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venerdì 10 febbraio 2023

Caserta 1995. La Prigionia e l'Internamento Le fonti.

  STORICO DELLO SME SULLA PRIGIONIA E L’INTERNAMENTO

STEFANO ROMANO

 

Prima di entrare nel vivo del tema, in particolare per quanto attiene alla consistenza delle fonti archivistiche dell'Ufficio Storico dello SME relative alla prigionia e all’internamento, sono necessarie alcune considerazioni sullo specifico argomento.

In ambito militare, esso viene trattato sempre con un certo pudore, forse nel timore di sminuire le benemerenze di coloro che, per molti versi più fortunati, non solo non hanno dovuto subire la stessa sorte ma, viceversa, hanno contribuito con il loro comportamento ad accrescere il retaggio di gloriose tradizioni delle unità.

Al militare, poi, e in particolare a quello di professione, non si addice - soprattutto psicologicamente - la prigionia, la quale rappresenta la condizione più triste e mortificante, perché un soldato non sopporta il fatto di essere sottratto alla causa della propria Nazione in guerra. Se si aggiunge, infine, che spesso da alcune parti vengono avanzate facili, superficiali e umilianti ipotesi sulle cause che portano alla cattività singoli e reparti (impreparazione, scarso spirito combattivo, errori, paure ecc.), è possibile comprendere quanto sia degradante per il combattente, almeno per quello che tale si ritiene ed è degno dell’appellativo, essere costretto in un angusto spazio e privato della prima necessità dell'uomo: la libertà. Martoriato, oltre che nel fisico dal nemico, anche nello spirito da quelli che considerava amici.

 

Un martirio che diventa insopportabile per quanti, ritenendosi nel giusto, al rientro in Patria sono costretti a sottostare ancor più alle degradanti inquisizioni delle commissioni di valutazione o discriminazione per il contegno tenuto all'atto della cattura. Una operazione che, per quanto necessaria, il più delle volte è condotta da personale che non ha la dovuta preparazione professionale e psicologica, e che incide ancor più negativamente negli animi di quanti, dopo aver fatto il proprio dovere, ancora una volta si sentono trattati come esseri da rimproverare e punire, e non da comprendere, recuperare, aiutare. Un'ultima considerazione: i reduci dalla prigionia subiscono ulteriori discriminanti in relazione all'esito della guerra. I reduci di una nazione sconfitta hanno, al rientro in Patria, un trattamento diverso da quelli di una nazione vittoriosa. Basta ricordare, in proposito, la diversa accoglienza loro riservata in Italia in due momenti storici diversi, quello successivo alla prima guerra mondiale e quello successivo alla seconda guerra mondiale. Sarebbe interessante uno studio in merito: per ora abbiamo soltanto lo sbigottimento di un personaggio reduce dalle due guerre, proposto in una nota commedia, che da decenni sulla scena si interroga sul perché al rientro dalla prigionia sofferta nella grande guerra tutti gli si stringevano intorno per ascoltare le sue affabulate vicende, mentre, ritornato dall'esperienza ben più dolorosa dell'internamento della seconda guerra mondiale, trova intorno a lui soltanto vuoto ed indifferenza.

Per quanto riguarda la condizione di prigioniero in genere, occorre inoltre tenere presente il particolare trattamento cui sono stati da sempre sottoposti i prigionieri di guerra, sui quali il vincitore poteva un tempo addirittura decidere della vita o della morte o, nel più favorevole dei casi esercitare il diritto di schiavitù.

 

Come noto, solo la Convenzione di Ginevra del 1929, alla quale hanno aderito quasi tutti gli Stati all'epoca esistenti, ha tentato di codificare diritti, doveri, criteri, comportamenti relativi ai prigionieri di guerra. Amaramente, è da constatare che non sempre le norme di tale convenzione sono state rispettare nel corso della seconda guerra mondiale: di certo tali dettami sono stati interpretati dalle nazioni che detenevano prigionieri di guerra, secondo i propri esclusivi interessi.

Per contro, per quanto concerne i militari italiani prigionieri, deve essere evidenziato il codice di comportamento al quale la stragrande maggioranza di essi si è ispirata: difesa della propria personalità, senza cedere all’arbitrio; unità nella consapevolezza della propria dignità morale.

Codice di comportamento derivante dal giuramento prestato e dal conseguente obbligo di impegnarsi contro il nemico della propria Patria, intendendo per nemico quello indicato dall'Autorità costituita.

Ovunque l'argomento è stato trattato - studi critici, memorie, relazioni, manoscritti, etc. - traspare la forza predominante dei valori morali militari propri dei soldati italiani: senso del dovere e disciplina. In sostanza la massa dei nostri prigionieri si è comportata ovunque in modo disciplinato e compatto. Le poche eccezioni, che pure non sono mancate, non posso­ no far testo se non in una letteratura scandalistica.

 

GLI STUDI

 

La pubblicistica è ricca di memorialistica e diaristica sulla prigionia e l’internamento degli italiani durante la seconda guerra mondiale. Essa racchiude opere, però, che pur avendo pieno titolo di testimonianza e di memoria per la storia, anche quando sono autobiografiche, non possono avere valenza di studi storiografici. Troppe le implicazioni personali contenute, almeno nella stragrande maggioranza.

È vero, altresì, che poco si saprebbe senza di esse, soprattutto delle condizioni di vita nei campi, dei trasferimenti, dei maltrattamenti, delle ostinate resistenze per mantenere la dignità di esseri umani, dei netti rifiuti in ossequio al giuramento prestato; e perché no, delle miserie che sopravanzano quando prevale l'istinto di sopravvivenza e la paura della morte.

Come è vero che la storiografia, sia quella chierica sia quella laica, ovvero accademica e militare, scarsa attenzione ha prestato alle vicende della prigionia. Non esistono, infatti, molte opere di ampio respiro in materia, e l'utilizzazione delle fonti è stata quasi sempre limitata a settoriali campi d'indagine.

 

Le prime pubblicazioni sulla prigionia degli italiani comparvero già nell'immediato dopoguerra; sono però esse relazioni, per lo più statistiche, redatte da organi ed enti più o meno ufficiali, che dedicano poco spazio alla storia di quella vicenda. Gli stessi numeri o dati forniti hanno approssimazioni a volte di migliaia di unità, dovute a carenze o indisponibilità di fonti documentali all'epoca della redazione delle pubblicazioni.

Nel 1972 Paride Piasenti, per conto dell'Associazione Nazionale ex Internati, offre, nell'opuscolo I militari italiani internati nei Lager nazisti, alcuni elementi di riflessione per lo studio dell'internamento in Germania. A Mantova, nel 1984, vengono pubblicati gli atti del Convegno Internazionale di Studi I prigionieri militari italiani durante la seconda guerra mondiale. Aspetti e problemi storici; per la prima volta, a livello scientifico, viene privilegiato questo settore degli studi storici quasi vergine - fino ad allora il dibattito sulla prigionia si è sviluppato principalmente sull'interna­ mento in Germania e la cattività in Russia - poiché i contributi di illustri relatori mettono in evidenza anche le vicende sofferte dagli italiani in tutti i campi di prigionia sparsi per il mondo.  E, in quella occasione, alcuni contributi si avvalgono delle fonti custodite dall'Ufficio Storico.

 

Flavio G. Conti, mettendo a frutto le ricerche compiute anche in occasione di quel convegno e utilizzando - fra le altre - ancora le fonti dell'Ufficio Storico, pubblica nel 1986 I prigionieri di guerra italiani 1940- 1945. È l'opera più completa in materia, ancora oggi strumento indispensabile per chi voglia studiare prigionia e internamento.

 

Più esaustiva dell'opera del Conti, ma limitatamente all'internamento in Germania, vi è soltanto il saggio di Gerhard Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich. 1943-1945, edito in italiano nel 1992 per conto dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito. Con rigorosità senza pari, l'autore analizza la sorte degli oltre 644000 deportati italiani nei campi nazisti, utilizzando le fonti tedesche e italiane.

L'opera, attraverso la minuziosa analisi dei documenti, fa comprendere come sia stata difficile la scelta di campo dell’internato, e come sia stata la più sofferta, “... perché la più individuale, la più lunga, la più violenta su se stessi. . . ", come ebbe a chiosare il generale Pierluigi Bertinaria nella presentazione del volume.

Al momento, non esistono altre opere di notevole spessore, che abbiano utilizzato anche le fonti di Ufficio, da citare; e questo non per la bontà dei contributi, ma perché troppo particolari e limitati sono gli studi.

 

 

I GRANDI BLOCCHI ED I MOMENTI SIGNIFICATIVI DELLA CATTURA

 

Prima di passare alle fonti dell'Ufficio Storico, appare opportuno dare un cenno dei blocchi e dei momenti significativi della cattura dei militari, nell'arco di tempo e sui fronti operativi.

Premesso che, come afferma il generale Gazzera, "come massa i prigionieri di guerra vanno considerati come combattenti che hanno fatto il loro dovere fino al limite delle umane possibilità”, i momenti più significativi della "cattura" dei militari italiani fra il 1940 ed il 1943 possono essere - nelle dimensioni più generali - suddivisi cronologicamente come segue:

-        Africa Settentrionale, febbraio 1941;

-        Africa Orientale, novembre 1941;

-        Russia, gennaio-febbraio 1943;

-        Africa Settentrionale, novembre 1942 e maggio 1943;

-        Sicilia, agosto 1943;

-        Scacchieri francesi, balcanici ed italiani, settembre 1943.

