensterscheiben ersetzt, die Graber mit Schotter und Sand aufgefüIIt, Grassamen aufgebracht und Kastanienbaume rund um die Anlage gepflanzt. Ob Martin Wetschka für seine Arbeiten auch bezahlt wurde, ist nicht bekannt, doch konnte er 6-10 q Heu, das am Friedhof geschnitten wurde, zu seinem Nutzen verwenden.

Zu den Aufgaben des Verwalters gehörte auch die Aufsicht über den Lagerfriedhof. Der Friedhof, im Volksmund „Serbenfriedhof“ genannt, war in den 20er-Jahren für die Ortsbevölkerung ein beliebtes Ausflugsziel. Um Verwüstungen vorzubeugen, ließ deshalb der Verwalter an Sonn- und Feiertagen sowie an schulfreien Tagen am Friedhof einen Wachter aufstellen; 1930 trat ein allgemeines Betretungsverbot für Spaziergänger in Kraft. Serbische Delegationen fanden sich beinahe jährlich auf dem Lagerfriedhof ein, um mit einem Geistlichen eine Gedenkfeier abzuhalten. Diesen Feierlichkeiten wohnten auch Vertreter der Gemeinde und im Juni 1926 der Bundeskanzler und der Landeshauptmann bei.

 

Auch italienische Delegationen trafen immer wieder auf dem Lagerfriedhof in Frauenkirchen ein. Eine besondere Gedenkfeier fand am 28. August 1927 statt. Dabei versammelten sich die Gemeinderate, die Freiwillige Feuerwehr, die örtlichen Vereine und die Schuljugend bei der Kirche und marschierten zum Lagerfriedhof, um dort Aufstellung zu nehmen. Zur selben Zeit trafen am Bahnhof Landesrat Thullner, Vertreter der Bezirkshauptmannschaft und eine militärische Abordnung aus Neusiedl am See ein. Diese wurden von Gemeindevertretern empfangen und mit Fuhrwerken vom Bahnhof zur Kirche gebracht, wo zu Ehren der Gefallenen aus Frauenkirchen ein Kranz niedergelegt wurde. Danach begaben sich die Ehrengaste zum Friedhof. Zur selben Zeit reisten eine italienische Delegation, ein Gesandter und ein Militärattaché mit Vertretern des „Schwarzen Kreuzes“ in zwei Autos an. Beim Eintreffen der italienischen Delegation am Friedhof spielte die Militärmusikkapelle aus Neusiedl am See die italienische Nationalhymne „marcis reale“. Das Programm der Gedenkfeier beinhaltete eine Feldmesse, die Einweihung und Übergabe der italienischen Gedenktafel, die Niederlegung von Kränzen und Ansprachen der Ehrengaste. Vor der Verabschiedung der Ehrengaste gab es noch einen kleinen Umtrunk und ein „bescheidenes Essen“.

 

1933 gab es auch Plane, den Friedhof teilweise aufzulassen. Die italienische Regierung äußerte den Wunsch, die 50 am Friedhof beerdigten italienischen Soldaten zu exhumieren und die Toten in ein Zentralgrab nach Wien zu bringen. Als Verwalter Martin Wetschka dieses Unternehmen für nicht durchführbar erklärte, da die Graber nicht gekennzeichnet waren, ließ die italienische Regierung von ihrem Vorhaben wieder ab.

 

Auch während des Nationalsozialismus fanden am Lagerfriedhof sogenannte „Heldenehrungen" statt. Anlässlich des St. Veittages am 3. Juli 1939 wurde der neue Verwalter Ing. Franz Sander aus Tadten - der vorherige Verwalter war Mitglied der Vaterlandischen Front und wurde somit vom Regime enthoben - angewiesen, eine Feier zu organisieren und Graber, Friedhof bzw. Wege in bester Ordnung herzustellen. Für die Feier wurde ein Kranz mit Hakenkreuzschleife angefertigt, den zwei Männer in Uniformen niederlegten.

 

Der Friedhof nach 1945

 

Über etwaige Verwüstungen während des Krieges oder bei Kriegsende ist nichts bekannt. Die ersten Aufzeichnungen nach 1945 finden sich 1954, als die Regierung Jugoslawiens ein Denkmal in Form eines Obelisken, das bereits 1930 geplant war, am Friedhof errichtete.