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mercoledì 7 dicembre 2011

Prigionia in Urss 10 Il Calcolo delle Perdite . Il Volume


La ricerca sulla individuazione dell'esatto numero delle Perdite avute nella Campagna di Russia è parte integrande del volume
 "La Guerra Italiana all'URSS. 1941-1943. Le Operazioni"
Nei post da 1 a 9, riportati di seguito, sono indicati i vari step della ricerca, così come sono riportati nella pubblicazione
E' in corso la determinazione nominativa delle Perdite in termini di Caduti, Dispersi e Prigionieri, che rappresenta un ulteriore step della ricerca
Per informazioni e contributi: ricerca23@libero.it

Prigionia in Urss 9. Il Calcolo delle Perdite. Personale. La situazione attuale (2001)

La Cifra delle Perdite subite dall’Esercito Italiano nella campagna di Russia, dal 1941 al 1943 quindi, ha avuto nelle varie epoche, diverse indicazioni, che ricapitoliamo.
Nel 1943, al termine della ritirata, agendo per differenza tra il numero dei presenti al momento dell’attacco e i superstiti si indicò la cifra di 84.830 uomini mancanti, considerati come perdite, includendovi i caduti, i Dispersi ed i Prigionieri. Nel 1946 tale cifra fu confermata, anche se non aggiornata, in quanto rientrando dalla prigionia 10.030 uomini, le perdite avute dovevano necessariamente assommare a 74.800 Caduti e Dispersi e 10.030 prigionieri.
Tralasciando le varie fonti sovietiche che sono inficiate dalla propaganda di guerra e dal clima conflittuale della guerra fredda, nel 1989 il Libro D’Oro che si conserva al Tempio di Cargnacco indica in 69.043 il totale dei Caduti e Dispersi della Campagna.
Nel 1955, il rapporto UNIRR, nella sua ricostruzione, accerta che le perdite in termini di caduti e Dispersi sono 84.830 a cui devono essere aggiunti i 10.030 uomini restituiti dalla URSS che erano considerati Caduti o Dispersi. Il totale quindi delle perdite ammonta a 94.860 come cifra reale delle perdite.
Nel 2001, la ricerca in corso presso la Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dalla Guerra di liberazione e dall’Internamento promossa dalla Società Italiana di Storia della Prigionia ha individuato la cifra di 99.076 il numero dei Caduti e Dispersi, cifra che deve essere ulteriormente variata in base ai dati acquisiti di recente. Con il Progetto Storia in Laboratorio si avvia il tentativo di dare un ulteriore contributo alla individuazione sempre più precisa del totale delle Perdite.

Le Perdite ammontano alla metà delle forze impiegate è quasi pari a quella indicata dalla relazione Sovietica degli anni sessanta.

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Prigionia in Urss - Il Calcolo delle Perdite 8. Un ulteriore tentativo di sapere il numero esatto delle Perdite di questa Campagna


L’UNIRR, nel lodevole tentativo di avere ulteriore chiarezza su questo argomento estremamente delicato, grazie a Paolo Resta e a Carlo Vicentini ha prodotto sul finire degli anni ’90 una pubblicazione di estremo interesse:
“L’Albo d’Oro dei Caduti, Dispersi, morti in prigionia del CSIR e ARMIR”. Sono quindici volumi, rilegati in modo speditivo, articolati per le lettere alfabetiche, contenente il grado, il cognome e nome, la data di nascita, il luogo, l’unità di appartenenza, la data della scomparsa e infine un codice che ne indica la causa delle scomparsa. Il totale di questi volumi in termini di pagine è di 3.426 pagine contenenti 26 nomi ciascuna. Molte pagine portano variazioni, o 25 o 24 nominativi, ma anche 27 e 28 nominativi, frutto degli interventi successivi. Ma la frequenza di queste schede variate ha una percentuale molto bassa, sull’ordine del 1-2%. Questa raccolta di nomi è stata possibile attuarla integrandola con i dati raccolti negli  anni 1992-1994 a seguito degli accordi tra l’Italia e la Russia su questo specifico problema. Resta e Vicentini, a cui anche qui non può non andare il plauso per quanto hanno fatto, hanno aggiornato continuamente le varie pagine, a seconda delle variazioni in arrivo.