I due grandi blocchi si identificano in quello risultante dai combattimenti sostenuti prima dell'armistizio, mentre il secondo attiene specificatamente l'aspetto dell'internamento.

 

A - Esaminiamo in particolare il blocco prearmistiziale ed i suoi momenti di maggiori perdite, corrispondenti con quelli di maggiori crisi operative.

 

-        Africa Settentrionale. Nel febbraio 1941 al termine della prima offensiva britannica durata dieci settimane, iniziata con la battaglia di Sidi­ el- Barrani, proseguita con il ripiegamento su Bardia e successivamente con la difesa e la caduta della stessa Bardia e di Tobruch, fino alla battaglia nel sud Bengasino, circa 130000 uomini vengono catturati dalle forze britanniche. Il numero dei prigionieri, alquanto arrotondato, comprende verosimilmente una notevole aliquota di militari feriti e di civili. Tuttavia rimane il fatto che la 10a Armata italiana ha cessato di esistere.

La massa dei prigionieri viene suddivisa fra i campi di concentramento predisposti in India, Australia e Sud Africa.

 

-        Africa Orientale Italiana. Con la caduta di Gondar, il 27 novembre 1941, hanno termine le operazioni dell'Esercito Italiano in questo scacchiere.

Impostate sulla più stretta difensiva, sottoposte in periodi di tempo successivi ad attacchi da parte delle forze inglesi coadiuvate da folte bande di ribelli, specie in Etiopia, le unità italiane in pochi mesi vedono compromessa la propria sorte, penalizzate nelle dotazioni di armamenti e materiale bellico in quanto nettamente più moderno ed efficiente risulta essere quello inglese, sebbene quantitativamente inferiore in uomini.

Ammonta a circa 40000 il numero dei militari italiani fatti prigionieri in Africa Orientale, avviati poi nei campi di concentramento in Kenia, India ed altri paesi dei domini inglesi. I prigionieri catturati in Eritrea raggiungono invece l'Egitto dove una parte vi rimane mentre altri sono inviati in India.

 

-        Russia. La campagna di Russia, come noto, ha comparato gravissime perdite di uomini nelle Grandi Unità impiegate fra il giugno 1941 e il febbraio 1943 prima nel CSIR e successivamente nell'8a Armata. Le perdite più consistenti si lamentano al termine della seconda battaglia difensiva del Don allorché mancano complessivamente all'appello 84830 uomini, circa un terzo della forza totale dell'8a Armata.

Di questo totale, l'URSS ha restituito circa 10000 prigionieri e dei rimanenti 74800 non si è finora potuto indicare, né da parte italiana né da parte sovietica, quale sia stata in questa cifra l'entità dei morti e quella dei dispersi.  Presumibilmente sarà presto possibile apprendere qualcosa in più sulla loro sorte, a seguito dell'apertura degli archivi russi dopo la caduta del muro di Berlino ed il crollo del blocco sovietico. Il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra del Ministero della Difesa sta già ottenendo dei risultati in tal senso, attraverso ricerche condotte sulle fonti documentali russe.

I documenti ufficiali (Diari Storici, relazioni e rapporti) concordano nell'indicare come elevatissimo il numero dei caduti in combattimento, dovuto essenzialmente all'imposta resistenza ad oltranza, fino al sacrificio di intere unità, alla violenza e durata della battaglia, alla prevalenza delle forze avversarie ed infine alle dure condizioni climatiche.

 

-        Africa Settentrionale. Vi si possono ancora individuare due periodi distinti: il primo comprende la battaglia di El Alamein ed il secondo quello conclusivo delle operazioni in Tunisia. Nei giorni del novembre 1942, allorché gli inglesi riescono a rompere lo schieramento italo-tedesco nel settore di El Alamein, vengono catturati circa 30000 prigionieri italiani. La cruenza della battaglia, combattuta contro un avversario superiore in uomini e mezzi, comporta la perdita delle Divisioni Brescia, Folgore, Pavia, Trento, Ariete e Littorio i cui reparti - specie le fanterie - vengono abbandonati senza mezzi di trasporto e con gravi carenze di viveri e di acqua.

Tranne una minoranza trattenuta in Egitto, la massa dei prigionieri viene inviata in Inghilterra.

Il ripiegamento verso la Tunisia e soprattutto le battaglie del Mareth (marzo 1943), dell'Akarit (aprile 1943) e sulle posizioni di Enfidaville (maggio 1943) portano all'inevitabile resa della 1a Armata italiana del generale Messe, rinserrata a sud dell'angusta penisola di Capo Bon. In questa circostanza, in cui risulta preclusa ogni via di scampo, elevato è il numero dei prigionieri che ammonta a circa 100000 unità. Di questi, ad eccezione di una parte trattenuta in Nord Africa come lavoratori al seguito dell'esercito statunitense, circa 80000 uomini vengono gradualmente avviati verso gli Stati Uniti ed una minima parte è invece consegnata ai francesi per essere inviata in Algeria ed in Marocco.

 

-        Sicilia. Dal 10 luglio, giorno dello sbarco alleato, al 17 agosto 1943, allorché con lo sgombero di Messina da parte delle forze italo­ tedesche l'intera Sicilia rimane nelle mani degli anglo-americani, vengono tratti prigionieri circa 120000 uomini.

Alla cattura di tanto personale contribuisce notevolmente la rapidità dell'azione delle truppe alleate nel conquistare la parte occidentale dell’isola, rapidità che provoca, con il palese abbandono dei tedeschi, il crollo morale delle truppe italiane.

Occorre tuttavia sottolineare che, liberata l’isola, gli alleati rilasciano sulla parola circa 65 000 uomini, tutti siciliani che rientrano alle proprie case.

 

B - Il secondo grosso blocco di prigionieri si viene a formare in conseguenza   dell'armistizio.

A seguito degli avvenimenti determinatisi l'8 settembre 1943 le truppe tedesche catturano complessivamente oltre 644000 soldati italiani (cifra indicata dallo Schreiber, in base all'esame delle fonti tedesche dell'Archivio militare di Friburgo) dei quali:

-        207000 nell'intero territorio nazionale: 183000 nell'Italia Settentrionale (area di competenza del Gruppo di Armate B) e 24000 nell'Italia Centrale e Meridionale (area di comando dell’Oberfelshaber Sud);

-        437025 fuori del territorio nazionale e precisamente: 388000 provenienti dall'area di comando dell’Oberfehlshaber Sudest, vale a dire dai Balcani e dalle isole; 49000 dall'area dell’Oberfehlshaber West, cioè della Francia e 25 provenienti dalla Russia.

 

 

Inizialmente trattati come prigionieri di guerra, pur senza l'applicazione nei loro confronti delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929, dopo la costituzione della RSI e del suo esercito vengono definiti internati militari (I.M.I.) ed assegnati arbitrariamente a campi di prevalenza sotto l'autorità della Wehrmacht.

Secondo fonti attendibili, militari italiani sono presenti in campi di punizione (a seguito di sabotaggio o rifiuto di operare da parte di ufficiali destinati coattivamente al lavoro) come pure, per situazioni particolari, in campi di deportazione politica o razziale e persino in campi di sterminio. Molti perdono la vita durante l'internamento, pochi aderiscono alla collaborazione militare, pochissimi ufficiali accettano un'attività lavorativa per concorrere alla produzione agricola o industriale del Terzo Reich.

 

La propaganda svolta dai tedeschi, coadiuvati da gerarchi fascisti ed ufficiali dell'esercito della RSI, per convincere gli I.M.I. alla collaborazione militare, con la contropartita allettante dell'immediato ritorno in Patria, si risolve in un completo fallimento.

La collaborazione nel campo del lavoro viene progressivamente resa obbligatoria, con riferimento alla Convenzione di Ginevra che in linea di principio la legittima per i sottufficiali ed i militari di truppa, i quali nell'agosto 1944 vengono dichiarati, per tragica ironia, liberi lavoratori senza che tuttavia venga apportato alcun miglioramento al penoso stato di fatto iniziale.

Dagli inizi del 1945 il lavoro obbligatorio viene esteso anche agli ufficiali e non pochi di coloro che sono precettati e non vogliono sottostare all'intimazione pagano con la via il proprio rifiuto.

 

I prigionieri di guerra hanno in genere una sola scelta: il tentare l'evasione o rassegnarsi ad attendere la fine della guerra. Gli I.M.I., invece, sono costretti a vivere un'esperienza molto più drammatica e singolare. Ognuno deve compiere la scelta fra il rimanere chiuso nei Lager o piegarsi per ritornare in Patria; per i lavoratori, ricevere un trattamento di vitto e di alloggio da rendere meno indigente ed insopportabile la loro vita.

Con il trascorrere del tempo, man mano che le forze fisiche vanno scemando e quelle morali richiedono un maggiore sforzo cosciente di volontà per rimanere salde, il continuare nel rifiuto diviene molto più di un atto di coraggio e ciò spiega la richiesta da parte di un certo numero di ufficiali di svolgere un lavoro, generalmente di tipo agricolo, impegnandosi sulla parola d'onore a non fuggire e a non sabotare - un impegno che non dovrebbero assumere poiché contrario allo stato di prigionieri di guerra - senza peraltro dover esprimere nessun esplicito riconoscimento dei regimi nazista o fascista. Mi sono soffermato a richiamare sommariamente la situazione in cui si sono trovati gli internati militari ritenendo indispensabile riportarli alla memoria quale fondamento dell'intelligenza e dell'interpretazione storica del significato e della portata dell'internamento dei militari italiani in Germania.

