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giovedì 4 febbraio 2021

La Battaglia di Adua ed i prigionieri di guerra

 

Il Trattamento dei prigionieri di guerra da parte Etiope


  Ascari mutilati della mano sinistra e del piede destro da parte degli Etiopi


I primi prigionieri, stanchi e affamati, giungono a Addis Abeba il 22 maggio, dopo una marcia estenuante a piedi di un migliaio di chilometri, durata due mesi e con una cinquantina di decessi; altri prigionieri arriveranno a giugno ed altri ancora confluiranno ad Harrar a fine luglio.

In base alle dichiarazioni dei prigionieri vi furono delle versioni sul trattamento, unanime fu il confermare che la marcia dal Tigrè allo Scioa fu terribile[1] Dalle ricerche di Angelo Del Boca[2]  e di Giorgio Rochat[3]  risulta che i prigionieri italiani, sovente in quanto cristiani, furono trattati, vestiti e alimentati generosamente dal Negus, Ras, clero, soldati e, pietosamente, dalla popolazione indigena, nei limiti delle possibilità. Non pochi italiani addestrarono artigiani locali e si legarono anche sentimentalmente a donne abissine, con scene strazianti all’addio dei prigionieri. In un secondo tempo i prigionieri si amalgamarono bene con la popolazione, disponendo, specie gli ufficiali, di talleri, servi, cavalli e svaghi e spesso invitati alla tavola dal Negus! Per contro non mancarono abusi degli italiani ai danni degli ospitanti, furti, imbrogli, risse anche con coltelli… dimentichi di chi aveva persa la guerra!

Tra luglio e ottobre 1896, i prigionieri sono assistiti dalla Missione Sanitaria Russa,[4]poi giungono coi missionari i primi soccorsi in vestiario, scatolame e denaro raccolti da un Comitato Civile di nobildonne costituitosi a Roma, in mancanza di un’assistenza diretta dello Stato italiano belligerante. Poi, dopo la firma della pace, il 26 ottobre giungono i primi convogli della Croce Rossa Italiana e i sussidi portati dal Nerazzini, negoziatore della pace. Con la pace, i prigionieri sono ospiti liberi e con le tasche piene di talleri non hanno davvero di che lamentarsi,

Ricorda il marchese Salvago Raggi, Governatore dell’Eritrea nel 1907[5]:

“Si lavorò a svegliare la pietà del pubblico italiano sulla sorte dei prigionieri, i quali non vennero sistematicamente maltrattati. Passati i primi momenti dopo la battaglia e i disagi della marcia dal Tigrè allo Scioa, erano assai meglio trattati di quanto non lo siano stati i prigionieri di guerra (1915-18, n.d.r.) in Germania; parecchi stavano meglio che non a casa loro “.

Con il trattato di Pace, quindi Menelik poteva rilasciare i prigionieri. Infatti si ebbe una apposita convenzione[6] Il loro rimpatrio fu assicurato con l’accordo dell’ottobre 1896 che riconosceva il confine dell’Eritrea al fiume Belesa e Maleb, l’indipendenza dell’Abissinia da ogni ingerenza italiana rivendicata da noi con il Trattato di Uccioli del maggio 1889. Inoltre veniva pagata al Negus una somma quale rimborso per le spese di mantenimento dei prigionieri. Il rimpatrio avveniva attraverso il porto britannico di Zeila l’arrivo in questo porto per l’imbarco, avvenne tra la disattenzione delle Autorità e della Colonia bianca che della sconfitta, delle sue cause e conseguenze preferivano non parlare e nemmeno ricordare.  Fu il profilo di questo rimpatrio, assunto fin dai primi momenti, che è più doloroso della stessa prigionia.  Quanto sopra, innanzitutto, perché al fatto dell’essere caduto prigioniero era attribuito nell’ambiente militare e nell’opinione pubblica un significato molto negativo nei riguardi del comportamento dell’individuo e del reparto, che sussisterà ancora nel corso della I Guerra Mondiale, particolarmente in certi ambienti. Ciò anche in funzione di una esigenza ritenuta necessaria per assicurare un comportamento deciso e valoroso degli uomini e dei reparti nel combattimento. Dopo le accuse mosse da Baratieri di codardia dei suoi soldati, anche Di Rudinì è poco tenero coi prigionieri, preziosi ostaggi di Menelik nelle trattative di pace: “Se Menelik voleva una indennità di guerra doveva venire a prendersela di viva forza in Roma /…/ Poco importa se il mio rifiuto farà soffrire e morire i prigionieri. Il mio dovere è di rifiutare qualsiasi indennità, il dovere loro è di morire per il decoro della patria. Potrò rimborsare le spese effettivamente sostenute per il loro mantenimento, ma non di più…” [7]