 Nell’ambito della Società Italiana di Storia della Prigionia,  che alla fine degli anni 90 agiva in seno alla Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, Dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione, che aveva ed ha come segretario generale Enzo Orlanducci,  fu  avviato un progetto di ricerca, a base informatica, volto ad elencare per Cognome e Nome, Reparto, luogo e data di nascita, luogo e data di morte, motivi della morte, rientro in Patria, i non ritornati, i dati raccolti dall’UNIRR grazie al lavoro di Carlo Vicentini ed Aldo Resta.
I progetto, articolato in quattro fasi, si attuò materialmente completamente solo nella sua prima fase  (1999-2001). La seconda fase (2002-203) si attuò solo al 50% e poi il progetto, per varie cause, non fu portato a termine nell’ambito della A.N.R.P.[1] 
Ad una prima analisi del materiale a disposizione il numero dei Caduti, Prigionieri e Dispersi superava le 89.000 unità, [2] che era il dato del 1946 e sempre considerando quello “ufficiale”[3] porta ad avere formulato una prima conclusione. Infatti dalle proiezioni delle 3246 pagine elaborate, intese come schede base composte  da 26 unità nominative (con variazioni al proprio interno) risulta che il totale  del Caduti, Dispersi  e Deceduti in prigionia assommino alla cifra di 89.000. A questa cifra totale occorre aggiungere, quindi, quella ben definita d 10030 soldati italiani rientrati dalla prigionia in terra sovietica.
Il totale delle perdite subite nella campagna di Russia, quindi, secondo il progetto messo in atto presso la A.N.R.P., attuato per il 40-45%, ma che con un accettabile calcolo in base alle proiezioni dedotte  ammonta a circa 99.000  unità. Una cifra che va presa naturalmente con tutte le cautele del caso, ovviamente soggetta a variazioni, ma non oltre il range delle centinaia di unità, che ha il pregio ed il vantaggio di dimostrare che la cifra ufficiale del 1946, che fa risalire a 84.000 i Caduti, Dispersi e Prigioni non può più essere accettata.


[1] Questo nonostante il buon volerei tutti. Ma il mancato sostegno di ulteriori risorse umane ha fatto si che tutto fu congelato. La malattia prima e la morte poi di Aldo Resta portarono ad un ulteriore arresto del progetto.
[2] Il Materiale è stato messo a disposizione dal S.Ten. Paolo Resta, Reduce di Russia,  che ha ordinato quanto raccolto dal s.ten. Paolo Vicentini per conto dell’UNIRR. Attualmente sono stati messi su base informatica 39.000 nomi, e necessitano ancora oltre 17 mesi di lavoro per completare la ricerca.
[3] Inserire nota 22 del’articolo

La Prigionia In Urss 7. Calcolo delle Perdite. Personale. La ricostruzione dopo l'apertura degli Archivi Sovietici


Dopo la caduta del Muro di Berlino e il crollo della URSS si è potuto stabilire rapporti più stretti con le autorità sovietiche. Grazie alla attività del Commissariato per le Onoranze dei Caduti in Guerra, e del suo Direttore pro tempore, gen. Benito Gavazza, si sono acquisiti ulteriori dati che hanno permesso l’edizione nel 1995 del Rapporto UNIRR più volte citato.
“Una svolta veramente decisiva si è avuta con la nuova amministrazione Gorbaciov. Nella primavera del 1992 il socio dell’UNIRR, signor Guido Caleppo, ex prigioniero con ottima padronanza della lingua russa, quale incaricato di ONORCADUTI, poteva avere accesso all’Archivio Generale dell’Armata Rossa” [1].