 

 

LE FONTI D'ARCHIVIO DELL'ESERCITO

 

Sul tema specifico dei prigionieri di guerra italiani nel secondo conflitto mondiale, l'Ufficio Storico dello SME sino ad oggi non ha approntato nessuna opera, fatta eccezione, e parzialmente, per il già citato testo di Schreiber. Limitati contributi per particolari aspetti si possono ritrovare in alcuni studi; si vedano, ad esempio, i saggi contenuti nella collana "Studi Storico-Militari" 1985, (Angelo Graziani, Il ritorno dal Montenegro: il rimpatrio) e 1992 (Sergio Pelagalli, Badogliani e repubblichini in Romania dopo l'8 settembre 1943).

In verità l'archivio dell'Ufficio non dispone in proprio di una vasta documentazione: quanto esiste, anche se da un sommario esame può apparire quantitativamente ponderoso, non è certamente sufficiente per consentire l'elaborazione di un'opera narrativa critica, organica e completa tale da testimoniare in modo equilibrato ed esauriente quanto è accaduto in tutti quei Paesi nei quali sono stati "ospitati" prigionieri militari italiani.

 

È da aggiungere, inoltre, che i repertori d'archivio non hanno indici per materia, per cui è possibile che altra documentazione sulla prigionia e l'internamento sia inserita in fondi che nessuna attinenza hanno con il nostro specifico campo d'indagine.

Le fonti archivistiche finora repertoriate ed individuate e di cui farò cenno più avanti, sono state messe ormai da tempo a disposizione di quanti hanno dimostrato interesse all’argomento.

Fra quanti altri hanno preso visione di tali documenti, oltre ai già citati Conti e Schreiber, vi sono Giorgio Rochat, Stefano Bianchini, Romain H. Rainero, Luigi Caiani, Rinaldo Cruccu, Elena Aga-Rossi, i quali ne hanno tratto elementi per interventi effettuati nel corso di convegni a carattere nazionale od internazionale.

 

Passiamo ora ad una descrizione sommaria delle fonti archivistiche; quella particolareggiata è riportata nelle appendici. Esse, quantitativamente, ammontano a circa 15800 fogli.

Si tratta in genere di relazioni (a carattere generale di ex prigionieri, su visite ai campi di esponenti sia della RSI sia del Governo del Sud); documenti e carteggio dell'Alto Commissariato per i prigionieri di guerra; carteggio relativo a rimpatriati, profughi e reduci; elenchi di prigionieri; pubblicazioni riguardanti gli internati e notiziari sui prigionieri; carteggio vario.

 

In particolare la documentazione è così ripartita (le cifre sono arrotondate, di massima, alla decina per eccesso o per difetto; per la reale consistenza e per la collocazione archivistica si consulti l'appendice 1).

 

 

Prigionieri in Jugoslavia e Albania                                  330 fogli

Prigionieri in Grecia e Isole                                              760 fogli

Prigionieri in Romania e Bulgaria                                   120 fogli

Prigionieri in Turchia                                                        9 fogli

Prigionieri in Polonia                                                        3 fogli

Prigionieri in Unione Sovietica                                        850 fogli

Prigionieri in Svizzera                                                       1500 fogli

Prigionieri in Francia e Colonie                                       750 fogli

Prigionieri in Germania (Polonia e Francia)                  1890 fogli

Prigionieri in Gran Bretagna e Colonie                           1360 fogli

Prigionieri negli Stati Uniti                                               2420 fogli

Prigionieri degli Alleati in genere                                    1600 fogli

Prigionieri (a carattere generale)                                      430 fogli

Situazioni                                                                             480 fogli

Elenchi rimpatriati                                                             3300 fogli

 

Come è facile rilevare, per i prigionieri dislocati in determinate Nazioni la documentazione è assai scarsa. Tutto quanto disponibile è comunque certamente insufficiente per la redazione di un'opera che, suffragata da documenti ufficiali, apporti un contributo determinante alla storiografia ora trattata in alcuni volumi curati da esperti dell'argomento, basati per lo più su esperienze e testimonianze dirette: le cosiddette fonti orali, da prendersi con cautela e da verificarsi con rigore.

 

Ma, senza meno, i documenti dell'Ufficio Storico possono servire a meglio lumeggiare alcuni aspetti della prigionia e dell'internamento, scrostandoli da certe strumentali storielle e dalla vischiosa aneddotica, che poco si confanno alla rigorosità della ricerca storica.

Le fonti d'archivio rimangono tuttavia a disposizione degli studiosi, nell'ambito di quella disponibilità da parte dell'Ufficio Sorico a mantenere fecondi rapporti di collaborazione con quanti si occupano di storia militare in generale, di prigionieri di guerra in particolare, con spirito di ricerca imparziale e con fede nella verità.

 

Appendice 1

 

PRIGIONIERI ED INTERNATI DI GUERRA ITALIANI NELLA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

Consistenza delle fonti presenti nell’Archivio Storico dello SME

 

 

Prigionieri ed internati in Jugoslavia ed Albania                                             332 fogli

(D.S. 2271/B/3)

D.S. 2271/B/4

D.S. 2271/B/5)

Prigionieri ed internati in Grecia e Isole                                                            758 fogli

(D.S. 2271/B/8

D.S.  2256/A)

Prigionieri ed internati in Romania e Bulgaria                                                 122 fogli

(D.S. 2271/B/3)

Prigionieri ed internati in Polonia                                                                      3 fogli

(D.S. 2271/B/3/2)

Prigionieri ed internati in Turchia                                                                      9 fogli

(D.S. 2271/B/3/ 1)

Prigionieri ed internati in Unione Sovietica                                                      847 fogli

(D.S. 2271/C

D.S. 2241

I/3 163/ 1/(1)

Prigionieri ed internati in Svizzera                                                                     1053 fogli

(D.S. 2272

D.S. 2272 bis

D.S. 3039

D.S. 2271/B/2/ 13)

Prigionieri ed internati in Francia e Colonie                                                     756 fogli

(D.S. 2271

D.S. 3039

D.S. 2241

D.S. 2271/B/ 14

I/3 167/2

I/3 168/6

Prigionieri ed internati in Germania                                                                  1892 fogli

(anche Polonia e Francia)

(D.S. 3039

D.S. 2271/B/ 1

D.S.  2271/B/2

D.S. 2256

D.S. 2241

D.S. 2271/ 1

I/3 168/8)

Prigionieri ed internati in Gran Bretagna e Colonie                                        1359 fogli

(D.S. 2256

D.S.  2271/B/7-8-9-10-11-12

D.S. 2271

D.S. 3039

D.S. 2241

I/3 168/3

I/3 168/6

I/3 163/ 1

I/3 167/ 1)

Prigionieri ed internati negli Stati Uniti                                                             2424 fogli

(D.S. 2256

D.S. 2271/B/ 13

D.S. 2241

D.S. 2256/A

D.S. 2272/2

I/3 163/ 1 (3)

I/3 168/7)

Prigionieri ed internati degli Alleati in genere                                                 1691 fogli

(D.S. 3039

D.S. 2272/ 1-2

I/3 191

I/3 163

I/3 168/6

I/3 162/ 1-2-3)

Prigionieri in genere                                                                                              432 fogli

(D.S. 2271

D.S. 2271/C

D.S. 3039

D.S. 2272/ 1-2)

Situazione prigionieri italiani                                                                              479 fogli

(I/3 168/2-7-8-9)

Elenchi rimpatriati                                                                                                3391 fogli

(I/3 160

I/3 164

I/3 165

I/3 166

I/3 169

I/3 170)

 

Totale 15854 fogli

 

 

 

APPENDICE 2

 

RELAZIONI

 

Relazioni Generali

 

I/3, 156/3:       Relazione dell’Ufficio Operazioni -  15 novembre   1944:

"Il problema dei prigionieri di guerra” (20 all.)

All. 1: lettera in data 11 ottobre 1943 di Badoglio al Capo di Stato Maggiore Generale Ambrosio, con la quale si approva la proposta di utilizzare prigionieri italiani in servizio non di combattimento (originale).

All. 13: lettera del Capo della Missione Militare Italiana presso il Comando in Capo delle Forze Alleate (generale Castellano) dell'8 febbraio 1944 al Comando Supremo Italiano, concernente l'autorizzazione a visitare i campi francesi (originale).

All. 16: documenti e relazioni sulle condizioni ed il trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata (Alto Commissario per i Prigionieri di Guerra).

I/3, 166/7:       Relazioni su militari e civili italiani internati in Turchia, Svizzera, Egitto, Romania (liberati dai russi), Jugoslavia, Bulgaria.

I/3, 166/6:       Notizie su prigionieri di guerra ed internati civili italiani nei vari campi in Italia ed all'estero (1944-1947) e reduci provenienti   dagli stessi.

I/3, 167/2:       Notizie su prigionieri di guerra italiani in mano francese (1944). Contiene anche relazioni di ex prigionieri.  Notizie sugli sbandati della 4a Armata in Francia.

