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domenica 31 marzo 2024

La prigionia. Scopo e finalità della ricerca del 1998

 


 Lo studio della prigionia e dell’internamento come mezzo per diminuire la violenza, la violenza bellica  e rafforzare la pace e la sicurezza, ovvero individuare la struttura e articolazioni della prigionia e l’internamento è un concetto che si è affermato nell’ambito della attività della Associazione Nazionale reduci dalla Prigionia  a partire dal convegno di Caserta n                                                                          


Gli scenari sia europei che mondiali, dal 1989, con la caduta del muro di Berlino, hanno innescato dinamiche che hanno portato il nostro Paese al centro di tensioni e conflitti sia di medio che di alto spessore. L’Italia con le sue Forze Armate ha svolto un ruolo non secondario nelle operazioni di “peace keeping” e “peace renfourcement” ( Libano, Mozzambico, Somalia, Albania, Bosnia, Kossovo); ora, dopo l’11 settembre 2001, anche in operazioni di medio-alta conflittualità in Afganistan e in Irak. Lo scopo di queste missioni è quello di abbassare il livello della violenza bellica, cercando di priteggere ed aiutare quzello che, la storia lo insegna, sono le prime vittime, cioè i non combattenti, i cosidetti “civili”, che vedono la loro sicurezza, materiale e morale, messa in pericolo. Questi interventi, quindi, costituiscono contributi essenziali al ripristino della sicurezza e al rafforzamento della pace tra comunità, etnie e stati. Ora questa azione, per essere efficaci, deve avere continui contributi, adattamenti, studi, al fine di affrontare situazioni conflittuali sempre più articolate e complesse. Se non si riesce a fare questo, si partecipa in in conflitto con mezzi ( intesi come concezioni, dottrina, regole di ingaggio, intelligence, e conoscenza di amici, fiancheggiatori  avversari e nemici) inadeguati. E dato che non si può sbagliare in questa materia, le conseguenze sono pesanti. Come la strage di Nassyrya stà a dimostrare.

 

Uno dei mezzi per avere strumenti adeguati in operazioni in Area e Fuori Area è quello di conoscere le dinamiche della violenza, sia essa bellica o di altra natura. Nelle parti in conflitto, la spirale della violenza spesso conduce a reazioni e ritorzioni, spesso volute da chi compie un atto violente, che si traduce in rappresaglie, restrizioni, limitazioni di movimento per arrivare alla privazione della libertà in individue cosidetti o consiuderati “sospetti”, ovvero alla attuazione della prigionia militare e dell’internamento. Con questo approccio si apre il tema, che si credeva fino al 1989 relegato solo alla Storia, dell’internamento e della prigionia come protagonisti dei conflitti. Due esempi: nel conflitto tra serbi croati e bosniaci nel 1991 si sono aperti, con scientificità, i campi di concentramento, in cui si avviavano e si detenevano i “sospetti”, con il solito corollario di violenze indivurali, crudeltà ed efferatezze; nell’attuale conflitto in Irak e in Afganistan, vi è il “bubbone” dei Talebani detenutti a Gantanamo Bey, sospettati di essere terroristi. Anche qui detenzione e trattamento che è tutto da verificare. In entrambi i conflitti l’Italia è intervenuta con le sue Forze Armate per “operazioni di pace”. E’ chiaro che l’Italia non è coinvolta direttamente in questi fenomeni, ma è anche chiaro che non vi è a monte alcuna conoscenza approfondita su come affrontare con linearità e chiarezza tali fenomeni. Non si vorrebbe che, in un futuro più o meno lontano i nostri soldati impegnati a riportare la sicurezza e la pace, fossero invischiati in storie di “ detenzione di sospetti” ed altro, con il rischio di essere accusati di crimini e di essere dalla parte del carnefice. Avvisaglie di questi pericoli, che vanno contro tutte le buone volontà, si sono avuti nella operazione in Somalia.

Occorre quindi uno studio a vasto raggio che permetta di affrontare queste operazioni, questi impegni con mezzi giuridici moderni, con una cultare tale che permetta di evitare errori, e scivoloni, che permetta di esercitare la violenza, in quando non si può fare a meno in circostanze come quelle dell’impiego in un conflitto, nell’ambito non solo della legge nazionale e internazionale, ma anche nei canoni della legge della coscienza e delle genti. E questo non è facile.

 L’esempio che si può fare del concetto espresso è quello di che cosa succede se, in una operazione brillantemente riuscita, si catturano gli autori della strage di Nassyrya. Pensi il lettore a quale dinamiche si va incontro. Il mito dell’”Italiano brava gente” non regge più di tanto.

 In questo quadro lo studio della prigionia, che è un fenomeno direttamente conseguente ad ogni conflitto, di qualsiasi natura, e dell’internamento, anche esso collegato, riferito a popolazioni civili, può aiutare a svolgere le missioni di pace nell’ambito della norma e contribuire al loro successo.

  Noi crediamo che in questi giorni di lutto e di dolore, il miglior modo di rendere omaggio a chi ha dato la vita per la pace e la sicurezza di altri popoli, sia quello che contribuire a capire e a cercare di limitare o attenuare i fenomeni di violenza annessi a conflitti, nel ricordo di chi prima di noi subi privazioni, umiliazioni, sofferenze dietro un reticolato, in nome di una idea, di un valore, di un domani migliore.

 

 

 

 

 

mercoledì 20 marzo 2024

Terracotte al campo di concentramento dell'Isola dell'Asinara


 Si indica il sito www.isoladell' Asinara/ estensione cultura e storia, in cui è pubblicato un articolo dal titolo "Storia di una terracotta," lavoro di Carlo Hendel, 2021. E' descritta tutta l'attività dei prigionieri di guerra austriaci rinchiusi in questo campo di concentramento. ( www.isoladell'asinara.it)