Il lavoro di Caleppo fu estremamente prezioso. In varie riprese dall’aprile all’ottobre 1992 l’Archivio di mosca ha consegnato ad ONORCADUTI otto elenchi per oltre 64.400 nomi. Dall’esame di questi nomi, l’UNIRR[2] ha potuto stabilire che nei tabulati vi sono segnalazioni che riguardano, scomponendo quindi il totale delle segnalazioni, 40.000 nomi di prigionieri morti nei campi di concentramento, 22.000 di prigionieri rimpatriati[3], 3.000 prigionieri non italiani, deportazioni e deportati civili[4].
Questa documentazione è servita per pubblicare, nel 1995, il più volte citato rapporto UNIRR.

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[1] Rapporto UNIRR, pag. 188.
[2] L’UNIRR ha pubblicato nel suo Bollettino i nominativi di tutti i prigionieri segnalati.
[3] Di questi, solo 10.030 appartenenti all’ARMIR; gli altri come detto, erano soldati italiani internati dai tedeschi e liberati dall’Armata Rossa.
[4] Gli elenchi sono composti da: Cognome e nome, luogo di nascita e domicilio, grado militare reparto di appartenenza, codice dei vari lager ove il prigioniero fu rinchiuso, data di morte ed eventuale luogo dell’internamento. Il rapporto UNIRR sottolinea che la presenza di tutti questi si riscontra solo per i prigionieri che sono stati rimpatriati o che sono morti in epoca successiva alle grandi epidemie dei primi mesi (febbraio-maggio 1943) della prigionia. “Quale fascicolo poteva essere impiantato per quei poveretti che entrati nei campi al ritmo di migliaia al giorno, vi morivano dopo una settimana?” Cfr. rapporto UNIRR pag. 188.

Prigionia in Urss 6. Il Calcolo delle Perdite Personale. La ricostruzione dagli anni sessanta alla caduta del Muro di Berlino (1989)


Negli anni sessanta si ha la Relazione Ufficiale Sovietica, disponibile anche in Italia, e per quello che concerne la partecipazione italiana, tradotta e pubblicata a cura dello Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, nella quale si legge:
“Nel corso dell’offensiva sul medio Don le unità del Fronte Sud Ovest e l’ala sinistra del Fronte “Veronez” progredirono verso occidente di 250-300 km e liberarono oltre 31.000 kmq di territorio.
Esse inflissero una disastrosa sconfitta della 8^ Armata Italiana ed all’ala sinistra del Gruppo Armata “Don”. Dell’8^ Armata Italiana furono distrutte cinque divisioni di fanteria (3^ “Celere”, 5^ “Cosseria”, 2^ “Sforzesca”, 9^ “Pasubio”, 52^ “Torino”) ed una Brigata di “Camicie Nere”. Questa Armata che aveva agli inizi d’autunno 1942 circa 250.000 soldati ed ufficiali perse – fra morti, feriti,e prigionieri – la metà dei suoi effettivi[1].