I/3, 173/4:       Prigionieri italiani in Grecia. Notizie dell’Alto Commissario dello Stato Maggiore Generale (gennaio 1945).

D.S. 2271:      (3) Relazione finale dell'attività svolta dal Servizio prigionieri di guerra (testo ed allegati con prospetti numerici, rimpatri e cooperazione dei prigionieri con americani e inglesi).

D.S. 2271/C: Relazione finale sull'attività svolta dal Servizio Prigionieri di guerra del Ministero dell’Assistenza Postbellica.

D.S. 2272:      Ufficio del R. Addetto Militare in Svizzera: Relazione sul soggiorno in Svizzera dei militari italiani (9 settembre 1943 - estate 1945). Riguarda i militari italiani rifugiati colà. Con allegati dal n.  1 al n.  179.

D.S. 2272 bis: Ufficio del R. Addetto Militare in Svizzera: allegati dal n. 180 al n. 281 e dal

                        n. 282 al n. 415 alla relazione di cui al D.S. 2272.

 

 

Relazioni di ex prigionieri

 

 

D.S.  2271/C: Relazioni di ex prigionieri sul trattamento in prigionia (Ministero Affari Esteri ed Enti militari). Notizie da ex prigionieri in Germania. Notizie da ex prigionieri in Jugoslavia.

D.S. 3039:      Relazioni varie di P.G. e I.M.I. in varie nazioni.

D.S.  2112:     Relazioni.

I/3, 163/ 3:      Trattamento prigionieri italiani in Germania: copia della relazione   del tenente Bozzani Antonio, ex prigioniero, su ospedale di Meppen e sull’ Oflag. 83 di Witzendorf. Fogli su prigionieri di guerra italiani in Germania con relazioni di ex prigionieri.

Fascicolo: Relazione n. 1 sulle risultanze dell’esame della corrispondenza dei prigionieri di guerra ed internati civili in Germania, a cura dello S.M.R.E. Ufficio "I" ispettorato Censura Militare.

I/3, 167/2:       Contiene anche relazioni di ex prigionieri in Francia.

D.S.  2256/A:             Commissione indagatrice dei militari nazionali reduci dalla prigionia in Grecia: Relazione n. 2: Violazione da parte greca della Convenzione di Ginevra 27 luglio 1929, relativa ai prigionieri di guerra.  Documentazione.

Diari di guerra redatti durante la prigionia in Grecia da alcuni Ufficiali italiani.

Colonnello Arturo Bragantini: Memoriale da presentare alle Autorità italiane al rientro dalla prigionia (campo di prigionia di Wenigaste, Missouri).

D.S.  2241:     Carteggio relativo al campo di ex prigionieri di Spremberg.  Relazione Capitano Massa Alberto, reduce U.R.S.S. Relazione Generale Gelich dal campo di Saida (Algeria).

Diario storico del Quartier Generale del 300° btg.  I.S.U.  Camp Knight di Oakland (U.S.A.) dal 12 marzo 1944 all'8 agosto 1946.

D.S.  2256:     Relazione del Colonnello CC.RR. Giuseppe Conadini sull'attività svolta in prigionia, presso l'esercito americano. Relazione del Capitano Rosario Scifo sui campi d'internamento in Germania.

Relazione del Tenente Colonnello Testa sul campo ufficiali 83 di Witzendorf (Germania).

Relazione del Tenente Colonnello CC.RR. Fabio Faggiari.

Diario storico del campo png1ornen   di guerra di Versen dal 15 aprile al 2 settembre 1945.

 

 

 

Relazioni di visite ai campi

 

 

D.S. 2271:        Relazione sul campo prigionieri di guerra di Berberati (Agrica Equatoriale Francese) del Maggiore Landri (doc. 1, relazione su fatti disciplinari e politici; doc. 2, istruzioni per l'organizzazione dei campi di prigionieri dall'8 aprile 1941, in francese).

I/3, 163/ 1:      Carteggio vario su prigionieri di guerra in varie località (relazioni).

I/3, 164/8:       Visite ai campi 1944-1945 (carteggio e relazioni vari enti).

I/3, 163/3:       All. 13: lettera del capo della Missione Militare Italiana presso il Comando in Capo delle Forze Alleate (generale Castellano) dell'8 febbraio 1944 al Comando Supremo Italiano, concernente l'autorizzazione a visitare i campi francesi (originale).

All. 16: Documenti e relazioni sulle condizioni e il trattamento dei prigionieri italiani in mano alleata (Alto Commissario per i Prigionieri di Guerra).

 

 

Alto Commissariato per i prigionieri di guerra

 

I/3, 164/6:       Stato giuridico dei prigionieri di guerra italiani in mano alleata (S.M.G. 1944 e Alto Commissariato Prigionieri di Guerra).

I/3, 164/5:       Entrata in funzione Alto Commissariato prigionieri di guerra.

I/3, 165/3:       All. 16: Documenti e relazioni sulle condizioni e sul trattamento dei prigionieri di guerra in mano alleata (Alto Commissario per i prigionieri di guerra).

I/3, 169:          Rimpatri prigionieri in mano alleata. Alto Commissario prigionieri di guerra.

I/3, 170:          Carteggio relativo ai rimpatri ed ai profughi. Alto Commissario prigionieri di guerra; S.M.G.

I/3, 163/4:       Prigionieri italiani in Grecia. Notizie dell'Alto Commissario allo Stato Maggiore Generale (gennaio 1945).

D.S. 2271/b:   Documentazione trasmessa dall'Ufficio Autonomo prigionieri di guerra:

Internati militari in Francia (dai tedeschi); Internati militari in Germania e Svizzera; Internati militari in Polonia, Romania, Bulgaria e Turchia; Internati militari in Balcania, Jugoslavia e Albania; Internati militari in Grecia ed Isole;

Rimpatrio Divisione "Garibaldi"; Prigionieri in Gran Bretagna; Prigionieri in Medio Oriente; Prigionieri in Africa del Sud; Prigionieri in Africa Orientale; Prigionieri in India e Ceylon; Prigionieri in Australia; Prigionieri di guerra in mano americana (negli U.S.A., Italia, Francia, Germania, Nord Africa);

Prigionieri di guerra in mano francese nel Nord Africa ed in Francia.

D.S. 2256/A: Prigionieri di guerra nelle I.S.U. (Italian Service Units):

                        2) Situazione unità dal 1° maggio al 1° settembre 1945;

                        9) Elenchi Ufficiali campi di Monticelli, Weingarten.

 

 

Rimpatriati, profughi, reduci ed elenchi prigionieri

 

D.S. 2271:      Relazione sull'attività svolta per il rimpatrio di prigionieri di guerra ed internati (1944-1947). Consta del testo e di allegati. Importante All. n. 1: "Quantitativo iniziale di prigionieri di guerra ed internati all'estero".

La documentazione relativa alla relazione è nei raccoglitori 2271/A, B e C.

(3) Relazione finale sull'attività svolta dal Servizio prigionieri di guerra (testo ed allegati con prospetti numerici, rimpatri e cooperazione dei prigionieri con americani e inglesi).

D.S. 2271/A: Ufficio Autonomo prigionieri di guerra

1) Situazione dei prigionieri di guerra ed internati militari dal 1944 al 1947 (carteggio vario);

2) Relazioni con autorità alleate per organizzare e sollecitare i rimpatri, dal      1945 al 1946 (carteggio vario);

3) Organizzazione centri alloggio dal 1944 al 1946;

4) Reduci sardi, dal 1944 al 1945;

5) Servizio Sanitario;

6) Servizio Commissariato (viveri).         

D.S. 2271/A: Ufficio Autonomo prigionieri di guerra: Prigionieri di guerra 1945-1946-1947).

Difficoltà   circa approntamento missione assistenza   nostri prigionieri (Ministero Affari Esteri). Questioni riguardanti rimpatrio   ex   internati   italiani in Germania liberati dai russi e prigionieri dei russi. Relazione finale sull' attività svolta dal Servizio prigionieri di guerra del Ministero dell’Assistenza Post­ bellica.

I/3, 162:          Notiziari prigionieri: bollettino informazioni su prigionieri, internati, profughi, del   Sottosegretario   Stampa, Spettacolo   e Turismo (1944-1945).

I/3, 164/7:       Elenchi   riguardanti   " tutti i nominativi   di prigionieri di guerra sia degli alleati che della Germania di cui si è a conoscenza” (2 marzo 1944).

Elenchi vari nominativi di ufficiali prigionieri e rimpatriati (Enti vari).

I/3, 166/ 6:      Carteggio vario con interessanti notizie su prigionieri di guerra ed internati civili nei vari campi in Italia e all'estero (1944-1947) e reduci provenienti dagli stessi.

I/3, 168:          Carteggio fra italiani e alleati per i prigionieri di guerra.  Anni 1944-1945.

Rimpatri prigionieri di guerra.

I/3, 169:          Rimpatri prigionieri ma no alleata. Alto Commissario prigionieri di guerra.

I/3, 170:          Carteggio relativo ai rimpatriati ed ai profughi. Alto Commissario prigionieri   di guerra.

D.S. 2241:      Elenco Ufficiali campo di Lublino, Wugarten, Witzendorf, Hammelburg, Muhlberg.

