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giovedì 18 febbraio 2021

La Battaglia di Adua e l'onore Italiano. Il duello del Conte di Torino

 


Come se tutto questo non bastasse, alla mala accoglienza si aggiunge il dileggio:

Le “Figarò” nell’estate del 1899 pubblica, in merito al comportamento dei prigionieri in mano Etiope una corrispondenza che suscitò molte polemiche. Questa era del seguente tenore

Adis Abeba 21 aprile 1887. … Sono costretto a dire che io sono non già indignato ma semplicemente stomacato di ciò che apprendo ogni giorno sul conto loro (de i prigionieri). Per rispetto verso una nazione colla quale abbiamo avuto un’ora di amicizia (1859) io tacerei se gli Italiani non avessero tenuto a nostro riguardo la condotta più biasimevole. Non hanno confessato essi medesimi che se fossero entrati vittoriosi in Addis Abeba non avrebbero dato quartiere a nessun Francese, neppure ai commercianti…? Essi sono venuti da prigionieri alla capitale ma sembra che non se ne diano per intesi; alcuni Ufficiali non hanno esitato a prendere parte alle feste anniversarie della Battaglia di Adua; altri portavano ai polsini in forma di bottoni monete con l’effige di Menelik. Non è l’Albertone stesso che facendo dei brindisi alla salute del grande Imperatore, si voltò verso uno dei nostri compatrioti per dirgli “Vi pare che siamo cortesi? ” a cui il Francese rispose: “Signore io non ho mai veduto un Francese bere alla salute dell’Imperatore Guglielmo…”

Appena questa corrispondenza fu letta in Italia, divamparono le polemiche. Il Generale Albertone, direttamente chiamato in causa smentì con un intervento sulla “Tribuna”. In questa replica Albertone spiegò che dopo la firma del trattato di pace tra l’Italia e l’Abissinia, alcuni ufficiali, ormai liberi ed in attesa di rimpatrio, fra i quali l’Albertone furono invitati dal Negus ad un banchetto. Al termine del quale l’Albertone fece un brindisi per ricordare a tutti la ormai ristabilita pace tra i due popoli. L’Albertone conclude il suo articolo con la seguente nota:

“Ripugnami il credere che la lettera pubblicata dal “Figaro” sia del Principe di Orleans. Essa costituisce un atto che non è né da gentiluomo né da galantuomo.

Gli Ufficiali reduci dalla prigionia, a Firenze, si riunirono in un Comitato e mandarono lettere di protesta. Altre lettere di protesta furono inviate al “Figarò”. Entro nella faccenda anche Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, conte di Torino. In breve il Principe d’Orleans si trovò sfidato, secondo l’uso del tempo sia dal Conte di Torino che dall’Albertone. Ebbe la precedenza Vittorio Emanuele e la stampa nazionale sottolineò con soddisfazione che un principe del sangue si esponesse per difendere l’onore di tutto l’Esercito.

Il duello si tenne il 15 agosto a Veneresson. Fu un duello accanito ed alla fine e l’Orleans fu ferito prima alla spalla poi all’addome. I medici posero fine allo scontro e i due avversari si strinsero la mano.

“L’impressione a Parigi fu immensa. La stampa francese fu però quasi unanime a dedicare parole assai benevoli al valoroso Conte di Torino, mentre il Daily  Chronicle fece giustamente  rilevare fu doppiamente coraggioso perché sapeva di non affrontare soltanto un nemico ma di assumere una responsabilità enorme di fronte all’Italia”[1]

Al suo ritorno a Torino il Conte fu salutato e festeggiato. Vi partecipò anche Giosuè Carducci con un breve scritto. Sulle vicende dei 1900 /2000 prigionieri italiani  di Adua, ed il fatto che non si sia riusciti ancora a stabilire l’esatto numero dei prigionieri italiani in mano al Negus[2],  calerà negli anni a venire il silenzio, nemmeno rotto dai fasti ed imprese della Guerra d’Etiopia, calerà l’omertà dei politici, dei militari, dei reduci e il silenzio stampa, ciascuno per proprie ragioni. La principale rimane quella che i prigionieri di guerra sono da sempre i capri espiatori e i testimoni imbarazzanti degli errori dei capi, scaricati su di loro con l’accusa di codardia.



[1] Bellavita E., La Battaglia di Adua, cit.,

[2] Uno dei motivi, oltre la scarsa attenzione data dalle Autorità militare sta anche nel fatto che Il gen. Baldissera, successo a metà maggio 1896 a Baratieri, cadute le trattative ottiene, con la minaccia delle armi, la liberazione di 120 prigionieri rimasti nel Tigrè.

 

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