Le perdite secondo i Russi furono la metà degli effettivi, ovvero  circa 125.000 uomini circa.
In effetti se si confrontano i dati pubblicati nel 1943, pur fissando in 114.000 circa i superstiti rientrati in Italia, le nostre perdite fra caduti, prigionieri e dispersi furono circa la metà della forza presente al momento dell’attacco sovietico.
Ancora negli anni sessanta, sotto la spinta  delle famiglie dei Caduti  e dei Dispersi,  si procedette  almeno ad elencare i nomi dei Caduti e Dispersi . Su iniziativa di Don Carrera, reduce dalla prigionia, furono approntati  da parte del Commissariato  Generale per le Onoranze dei Caduti   in Guerra  quattro volumi con i nomi di 69.042 soldati morti o dispersi in terra russa. Questa opera fu la conclusione di uno sforzo intensissimo, ma si rilevo’ poi pieno di errori e di omissioni. Ma per quegli anni, (i volumi furono presentati il 19 settembre 1971 a Cargnacco nella Cripta del Tempio Nazionale) non si poteva fare di più.[2]
Su questa base  si ricominciò ad operare. Centro delle ricerche fu la Direzione Generale  per la Leva, il Reclutamento e la Mobilitazione (Albo d’Oro)[3] del Ministero della Difesa, nella convinzione  che occorresse mettere ordine a cifre  che da più parti venivano indicate come errate.
La Divisione Albo d’Oro procedette, quindi, a partire dagli anni ‘70, a redigere un elenco  di militari che non avevano fatto ritorno dal fronte russo nelle seguenti  categorie
a. Caduti in combattimento
b. Dispersi
c. Deceduti in prigionia
d. Deceduti in prigionia, cioè quelli la cui presenza in prigionia era certa, ma la cui morte non era documentata.
Questa ripartizione rileva come la cifra di 84.830 redatta nel 1943, ripresa poi nel 1946, era inficiata da un difetto di fondo: non indicava che gli assenti,  ovvero mescolava quelli  che erano morti in combattimento , quelli che erano caduti prigionieri e quelli che erano morti  durante  la ritirata.
La cifra del 1946 quindi doveva essere per forza ratificata attinta dall’Albo d’Oro hanno permesso di avere dati più precisi.La cifra di 84.830 circa caduti in Russia pubblicata nel 1946, quindi, non è esatta.Eppure questa cifra è stata posta a base di tutti gli studi, gli articoli , le monografie e i volumi pubblicati  sull’argomento.
Si legge sul Rapporto UNIRR:
Bisogna far presente  inoltre che il Ministero della Difesa - Albo d’Oro ha in archivio la documentazione nominativa  di circa 90 mila militari che non hanno fatto ritorno  dal fronte russo. Tenuto conto  che circa 5 mila riguardano i Caduti prima della ritirata, i rimanenti  85 mila si riferiscono  al periodo  preso in considerazione  della Tabella. Ad essi, però, occorre aggiungere  i 10 mila che hanno fatto ritorno dalla prigionia i cui fascicoli, ovviamente, non fanno più parte dell’archivio dell’Albo d’Oro . Ne consegue che gli assenti all’appello alla fine di marzo del 1943 erano 95000 e non 85.000 [4]

Secondo il rapporto UNIRR le ricerche condotte presso l’Albo d’Oro hanno individuato nel totale degli assenti a Gomel, al termine della la ritirata la cifra di 95.000 uomini. Quindi rurante la ritirata l’Esercito Italiano perse 95.000 ovvero su un totale di uomini inviati, 229.000, le perdite furono del 41%. Ma anche su questa  cifra occorre fare riserve e non può essere accetta come definitiva.

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[1] Rapporto UNIRR pag.22.
[2] Riportare la nota quattorci articolo
[3] D’ora in avanti “Albo d’Oro”
[4] Rapporto UNIRR, pag. 20

Prigionia in Urss 5. Il Calcolo delle Perdite - Personale. Il Ruolo di Palmiro Togliatti