 

 

 

Pubblicazioni riguardanti gli internati-notiziari su prigionieri

 

 

D.S.  2241:     Diario   storico del 300Q btg.   I.S.U.:   raccolta   giornali

" The Service Knights".

I/3, 162:          Notiziari prigionieri: bollettino informazioni su prigionieri, internati, profughi, del Sottosegretariato Stampa, Spettacolo e Turismo.

I/3, 165/ 2:      Notiziari prigionieri (novembre-dicembre 1944) e carteggio vario riguardante l’assistenza prigionieri.

D.S.  2271:     (4) Istruzioni per gli ufficiali inglesi dei campi dei prigionieri italiani.

(5) Opuscoli vari pubblicati dai vari campi dei prigionieri di guerra italiani (località: Zonderwater, Pietermaritzburg   -  Sud Africa).

Varie copie del giornale   Tra i reticolati.

 

 

Carteggi vari

 

 

D.S. 2271/ C: Corsi di antifascismo nei campi russi.

I/3, 162:             Messaggi della Radio Vaticana (S.M.R.E. Ufficio Assistenza e Propaganda   -  1944).

I/3, 164/4:         Messaggi e proclami vari di Badoglio e Messe.

I/3, 164/ 3:       Carteggio vario su “impiego prigionieri di guerra italiani con studi di carattere generale sul problema " (promemoria   del   generale   Trezzani, ottobre   1944).

I/3, 165/ 3:       All. n.  1: lettera in data 11 ottobre 1943 di Badoglio al Capo di Stato Maggiore generale Ambrosia, con la quale approvò la proposta di utilizzare prigionieri italiani in servizi non   di combattimento (originale).

D.S.  2256/A:             Prigionieri di guerra nelle I.S.U. (Italian Service Units). Pratiche         disciplinari:

1) Corrispondenza con l 'Ambasciata italiana;

3) Costituzione degli I.S.U.  e promemoria relativi;

4) Carteggio con la potenza   protettrice;

5) Encomi ai militari e reparti delle I.S.U.;

6) Relazioni con l 'Headquarters I.S.U. e con il generale Eager;

8) Circolari delle I.S.U.  e comunicazioni varie.

D.S.  2241:       Prigionieri di guerra in India;

Diario storico del 300° btg. I.S.U.: schede   personali;

elenco 301° btg.  I.S. U.; atti   notali;

carteggio vario U.S. A.

D.S. 2256:        Eccidio di Danzica.

L’opera del Genio italiano nel campo 

martedì 31 gennaio 2023

Giorgio Madeddu. Prigonia Austriaca in Italia. Campo di Concentramento di Monte Narba. I Parte

3.5.4 Monte Narba   x

La miniera di Monte Narba entra nello scenario della prigionia in Italia dalle cronache del Diario del Gen. Carmine Ferrari quando rivela che, il 18 dicembre 1915, giungeva al largo dell’Asinara il piroscafo Dante Alighieri con a bordo 1.995 prigionieri di cui 635 ufficiali, fortunatamente tutti esenti da malattie contagiose. Ultimato lo sbarco degli ufficiali il giorno 21, questi furono alloggiati secondo le indicazioni del Colonnello Eldmann, ufficiale austro ungarico di grado più elevato, che suggerì la suddivisione per nazionalità.

Trascorso il peridio contumaciale, il comandante del Corpo d’Armata dispose il trasferimento di 160 ufficiali a Porto Ferraio, 150 a Cittaducale e il “maggior numero possibile” alla miniera di Monte Narba, si disponeva altresì di mantenere sull’isola tutti gli ufficiali medici e qualche ufficiale per la disciplina. Fra 30 e il 31 dicembre partirono per Monte Narba un centinaio di ufficiali.[1]

Il villaggio di Monte Narba, località di montagna a circa 700 m. S.L.M., si trova nel sud est della Sardegna, dista circa ottanta chilometri dal capoluogo regionale, amministrativamente appartenente al comune di San Vito Sardo.

Il villaggio prese corpo intorno alla miniera che sin dalla prima metà dell’Ottocento estraeva principalmente minerali di argento, piombo e zinco. Alloggi per gli operai, abitazioni per gli impiegati, edificio della amministrazione, villa della direzione, magazzini, officine, spaccio e ospedale rendevano il villaggio sostanzialmente autonomo. Il verde delle montagne circostanti ne faceva un luogo gradevole, tra l’altro, lontano dalla endemicità della malaria.

Fonti locali confermano il numero degli ufficiali prigionieri, i già noti 100 di cui il Diario del Gen. Ferraris, ma, a Monte Narba giunsero ulteriori 30 soldati specializzati[2], militari di truppa non esentati dal lavoro come invece accadeva per gli ufficiali. La loro presenza è storicamente accertata in quanto parteciparono alla realizzazione della nuova laveria, ”… l’opera fu velocemente terminata grazie all’aiuto dei militari austriaci prigionieri”. [3]

Il numero dei prigionieri di guerra presenti a Monte Narba è confermato dai documenti della Commissione Centrale per i prigionieri di guerra, al 1° gennaio 1917 a Monte Narba risultavano presenti 96 ufficiali appartenenti al gruppo proveniente da Valona e 30 uomini di truppa.[4]

Nell’archivio storico della Parrocchia di San Vito sono conservate due lettere inviate dall’allora sacerdote Don Demontis alla diocesi di Cagliari per informare sullo svolgimento delle pratiche religiose nel campo prigionieri di Monte Narba. Nella prima lettera datata 20.01.1916, Don Demontis riferisce che, in accordo con il Comando militare, si stabiliva che, da domenica 23 gennaio, si sarebbe improvvisato un altarino in un vasto locale della miniera per consentire al Capitano, Cappellano dei prigionieri, P. Gabriele Cvitanović[5] di celebrare la messa in austriaco. Don Demontis al fine di favorire la celebrazione del “santo sacrificio” assicurava di farsi carico del necessario per sostenere il sacerdote dei prigionieri ma, in considerazione della povertà della sua chiesa, chiedeva il sostegno dei “parroci cittadini” per il reperimento dei paramenti e quanto necessario per la celebrazione delle messe a Monte Narba. Il parroco di San Vito si premurava inoltre, di assicurare l’Arcivescovo di Cagliari sull’effettivo stato religioso del Cappellano dei prigionieri: Padre Gabriele Cvitanović aveva richiesto la confessione e Don Demontis trasse l’impressione di un “…contegno religiosissimo.”.

Nella seconda lettera datata 29 giugno 1916, Don Demontis comunicava al Mons. Vicario che, per espresso e ripetuto desiderio degli ufficiali austriaci, si era reso necessario modificare la giornata per la celebrazione della messa, stabilendo che questa si svolgesse tutti i mercoledì. Per mancanza di un locale idoneo le messe si svolgevano nel piazzale sotto un grosso albero di carrubo, serviva il rito un soldato austriaco sia per il suo “grave comportamento che per la correttissima pronunzia del latino…”, alla messa prendevano parte anche il comandante del campo e molti soldati italiani.

La vita degli ufficiali a Monte Narba scorreva tranquilla, tanto che, secondo testimonianze,[6] gli alloggi risultavano ben tenuti, furono realizzati giardini ben curati e persino degli orti. Nelle serate si organizzavano persino tornei di tennis. Il Sottotenete Alessandro Zechmeister riusciva addirittura ad inviare una cartolina in franchigia alla Columbia Graphophone Comp. di Milano affinché venissero spediti a Monte Narba dei dischi musicali e un catalogo recente[7].

L’esame dei registri degli atti di morte del comune di San Vito per il periodo 1915 – 1920 rivela che nel campo di Monte Narba non vi furono decessi tra i prigionieri, persino l’epidemia di influenza spagnola dell’inverno 1918, lascio indenne Monte Narba.

Un ufficiale, probabilmente un affermato pittore, decorò le pareti e le volte del fabbricato che ospitava l’amministrazione e Villa Madama, la palazzina di tre piani adibita a direzione della miniera. Per decenni i decori hanno affascinato i visitatori della miniera, oggi lo stato di abbandono del sito gli ha compromessi irreparabilmente.

Il campo di prigionia di Monte Narba ospitò anche Bogdan Devidè, militare medico “accessist ”, nato a Zagabria nel 1885. Rientrato in Croazia dopo la fine del primo conflitto mondiale, Bogdan Devidè moriva il 20 febbraio 1945 nel campo di concentramento di Mauthausen, vittima delle atrocità del nazismo[8]. Simbolicamente Bogdan Devidè rappresenta il ponte tra la prigionia di guerra del primo conflitto mondiale e la prigionia della Seconda guerra mondiale.

Il campo di Monte Narba, se pur nel contesto delle costrizioni della prigionia di guerra, ha rappresentato forse un unicum a livello nazionale, gli ufficiali prigionieri poterono dedicarsi ai loro hobby, così come i soldati italiani impiegati nella custodia dei prigionieri non ebbero modo di lamentarsi del contegno dei prigionieri loro affidati. Un clima di rispetto reciproco più volte riscontrato anche nei paesi della Sardegna dove, i distaccamenti prigionieri di guerra, operarono nei diversi lavori e di cui si dirà nel capitolo dedicato.

