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lunedì 27 aprile 2015

Carlo Vicentini: ancora in forma


Con accanto il presidente del Istituto del Nastro Azzurro, Carlo Maria Vicentini, e con in testa il cappello alpino, inseparabile, il s. ten. classe 1917 Carlo Vicentini è sempre sulla breccia. Con immutato affetto pubblichiamo questa fotografia, in attesa di incontrarlo alla conferenza che terrà alla sede romana del Nastro Azzurro per il ciclo dedicato alla Seconda Guerra Mondiale

Carlo Vicentini è stato combattente in Russia, con il Battaglione Monte Cervino; prigioniero, è rientrato nel 1946. Uno dei massimo artefici della memoria della Prigionia in Unione Sovietica, animatore instancabile delle attività dell UNIRR.

Il ciclo di studi sulla Prigionia i URSS già da tempo avviato trova in lui un grande sostenitore.

sabato 18 aprile 2015

1.1.La prigionia militare nei secoli I

(draf di base per il volume dedicato al Combattente disarmato nel quadro delle celebrazioni della Prima Guerra Mondiale) 

.La prigionia militare nei secoli  I

Nella storia dell’Uomo lo scontro fra tribù, popoli e Stati ha portato sempre ad avere vincitori e vinti e la sorte dei vinti, quando erano fatti prigionieri, era la schiavitù. I Greci si sentivano un popolo superiore e la guerra contro “i barbari”, cioè gli altri popoli, considerati loro nemici naturali, legittimava ogni violenza permessa ed accettata. La sorte dei prigionieri, dopo ogni battaglia, era segnata. Nelle guerre fra Greci questo principio di violenza estrema. I Greci ( tutti gli Elleni sono fratelli) consideravano inviolabili i templi, davano sepoltura ai Caduti in combattimento, anche se la guerra era in corso potevano frequentare i giochi olimpici, potevano offrire agli Dei ed in alcune circostanze potevano avere salva la vita: in linea generale, però, la sorte dei prigionieri era quella di cadere schiavitù ad essere soppressi.
Presso i Romani il nemico in guerra continuava ad essere senza diritti; contro di lui tutto era permesso sia nel campo di battaglia che dopo. Però, i Romani miravano a governare sui popoli vinti e non ad annientarli; questo portò, di caso in caso, ad una minore violenza bellica soprattutto verso i vecchi, le donne ed i bambini. Anche presso i Romani il prigioniero di guerra non aveva diritti e come tale poteva essere ucciso, ridotto in schiavitù e su di lui poteva essere esercitata ogni tipo di violenza.
Nel Medio Evo l’affermarsi in Europa degli usi e delle consuetudini del mondo germanico non portano a significativi cambiamenti nei confronti dei prigionieri. I Germani consideravano il duello uno scontro nel quale Dio assegnava la vittoria a chi sosteneva la causa giusta. Il perdente non aveva il benvolere di Dio e quindi il vincitore ne poteva disporre come meglio perché il prigioniero non aveva diritti.
Durante le crociate si instaurò la prassi di curare i feriti e gli ammalati delle armate cristiane e nacquero gli ordini Militari Ospedalieri. Si fa strada il concetto che l’ammalato ed il ferito devono essere soccorsi. Per tutta l’età moderna comunque il modo di fare la guerra rimane sostanzialmente quella dei secoli precedenti e sui prigionieri di guerra, come per il passato, furono compiute indicibili efferatezze. A partire dal ‘600, grazie agli studi dell’olandese Huig van Groot (Grotius) comincia a farsi strada il concetto, sentito da molti, che occorre regolamentare il modo di fare la guerra  ed introdurre usi e consuetudini che attenuano la violenza stessa. Nella sua opera De jure belli ac pacis del 1625 Grotius teorizza, venga condotta con certe norme di umanità.

Nel ‘700 si comincia a riflettere sul fatto che il soldato è un bene, e dunque i prigionieri di guerra hanno un valore e possono essere scambiati. Si possono notare alcune forme di attenuazione della violenza sui prigionieri di guerra, che però continuano a non avere diritti. Si estende la pratica e l’uso delle convenzioni di resa, in cui vengono utilizzate delle norme a favore dei prigionieri che, pur soggette all’arbitrio del vincitore, portano al riconoscimento occasionale di alcuni diritti al prigioniero di guerra.

Massimo Coltrinari
prigionia@libero.it