Una di queste, e quella più interessante, è Palmiro Togliatti, che oltre al ruolo che ebbe nella vicenda dei prigionieri italiani[1], sul finire del 1942 e primavera del 1943 ed anche dopo fino al rientro in Italia all’inizio del 1944, con lo predomino di Ercole Ercoli, teneva le trasmissioni di Radio Mosca in lingua Italiana per l’Italia, che venivano captate ed ascoltate, anche se era proibito, nel nostro Paese.
In queste trasmissioni si svolgeva ampia opera di propaganda e spesso i toni erano estremi, data la situazione, volte tutto a fiaccare il fronte interno ed esaltare le vittorie e le imprese dell’Armata Rossa e della Urss. Nella trasmissione del 5 marzo 1943 Togliatti annunciò che i prigionieri italiani, a seguito della offensiva sovietica sul Don, erano 40.000. In una trasmissione successiva, 14 marzo 1943, in cui esaltava l’opera e l’azione dell’Armata Rossa annunciò che i prigionieri italiani erano 85.000. Infine in quella del 19 marzo 43 che il totale dei caduti e dei prigionieri italiani erano oltre 115 mila.
I contenuti di queste trasmissioni furono raccolti, da parte di Palmiro Togliatti, in un volume destinato ai comunisti italiani ed edito a Mosca nel 1943; poi con il pseudonimo di Mario Correnti e con il titolo di “Italiani ascoltate Radio Mosca” edito in Italia nel 1945.
Quindi per Palmiro Togliatti, che sicuramente aveva i dati dallo Stato Maggiore Sovietico, il numero dei caduti e dei Prigionieri Italiani al termine della ritirata erano circa 115.000. Un dato certamente propagandistico, ma che poteva ben fare effetto sulla pubblica opinione italiana, che però rispecchia una situazione fortemente inficiata dalla propaganda di guerra.
Altra fonte coeva è il giornale “L’Alba” che veniva stampato a Mosca per i nostri prigionieri nel quadro della cornice psicologica di indebolimento morale e motivazionale del prigioniero volta a conquistare i soldati italiani alle idee socialiste. Tale giornale in data 10 febbraio 1943 informava:
“…dal 16 al 30 dicembre 1942 le Divisioni “Cosseria”, “Pasubio”, “Torino”, “Sforzesca”  “Celere” furono disperse. Più di 50 mila unità tra Ufficiali e soldati italiani vennero fatti prigionieri.
Nel gennaio le Divisioni “Julia”, “Tridentina” e “Cuneense” e la 156° Divisione di Fanteria (che in realtà era la Divisione “Vicenza”) sono state a loro volta disfatte sul fronte di Veronez ed altri 33 mila soldati ed ufficiali sono stati fatti prigionieri”.

In un numero successivo, in data 20 febbraio 1943, “L’Alba” affermava “circa 50 mila soldati italiani sono morti in Russia e quasi 80 mila sono stati fatti prigionieri dall’Unione Sovietica”.
Anche se si tiene conto dei fini prettamente propagandistici del Giornale, che in quel periodo mirava a fiaccare le motivazioni e le convinzioni del soldato italiano in prigionia, queste fonti possono essere accettate come riferimento. I caduti ed i prigionieri italiani caduti in mano ai sovietici erano sull’ordine di 130.000 di cui 80 mila prigionieri per “L’Alba”, mentre Togliatti nelle sue trasmissioni arriva a dare la cifra fra Caduti e prigionieri di 115 mila unità .
Una terza fonte, da ultimo, che si può citare, è indiretta. Secondo il gen. Geloso, che fu liberato dalla Armata Rossa nel luglio del 1945 da un lager tedesco, un capitano russo ebbe a dichiarare che i prigionieri italiani catturati in Russia aumentavano a 60/80 mila unità[2].
Dalle fonti coeve quindi, le perdite in Russia sono sull’ordine di 130.000, 115.000 uomini persi, di cui 80.000, o 60/80.000 fatti prigionieri.
Nonostante che fossero disponibili queste fonti di provenienza “comunista”, nel 1946, non se ne tenne conto, sia perché fortemente provenienti da fonte ideologizzata; infatti non bisogna dimenticare che sono gli anni della guerra fredda, dello scontro ideologico e quindi in un clima alieno da ogni analisi pacata e raziocinante.
 