 

 

 

 



[1] Ferrari G.C., Relazione del campo di prigionieri colerosi all'Isola dell'Asinara nel 1915 – 1916, Provveditorato Generale dello Stato, Roma 1929

[3] Ibidem

[4] Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito (A.U.S.S.M.E.) Fondo 11 Racc. 127 cart. 6

[5] Di Padre Gabriele Cvitanovic (1877-1955) e del periodo di prigionia in Sardegna si ha notizia nel suo diario pubblicato dal nipote Karlo Jurišić sotto il titolo: Fra Gabro Cvitanović i njegov Ratni dnevnik (1914.-1918.), Spit 1984. Il frate dell’Ordine dei Minori Francescani, reduce della lunga marcia della morte nei Balcani, sbarcò sull’Asinara per poi essere inviato alla miniera di Monte Narba.

[6] Mezzolani S. e Simoncini A., La miniera d'argento di Monte Narba, Gia Editore – Cagliari, 1989

[7] Madeddu G. La Damnatio ad Metalla, Gaspari Editore – Udine 2018

[8] Mauthausen Memorial Archives - https://raumdernamen.mauthausen-memorial.org


venerdì 20 gennaio 2023

Prigionia in URSS . Il retaggio Note

 

Unione Sovietica.



La prigionia in mano alla U.R.S.S. è quella che ha inciso più a fondo nel retaggio  del sistema socio-politico del dopoguerra. Prima che scoppiasse la guerra fredda, nella metà del 1946, già si avvertivano i sintomi di quelle che saranno le polemiche spesso roventi del dopoguerra. Il 20 agosto 1946, dopo un anno di attesa e di aspettative sempre più crescenti, quando tutti gli altri Paesi belligeranti avevano restituito in grandissima parte i prigionieri in loro mani, un comunicato del Governo di Mosca molto sobrio ed asciutto fa presente che tutti i prigioneri italiani in mano alla URSS erano stati restituiti, tranne un esiguo numero, circa 27, tra ufficiali e soldati, considerati criminali di guerra ed in attesa di giudizio. Tra questi anche un cappellano militare, Padre Brevi, considerato dai sovietici una spia del Vaticano.

In Italia le aspettative erano altre. Si aspettava il rientro di circa 70/80 mila prigionieri dalla Russia. A tutto il 1946 erano stati restituiti 21.000 soldati, di cui circa 11.000 appartenenti all’ARMIR i restanti liberati dall’Armata Rossa dai campi di concentramento tedeschi nella sua avanzata verso occidente.

La polemica divampò violentissima, e si manifestò in modo particolare nello scontro politico tra i partiti di sinistra, in particolare il PCI e i partiti del centro, in particolare la Democrazia Cristiana. L’accusa principale era che la URSS tratteneva i prigionieri italiani come schiavi, per ragioni ideologiche.

La realtà, emersa negli anni novanta all’indomani del crollo della URSS e alla parziale apertura degli archivi sovietici, era ben diversa da quella ipotizzata in Italia. La URSS aveva ragione nel sostenere che aveva restituito tutti i prigionieri italiani in suo possesso. Infatti è stato documentato[1] che l’Armata Rossa, nella sua avanzata verso occidente catturava circa 11.000/11.500 soldati dell’ARMIR e li avviò ai campi di smistamento ( le cosiddette marce del Davai). Nei campi di smistamento entrarono quelli che poi vennero restituì, tranne una percentuale dell’1% che morì per malattie o cause naturali.[2]

La vicenda dei prigionieri in mano alla URSS continuò in temi sempre aspri fino al 1954 quando, dopo la morte di Stalin, furono restituiti gli ultimi prigioneri, circa 10, trattenuti con pretesti e motivi vari.

 Il retaggio di questo particolare segmento del V fronte della Guerra di Liberazione è estremamente pesante. L’Italia inviò prima un Corpo di Spedizione, poi una Arma che raggiunse circa i 200.000. Nel corso delle offensive sovietiche del novembre-dicembre 1942 – gennaio febbraio 1943, che si conclusero con la caduta di Stalingrado, che determinarono la svolta della guerra in Oriente, le forze italiane furono annientate. Circa 100.000 uomini riuscirono a salvarsi tramite una ritirata, la celeberrima ritirata di Russia, ma altrettanti rimasero sul campo. Non per le vicende della guerra, ma in virtù della insipienza dei Comandati italiani sul campo, delle imposizioni tedesche e di un male interpretato senso dell’onore militare. Composte tutte da forze di fanteria, senza mezzi corazzati e meccanizzati, il compito era quello di resistere fino allo stremo sulle posizioni del Don. Una volta che la battaglia avrebbe rilevato le direttrici di attacco in profondità dell’attaccante sovietico, avrebbero dovuto intervenire le forze mobili tedesche, per chiudere le falle. Il compito delle forze Italia quindi fu assolto. L’errore fu il non aver dato di arrendersi sul posto. Sarebbe stata la salvezza di oltre 80.000 soldati italiani. Al contrario, messisi in marcia verso occidente, quanto contemporaneamente i sovietici provvedevano a distruggere tutta l’organizzazione logistica di retrovia con puntate di forze mobili, la speranza di sopravvivere nella steppa d’inverno erano presso che nulle. Infatti i comandi sovietici locali non inseguirono i soldati italiani in marcia, conviti e sicuri che la steppa, il cosidetto generale Inverno, li avrebbe uccisi. Come in realtà accadde. Il prezioso retaggio di questo segmento del V fronte è quello che occorre avere sempre autonomia decisionale quando si partecipa in una coalizione fi forze internazionali ed occorre sempre, in lealtà con gli alleati, preservare l’interesse nazionale. Un retaggio che permeò nel dopoguerra la partecipazione delle forze nazionali alle cosiddette Missioni di Pace, coalizioni internazionali sotto egida id organizzazioni sovranazionali.



[1] UNIRR, Rapporto UNIRR, 1995. In Italia la cifra dei presunti prigionieri era stata fissata in circa 84.000. Dei 201.0000 militari italiani presenti al fronte ai primi di dicembre, come attestano i documenti della Direzione di Commissariato dell’ARMIR sulla forza vettovagliata, ne erano rientrati in Italia 101.000. Pertanto considerate le perdite, a larghe spanne, la cifra dei prigioneri doveva essere circa 84.000 considerate le perdite. In realtà dei 101.000 soldati mancati, 90.000 erano Caduti nella ritirata e circa 11.000 raccolti come prigioneri dai sovietici, che in effetti restituirono. Vds. Coltrinari M., Le Vicende dei Militari Italiani in URSS, Roma, Archepares, 2021.

[2] Il tasso di mortalità nella prigionia in URSS è più o meno quello delle altre prigionie in mano della Gran Bretagna, Francia e Stati uniti.

martedì 10 gennaio 2023

Prigionia austriaca in Italia I Guerra Mondiale. Lineamenti generali

 Progetto Prigionia 2020

Premessa

Nel susseguirsi dei volumi della Collana dedicata alla prigionia della Prima guerra mondiale, questo, il sesto, tratta della prigionia austro ungarica, precedendo i volumi che tratterranno la prigionia italiana in Austria, il settimo, e la prigionia italiana in Germania, l’ottavo. L’architettura di questo volume è stata scelta adottando il criterio dei 111 campi di concentramento che nel corso del conflitto sono stati aperti per ospitare i prigionieri di guerra dei nostri nemici. Questo criterio è stato sovrapposto al criterio della dipendenza dai comandi superiori, ovvero i Comandi di Armata Territoriali, in cui al tempo l’Italia era divisa dal punto di vista militare. Questi avevano giurisdizione su più regioni, quindi superando la suddivisione regionale. L’articolazione geografica adotta poi si affina raggruppando questi Comandi in tre comparti, il nord, il centro ed il su per una visione più di sintesi. All’interno di questa articolazione sono elencati i campi con il proprio nome che è preso dalla località in cui insiste. Per ogni campo la descrizione segue le fasi della prigionia di guerra adattata a questa ricerca, ovvero dando per scontato la fase della cattura (resa, raccolta, avvio all’indietro, avvio ai campi di smistamento) si descrive la descrizione (geografica e strutturale) del campo e quale percorso i prigioneri abbiamo fatto per arrivarci, la vita al campo, il trattamento ricevuto da parte delle autorità italiane, con le relative fonti memorialistiche e documentali se esistenti, e, infine, il rimpatrio. In linea generale i campi di concentramento, almeno i principali, furono tenuti aperti anche negli anni del primo dopoguerra, anche con nuove funzioni o particolari attività che se del caso, verranno indicate.

I limiti di spazio sono individuati nel territorio sotto la giurisdizione del Regno d’Italia dal 1914 ai primi anni venti. Si farà cenno anche ad eventuali campi aperti in zone d’operazioni del Regio Esercito, ovvero in Albania e nei Balcani in genere.

I limiti di tempo vanno dalla crisi del 1914, ai primi anni venti, un arco di tempo di circa sei sette anni.

Non verranno presi in esame quei campi di concentramento adibiti esclusivamente ad internamento di guerra, oppure ad accogliere profughi dal Veneto e dalle terre invase dopi il 1917, o con altre destinazioni di persone aventi status giuridico diverso da quello di “prigionieri di guerra”.