I dati ufficiali risalgono quindi, al 1946, ma la cifra ufficiale indicata per i mancanti all'appello risente fortemente di quanto detto sopra: pochi i dati certi, per quelli disponibili per forza di cose non si dava una articolazione precisa. Quindi la cifra globale degli assenti comprendeva chi era caduto in combattimento, chi era disperso chi deceduto in prigionia.
Nel 1947, con l’uscita del partito Comunista Italiano dal Governo, l’intensificazione della guerra fredda, le elezioni del 1948 in cui definitivamente l’Italia si poneva nel campo occidentale, la creazione della NATO nel 1949 i rapporti con la URSS divennero così difficili che i Sovietici non misero a disposizione i loro archivi e tutto fu portato  sul piano della guerra ideologica che diede un altro gran colpo alla acquisizione di dati informativi ed oggettivi.
Occorre peraltro osservare che a cifra delle perdite (ovvero di Caduti, Dispersi e deceduti in prigionia) pari a 84.830, doveva essere aggiornata già nel 1946. Infatti occorre tenere presente che la URSS al termine del conflitto restituì 10030 prigionieri dell'ARMIR. Si deduce quindi che le perdite globali ammontano a 74800 fra Caduti, Dispersi e Deceduti in prigionia.
Il Rapporto UNIRR a questo proposito fa osservare che, nel 1946, si poteva accettare l’asserzione che ".... nessuno, né da parte italiana né da parte sovietica ha potuto indicare quale fosse, in questa cifra, il numero dei morti e quello dei dispersi (delle perdite subite in Russia). Nemmeno i tedeschi, con i quali operavano le unità italiane hanno mai fornito dati al riguardo[3]
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[1] In sostanza Palmiro Togliatti in una lettera rintracciata negli anni novanta faceva notare che la morte dei soldati italiani anche in prigionia, oltre che nei combattimenti, avrebbe portato più lutti e tragedie nelle famiglie italiane e per questo la pubblica opinione italiana si sarebbe distaccata se non rivoltata contro il governo fascista. Questa lettera è stata presentata come una istigazione di Togliatti ad eliminare i prigionieri italiani e come prova di una delle cause delle perdite subite in questa campagna. In realtà Togliatti stava combattendo la sua guerra dalla parte della Urss, nazione invasa, attaccata, devastata e destinata ad essere occupata pesantemente, con il rango di nazione solo da colonizzare e sfruttare, da parte della Germania. Da un punto di vista fascista, che aveva mandato le proprie truppe a partecipare alla guerra contro la Urss (Mussolini fece scrivere: “se non ci fosse stata la Marcia su Roma nel 1922, oggi non ci sarebbe stata la Marcia su Mosca”, intendendo così come il fascismo combatteva la sua guerra ideologica contro il comunismo) l’atteggiamento di Togliatti era di un mero traditore, uccisore di italiani e quindi atto a far gridare allo scandalo oltre al fatto che giustifica un così alto numero di perdite (i prigionieri una nazione civile non li uccide) e, indirettamente scagionava  le responsabilità di chi aveva mandato i soldati in Urss e chi li aveva comandati e condotti sul campo di battaglia; da un punto di vista nazionalistico questo atteggiamento fa sorgere delle perplessità in quanto si invoca lutti e morti in nome di una guerra, anche se si riconosce che si stava combattendo una guerra ideologica senza esclusione di colpi, da un punto di vista comunista questo atteggiamento era nella logica delle cose, nel quadro della sopravvivenza dell’Urss, della sopravvivenza ed affermazione della ideologia comunista contro il nazismo e il fascismo. Naturalmente questo atteggiamento non può e non poteva essere condiviso da un punto di vista umanitario e di solidarietà umana, ne tanto meno dalle famiglie dei soldati italiani in Russia, le uniche vere vittime di tanta violenza.  
[2] Cifra che, come vedremo, si avvicina sorprendentemente alla realtà. Quel capitano dell’Armata Rossa era ben informato.
[3] Rapporto UNIRR, pag. 18 e seguenti

Prigionia in Urss 4. Il Calcolo delle Perdite - Personale. Considerazioni e Raffronti

Nella campagna contro la Grecia combattuta in Albania dal 28 ottobre 1940 al 4 aprile 1941 si ebbero 18000 Caduti e 25000 dispersi su un totale di 270000 effettivi con una percentuale del 16%.
In media, secondo dati statistici riferibili anche a conflitti  successivi alla Seconda Guerra Mondiale (ad esempio la guerra di Corea del 1951) è preventivabile una perdita, per il personale, non superiore  al 10/15% delle forze impiegate.
L'ARMIR  e prima il C.S.I.R., nel periodo della loro permanenza in Russia dal agosto 1941 all’11 dicembre 1942, ebbero 279 ufficiali e 2337 sottufficiali e soldati Caduti e 70 ufficiali e 2338 sottufficiali e soldati dispersi. Per i prigionieri siamo sull’ordine delle centinaia di unità. Queste perdite sono da considerarsi "normali" in cicli operativi di guerra.
In ogni caso, al momento in cui era stato acquisito, era un dato quanto mai terribile. Anche nell'Italia del 1943, in piena guerra, rappresentava una cifra di perdite insostenibile ed inaccettabile se non accompagnata da spiegazioni e motivazioni consistenti. Dato così, senza precise giustificazioni non sarebbe stato accettato dalla opinione pubblica, anche quella addomesticata dal regime fascista. Nuda e cruda questa cifra di perdite significava una sconfitta militare di proporzioni enormi, la più grande subita dall'Esercito Italiano. Sicuramente avrebbe innescato i perché e i percome di come tale sconfitta si era maturata. Il governo di allora, Mussolini in testa, non ritenne di dover propagandare tale cifra ed ammettere pubblicamente la tragica realtà. Preferì scegliere la via del silenzio. Non per altro i reduci del 1943 dalla Russia furono accolti in Italia quasi di nascosto, affinché di quando accaduto in terra Russa non venisse divulgato.[1] 
Oltre a non essere divulgato il dramma italiano in terra sovietica non fu sufficientemente preso in considerazione in sede ufficiale e non, con il raccogliere ogni elemento utile per comprendere quello che era successo. Dall'aprile al luglio 1943[2] la situazione era cosi pressante e grave che non si prestò sufficiente attenzione da parte delle autorità responsabile alla raccolta di documentazione e testimonianze. Forse mancò anche il tempo. Il precipitare della situazione generale con la caduta del fascismo il 25 luglio, i 45 giorni del Governo Badoglio e l'armistizio dell'8 settembre 1943 aggravarono ulteriormente la situazione che fu definitivamente compromessa nel biennio 1943-1945, quando cause di forza maggiore ulteriori, facilmente  comprensibili, impedirono di prendere in considerazione gli eventi del dicembre-marzo 1943 in terra russa. Sarà solo con la fine della guerra e con la volontà delle innumerevoli famiglie che volevano sapere la sorte dei loro congiunti inviati a combattere in Russia e il ritorno dei prigionieri che il problema si pose all'attenzione generale.

Ne il Governo del tempo, quindi, ne il Ministero della Guerra nel 1943 pubblicarono alcuna cifra ufficiale delle perdite dell’ARMIR, anche perché si voleva evitare di sottolineare le dimensioni della tragedia e della disfatta militare. Si era poi in piena crisi del regime: la sconfitta di El Alamein la ritirata in Africa settentrionale preludeva alla resa del maggio 1943, e quindi all’invasione del territorio metropolitano. Non vi era alcuna propensione ad andare ad approfondire dati e situazioni che avrebbero peggiorato ancor di più un quadro generale già pesante. Sopraggiunsero gli eventi di luglio e settembre 1943 e l’invasione del territorio italiano e quindi il problema fu rinviato alla fine della guerra.
 Con il rientro dei soldati dalle altre prigionie, nel 1945-1946, si pose mano anche alle perdite della campagna di Russia. Si accettarono i dati già individuati a Gomel, frutto non di sistematiche ricerche ma presi sul tamburo, ottenuti per differenza tra gli uomini alle armi all’inizio della ritirata, e quelli sopravvissuti.
La cifra, non fu sottoposta ad alcuna verifica o integrazione sulla base di eventuali dati raccolti; la cifra individuata a Gomel di 84.830 uomini persi nella ritirata di Russia, rimase la cifra ufficiale delle Perdite in Russia, che come si è detto per decenni fu considerata quella vera quasi fino ad oggi.
Eppure nel 1946, oltre ai Reduci, altre fonti di notizie sulle nostre perdite erano disponibili, anche di provenienza dalla Unione Sovietica.