La problematica, la finalità e lo stato della ricerca con questo volume, si può dire che ha raggiunto il giro di boa e si avvicina alla sua conclusione. Dopo aver con il primo volume dato un quadro e i lineamenti della prigionia, a cui si rimanda per ogni questione di carattere generale, e proposto volumi particolari come la geografia dei campi di concentramento in Austria-Ungheria, l’epistolario di un prigioniero, la memoria con questo volume apriamo una finestra sulla prigionia dei nostri avversari, propedeutica a quella che andremo a ricostruire con i volumi che seguiranno, ovvero la prigionia italiana in Austria e in Germania nei sui reali contenuti.

Infine occorre sottolineare come queste ricerche vogliono anche sottolineare il valore militare del prigioniero di guerra, di essere fedele al giuramento prestato in condizioni estremamente difficili, disarmato, valore militare che in gran parte non è stato tangibilmente riconosciuto.


 

 

 

martedì 20 dicembre 2022

Giorgio Madeddu. Bibliografia. La Prigionia austriaca in Italia.

 


Biblioteca Associazione Mineraria Sarda, Resoconti delle Riunioni dell’Associazione Mineraria Sarda, Anno XXI, n. 9

 

  

BIBLIOTECA ASSOCIAZIONE MINERARIA SARDA, Resoconti delle Riunioni dell’Associazione Mineraria Sarda, Anno XXI n. 9;

BRIGAGLIA MANLIO, La Sardegna – Enciclopedia. Volume 1° sezione di Storia. Cagliari, Edizioni della Torre, 1986

CARANDINI NICOLÒ, Il lungo ritorno – a cura di Oddone Longo ed Elisa Majnoni, Udine, Gaspari Editore, 2005.

CARBONI FRANCESCO, in L’uomo e le miniere in Sardegna a cura di Tatiana K. Kirova – Cagliari, Edizioni Della Torre,1993

CHERCHI FRANCESCO e RENZO PASCI, Relazione al Lyons Club. Iglesias, 1998

CORSI ANGELO, L’azione Socialista tra i minatori della Sardegna 1898 – 1922, Allegato 1, Costituzione della Federazione Minatori di Sardegna (manoscritto del dr. G. Pichi). Milano, Edizioni di Comunità, 1959

FERRANTE CARLA, L’arrivo dei disperati, in Almanacco di Cagliari 1996

FERRARI GIUSEPPE CARMINE, Relazione del campo di prigionieri colerosi all'Isola dell'Asinara nel 1915 – 1916, Provveditorato Generale dello Stato Roma, 1929

GIORDANI PAOLO, La Marina italiana nella guerra europea – Per l’Esercito Serbo. Editori Alfieri e Lacroix, Milano, 1917

GORGOLINI LUCA, I dannati dell’Asinara – L’odissea dei prigionieri austro – ungarici nella Prima guerra mondiale. Albairte, UTET Libreria, 2010

LA TERRA SARDA, Periodico di Agricoltura ed Economia Rurale, Anno II, luglio 1917 N. 7, Cagliari, 1916 – 1920

LEI – SPANO GIOVANNI MARIA, La Sardegna economica di Guerra. Sassari Ed. Giovanni Gallizzi 1919

MEZZOLANI SANDRO e SIMONCINI ANDREA, La miniera d'argento di Monte Narba. Cagliari, Gia Editore ,1989

PISTOLESI CARLO, L’età delle miniere. L’industria mineraria italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale. Venturina, Edizioni Archivinform, 2011

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1915, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno Via Umbria – 1917

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1916, Ministero d’Agricoltura - Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno, Via Umbria – 1917

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1917, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno Via Umbria – 1919

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1918, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Stabilimento Tipografico per l’Amministrazione della Guerra – 1920

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1919, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Stabilimento Tipografico per l’Amministrazione della Guerra – 1921

SABBATTUCI GIOVANNI - VIDOTTO VITTORIO, Storia Contemporanea Il Novecento. GLF Editori Laterza, ottava edizione, Bari, SEDIT, 2008

SANDRO RUJU, L’Argentiera, storia di una borgata mineraria in Sardegna 1864 – 1963. Milano, Franco Angeli Editore, 1996

SCHATZ ROBERT, Az olasz kiralysag teruletèn, Isola dell’Asinara (Prigionieri di guerra ungheresi nell’isola dell’Asinara), in Storia dei prigionieri ungheresi, Budapest, 1930

ŠRÁMEK JOSEF, Diary of a Prisoner in World War I, 1914 – 1918. Self- Published by Tomás Svoboda, using the service of CreateSpace.com, 2011

TOCCO GIANNI, “Storia della miniera di Fund’e Corongiu, la più antica miniera di antracite della Sardegna” - Relazione tenuta in Seui il 31.10.12

TORTATO ALESSANDRO, La prigionia di Guerra in Italia 1915 – 1918, Mursia Editore, Milano, 2004;

USELLI FRANCO, Si Ses Italianu Foedda in Sardu – Comune di Ula Tirso, Dolianova, Grafica del Parteolla, 2000;

VISCHER ADOLF LUKAS, La malattia del reticolato. Contributo alla psicologia del prigioniero di guerra – Traduzione dal tedesco di Ettore Lo Gatto – Napoli, Ricciardi Editore, 1919

 

sabato 10 dicembre 2022

Crimini contro i prigioneri. Il Decreto in caso di catastrofi". Germania 1943-1945

 

il “Katastrophenerlass”, ovvero il “Decreto in caso di catastrofi”.

 

Scrive Gerhard Scriber:

Detto decreto trae origine dall’estate 1943. Nel corso dei violenti bombardamenti subiti dalla città di Amburgo il “Hohere SS- un Polizeifuhrer, la più alta autorità delle SS e della polizia, aveva ordinato di propria iniziativa di fucilare  “senza sottoporli ad un qualsiasi giudizio, dei saccheggiatori stranieri colti sul fatto”. Himmler approvò questa procedura a posteriori dandone comunicazione a quanto pare con una circolare a tutti gli Hohere ss-un Polizizeifuhrer. E nell’autunno del 1943 lo stesso Himmler decise di sostituire detta circolare con un decreto speciale per attribuire un “sicuro fondamento giuridico” a quelle condizioni che si sarebbero dovute d’ora in avanti applicare a casi simili. Non si deve infatti ignorare che nel corso e in seguito ai succitati bombardamenti, detenuti evasi dal carcere ed elementi stranieri avevano saccheggiato la città anseatica commettendo gravissimi crimini. Come “Geheime Reichssache (documento segretissimo di interesse del Reich) questo decreto doveva essere “portato a conoscenza di tutti gli uffici esecutivi interessati.” Le autorità del Reich non pubblicarono mai in forma ufficiale detto Katastrophenerlass, ma anche dopo il 1945 alcuni giuristi hanno sostenuto che malgrado ciò il decreto fu giuridicamente vincolante.”[1]

Il decreto in questione permise a qualsiasi tedesco in divisa e non, o che esercitasse una qualsiasi funzione pubblica di compiere i più efferati atti criminali con la convinzione di essere nel giusto e di fare il bene della Germania. Come in ogni loro cosa i Nazisti erano maestri in questa loro intossicazione di ogni comportamento verso i propri simili.

Un altro aspetto che va ascritto al popolo tedesco in senso negativo che rappresenta una forma larvata di vigliaccheria e di arbitrio è una norma che per tutto il secondo dopoguerra è stata ampiamente evocata durante i processi a militari tedeschi accusati di crimini contro l’umanità.



[1] Schreiber G., Gli Italiani internati nei campi di concentramento del III Reich. 1943 -1945.Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1992. Pag. 744 e segg.

domenica 20 novembre 2022

Crimini contro i prigionieri: il paragrafo 47 del Codice MIlitare Penale di Guerra Germania 1933-1945

 

Un'altra norma che incise fortemente nel comportamento dei militari tedeschi è il paragrafo 47 del Codice Militare Penale tedesco. Un paragrafo che nel dopoguerra offrì a tutti gli accusati di crimini di guerra una comoda via d’uscita per liberarsi delle responsabilità personali dei crimini commessi.

 

Scrive ancora Gerard Schreiber.

“se nell'esecuzione di un ordine di servizio viene violata una legge penale il solo responsabile e il superiore che ha impartito quell'ordine”. In un ambiente dove vigeva il principio di ordine e obbedienza il disposto del paragrafo serviva probabilmente nei casi dubbi a togliersi qualche peso dalla coscienza. Il dipendente poteva essere tuttavia accusato di concorso nel reato qualora avesse ecceduto nell'eseguire l'ordine o fosse stato a conoscenza che l'ordine del superiore riguardava un'azione finalizzata ad un reato di carattere civile o militare.

Il paragrafo 47, quindi, mentre stabiliva che gli appartamenti e le Forze Armate tedesche non avevano né la facoltà né il dovere di eseguire ordini criminali, sottraeva nel contempo da ogni procedimento giudiziario tutti coloro i quali, avendone o meno il diritto, si fossero difesi in modo convincente appellandosi alla clausola della consapevolezza. E’ lecito supporre che quel paragrafo 47 non facesse che cresce l'ignoranza ed attenuasse gli scrupoli morali specie in tempo di guerra quanto erano in gioco delle vite umane, ossia il bene più prezioso in uno stato di diritto.”[1]

 



[1] Schreiber G., Gli Italiani internati nei campi di concentramento del III Reich. 1943 -1945. Cit. pag. 746 e segg.

giovedì 20 ottobre 2022

l Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 Queste norme tanto spesso trascurate, non sono diventate oggetto di diritto positivo riconosciuto su un piano internazionale se non all'inizio del nostro secolo. Nel corso di queste nostre pagine non abbiamo riscontrato il rinnegamento di queste norme durante la Seconda Guerra Mondiale ma il più folle gioco di travisamento a cui risorse l'una e l'altra parte in conflitto, per renderlo inefficiente, senza mostrare preoccupazione per l'unità del fatto che con tale procedimento si ponevano al di fuori della stessa condizione umana, decine di migliaia di uomini.