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[1]E’ ormai noto come furono accolti i superstiti della Campagna di Russia al Brennero, inizio di quella lunga incomprensione e frattura tra chi tornava dalla Russia e la pubblica opinione in Italia.
Scrive Giulio Tedeschi:
Chiudere i vetri dei finestrini! Chiudere i vetri dei finestrini – gridava il personale passando dinanzi alle vetture e avvicinandosi agli sportelli dava un secco giro di chiave di servizio e li sbarrava.
Nessuno esce più! Alle stazioni è vietato affacciarsi! – ingiungevano le voci imperiose; - chiudere i vetri dei finestrini!
Che roba è questa? Si cominciò a gridare all’interno dei vagoni
Non siamo bestie!
Aprite! Aprite! Urlavano ormai gli alpini riabbassando i vetri e scuotendo in vano le maniglie.
Siamo in Italia!
Siamo gli alpini….!Siamo gli Alpini! Gridavano. Sulla pensilina, dinanzi al vagone della ventisei stava immobile un ferroviere, con le mani nella tasca dei pantaloni
La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine, spiegò seccamente al più vicino grappolo d’uomini che si affannavano sbracciandoci dal finestrino
Non abbiamo la peste, noi! Siamo gli alpini che tornano dalla Russia, càvalo vestio da òmo, gli griò disperato Scuderia mentre il treno già si muoveva
Che alpini o non alpini! Ma vi vedete?  Urlò allora ia rinchiusi il ferroviere: vi accorgete sì o no Cristo che fate schifo?
Cfr. Tedeschi G., Centomila gavette di ghiaccio, Milano, Mursia, 1995
[2] Per questa situazione vds., tra gli altri,  la prima parte del volume di Ruggero Zangrandi, 25 Luglio – 8 Settembre 1943, Milano, Feltrinelli, 1964

Prigionia in URSS 3. Il Calcolo delle Perdite - Dati 1943-1946

QUADRO DELLE PERDITE DI PERSONALE NEL CICLO OPERATIVO
11 dicembre 1942 - 20 marzo 1943
CADUTI E DISPERSI

                                                                                                         Ufficiali      Truppa

II° C. d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Cosseria”
Divisione “Ravenna”
110
  90
120
      3260
      2310
      3880




XXXV° C.d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Pasubio”
Divisione “Sforzesca”
Divisione “Celere”
Divisione “Torino”

110
200
240
220
340
     2.240
     2.960
     6.940
     5.320
     7.400

C.d’A.Alpino

truppe e servizi  di C.d’A.
Divisione “Tridentina”
Divisione “Iulia”
Divisione “Cuneense”
Divisione “Vicenza”
130
190
340
390
240


   3.050
   7.540
   9.450
 13.080
   6.600




8^ Armata Q. G.
Totale
Truppe e Servizi
290
3.010
    7.790
  81.820


Totale delle perdite  11 Dicembre 1942 – 31 Marzo 1943   =    84830
 Questo dato, elaborato nel periodo 1943-1946, è, alla luce delle ulteriori ricerche errato

per conttare eo fornire ulteriori dati : email. ricerca23@libero.it