Si avvertì, peraltro, la debolezza della applicazione della Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra e subito si pose mano ad un suo rinnovo che vide la pubblicazione di quella ancora in vigore che è la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, geriti ed ammalati del 1949, con i protocolli aggiunti del 1977.

Da ultimo, come retaggio della prigionia di guerra, si ebbe il Germania il Processo di Norimberga, iniziato nel 1946 e in Giappone il Processo di Tokio contro i responsabili nazisti e giapponesi, accusati di reati che proprio detti processi determinarono: i reati contro l’umanità e la pace per crimini di guerra ed altre configurazioni delittuose contro civili, prigionieri ed inermi. Oggi, Mario per le sue azioni contro gli abitanti di Capua sarebbe condannato per crimini contro l’umanità, a prescindere da qualsiasi motivazione si possa portare.

lunedì 10 ottobre 2022

Il Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 

In questo episodio, scelto a caso, uno fra i mille che si possono riscontrare le contraddizioni di base che permangono nella storia di tutta l'umanità quando si pongono a confronto le esigenze della pura giustizia con quelle del diritto che si appoggia alla forza.

E mentre la coscienza dell'uomo sia pure nella sua infinita gamma di gradazioni e nell'estrema labilità delle sue manifestazioni percepisce l'esigenza di una giustizia che sia al di sopra dei conflitti, d'altra parte il corso violento della storia tende ad annullarla con la facile proliferazione delle giustificazioni che tutto il mondo è pronto ad offrire a chi prevale.

Al di sopra però di queste contraddizioni resta un fatto importantissimo, e cioè che nessuno vuole essere chiamato ingiusto, tantomeno il vincitore.

Ne consegue perciò tutto il travaglio di cui è partecipe l'umanità intera che ha per fine la formulazione e l'adozione di concetti di giustizia che non sia unicamente quelli dettati dalla forza e camuffati dall'ipocrisia del vincitore. È attraverso questo travaglio che venne formandosi un'etica che ha messo in crisi le equazioni vincitore-diritto ed ha determinato tutta una serie di comportamenti che hanno reso meno duri i rapporti tra le genti.

Fu così che in tutti i tempi e in tutti i luoghi si trovano delle norme che regolano il trattamento di colui che è l'espressione tipica del vinto, cioè dell'uomo senza diritti, il prigioniero di guerra, il “captivo”, il cui nome trasformandosi nella nostra lingua in “cattivo” venne assumendo tutta quella gamma di significati infamanti che sono l'opposto degli appellativi riservati al vincitore. 



martedì 20 settembre 2022

Il Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 

“Mario aveva violato le leggi della guerra”. Con questa affermazione Sallustio conclude la narrazione di un episodio particolarmente crudele della guerra che i Romani conducevano contro Giugurta: la distruzione della città di Capua, l'uccisione di tutti gli uomini atti alle armi fatti prigionieri, la vendita come schiavi delle donne e dei bambini. Il comportamento di Mario era delittuoso perché la città si era arresa e perché era stata proditoriamente assalita. Sebbene non fosse in guerra. Ma subito dopo questa affermazione Sallustio assolve Mario dal suo misfatto (Mario il tribuno della plebe, l'erede dei Gracchi come paladino della Giustizia sociale) perché non aveva agito per cupidigia o per mentalità criminale ma soltanto per evitare che la città di Capua diventasse un punto d'appoggio per il nemico. Dopo questo successo conseguito senza la perdita di un solo uomo, commenta Sallustio, il più grande è famoso Mario fu considerato ancora più grande è la sua fama sali alle stelle”

Sulla giustizia prevalse dunque il successo. Esistevano, è vero, delle leggi di guerra certo più vecchie che la memoria dell'uomo e delle quali i Romani si vantavano di essere fedeli custodi come assertori, primi fra tutti, del diritto delle genti; ma queste leggi perdevano ogni valore di fronte alla necessità di vincere, ed ogni loro conseguente sanzione, sia pure soltanto morale, si vanificava nella gloria del vincitore che non come tale diventava Fonte Suprema e unica del diritto.  (massimo coltrinari)

mercoledì 31 agosto 2022

Prigionia di Guerra ed Internamento in Francia e nei Territori Francesi. 1940 -1945 Territori Francesi III Parte

 


L’attesa del rientro è ben descritta da Alciato

Il 3 settembre 1945 scrivevo: inutile dire che sono arcistufo della prigionia. Mi sembra di abitare in un immenso palazzo nero fuori e dentro in mezzo alla natura ostile. Caldo, Ghibli, cimici e poi ancora cimici a non finire mi perseguitano ovunque io vada; ieri sera sono scappato disperato nel cortile e mi sono steso su una panchina per trovare un po' di sollievo. Dopo pochi minuti mi sentivo pungere dappertutto. Meno male che questo presto partiremo. Almeno lo speriamo. Nel campo circolo continuamente voci fantastiche. Dico fantastiche perché la nostra Liberazione, quando che sia, entra nel regno della favola. Si parte il 5 si parte l’8. Oppure si parte addirittura domani. Crederci o non crederci? L'esperienza ti consiglierebbe di andare cauto, ma tutto il tuo essere vuole crederci. Dopo tanto disperare abbiamo bisogno di ottimismo. Fnorse questo ingenuo impulso sperare un pietoso esperienze dell'anima per addolcire la sofferenza. Arrivederci a Natale Vi voglio bene; i rimpatri cominciano a fine novembre 45, a scaglioni gli ultimi i più numerose dei quali 600 prigionieri riuscì a imbarcarsi solo alla fine di aprile del 1946 L’impulso a crederei in una vicina partenza fu davvero uno stratagemma della psiche per soffrire di meno.”[1]


sabato 20 agosto 2022

mercoledì 10 agosto 2022

Prigionia di Guerra ed Internamento in Francia e nei Territori Francesi. 1940 -1945 Territori Francesi II Parte

 Per i restanti prigionieri di guerra le autorità francesi ponevano, come rilascio la condizione che i 12.000 prigionieri italiani dediti ai lavori in Algeria dovevano essere sostituiti da altrettanti prigionieri tedeschi. I rimanenti prigionieri potevano essere liberamente restituiti senza rimpiazzo di tedeschi in base alla disponibilità delle navi. Ancora una volta,  e siamo nel 1945,  emerge nel pensiero politico delle autorità francesi la equiparazione fra italiani e tedeschi. I francesi degaullisti non tenevo in nessun conto quanto era accaduto nel 1943, l'armistizio e la dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre 1943. Le trattative armistiziali non avevano visto presenti i francesi.

Le richieste francesi si incentravano sullo scambio degli italiani con i tedeschi. Tale scambio era la risultanza degli accordi tra il colonnello Regis che ricopriva l'incarico di capo della sezione della commissione di armistizio e il colonnello le Gautier responsabile francese per i prigionieri di guerra. Gli accordi prevedevano la restituzione di 12145 italiani con altrettanti tedeschi che erano così distribuiti:

- Tunisia 2445

- Algeria 6000 (Orano, Costantina Algeri)

- Marocco 3700 (Casablanca)

I francesi, come già detto, anche in questo segmento fanno rilevare la necessità di utilizzare la forza lavoro dei prigionieri nelle loro colonie, in attesa del rientro, per smobilitazione, dei propri uomini ancora sotto le armi.

I piani di rimpatrio furono stilati in modo meticoloso con il seguente programma Biserta 2100 uomini

Orano 10000 uomini

Costantina 7000 uomini

Algeri 1500 uomini

Marocco 10200 uomini

Inoltre furono stilati piani modo meticoloso che riuscirono ad entrare nella fase esecutiva solo nell'arco di tempo che va dal dicembre 1945 al marzo 1946.

I rimpatri prevedevano che i contingenti di prigionieri fossero organizzati in modo che il numero degli Ufficiali forse proporzionata al numero della truppa. Questo criterio fu rispettato anche per il campo ufficiali di Saida nonostante la richiesta delle nostre Autorità di rimpatriare i rimanenti 700 ufficiali tutti insieme.

Le navi utilizzate furono varie, tra cui il piroscafo “Toscana”, che  è citato in molti documenti e memoriali ed anche navi da guerra come ad esempio  l’incrociatore “Montecuccoli”.

Alla fine del giugno 1946 praticamente il rimpatrio dei prigionieri di guerra italiani dal nord Africa ebbe termine.

Rimanevano solo 19 militari italiani detenuti per reati di furto, mercato nero e spionaggio; anche per questi il governo italiano chiese prontamente il rimpatrio

Tutti i prigionieri in Africa che provenivano dei campi di Saida, Canot, Boghat, Palat giungevano a Napoli; come è facile immaginare che loro condizioni non erano buone, il morale depresso il vestiario composto di pochi stracci.

Al primo interrogatorio per tutti i provenienti dall'Africa francese denunciarono il trattamento inumano che avevano ricevuto.