“Era meglio foste morti! “: è il succo della prima accoglienza delle autorità e degli italiani ai prigionieri di Adua, sorvolando sull’impreparazione militare e psicologica di quella truppa e sugli errori e sottovalutazioni del nemico da parte del gen. Baratieri e del governo Crispi! [8]



[1] Ferrero G., Sudore e sangue, Milano, Mondadori, 1930

[2] Del Boca A., Gli italiani in Africa Orientale, Laterza, Roma-Bari, 1975 ,

[3] Rochat G., “Il colonialismo italiano. Documenti”, Loescher, Torino, 1973

[4] Come ulteriore umiliazione,come detto,  che non fece che inasprire la vicenda presso le autorità italiane, il Negus “donò” 50 prigionieri militari italiani, quasi fossero cose o schiavi, allo zar Nicola II per la sua incoronazione, il quale poi li rigirò all’Italia. Ancor di più fu contrariato il principe ereditario Vittorio Emanuele, che proprio alla Corte Russa aveva trovato la sua sposa, Elena del Montenegro e che per ovvie ragioni ci teneva a che il prestigio suo e dell’Italia non decadesse più di tanto.

 

[5] Citato da Sommaruga G., Dovevate Morire – L’accoglienza dei Reduci di Adua (1896), in “Il II Risorgimento d’Italia”, Rivista della Associazione Nazionale Combattenti, Roma, 2002/4

[6] Convenzione relativa alla restituzione dei prigionieri di guerra Italiani

Nel nome della Santissima Trinità

Fra S.M. Menelik II Imperatore d’Etiopia e dei paesi Galla e S.E. il maggior Dottor Cesare Nerazzini, inviato plenipotenziario di S.M. Umberto I Re d’Italia, è stata stipulata e conchiusa la seguente convenzione:

Articolo 1 – Come conseguenza del trattato di pace fra il Regno d’Italia e l’Impero d’Etiopia firmato oggi, i prigionieri di guerra italiani trattenuti in Etiopia sono liberi. S.M l’Imperatore di Etiopia si impegna a riunirli nel più breve termine possibile e consegnarli ad Harrar al plenipotenziario italiano non appena il tratto di pace sarà ratificato.

Articolo 2 – Per facilitare il rimpatrio di questi prigionieri di guerra e per assicurare ad essi tutte le cure necessarie S.M. l’Imperatore d’Etiopia autorizza un distaccamento della Croce Rossa Italiana a venire fino a Ghildessa.

Articolo 3 Il plenipotenziario di S.M il re d’Italia avendo spontaneamente riconosciuto che i prigionieri sono stati oggetto della più grande sollecitudine da parte di S.M. l’Imperatore d’Etiopia constata che il loro mantenimento ha imposto spese considerevoli e che, per questo fatto, il Governo Italiano è debitore verso S.M. delle somme corrispondenti a queste spese. S.M. L’imperatore di Etiopia dichiara di rimettersi alla equità del Governo Italiano per indennizzarlo di questi sacrifici. Fatto ad Adis Abeba il 17 Te Kemt 1889 corrispondente al 26 ottobre 1896.

[7]  Zaghi, C “I Russi in Etiopia” Guida, Napoli, 1972.

[8] Come vedremo, con uguale diffidenza si comportarono gli italiani coi prigionieri di Caporetto, accusati di diserzione e gli ex-IMI dei Lager nazisti rei di avere consegnate le armi e dimenticando le responsabilità, in entrambi i casi, di Badoglio. Così pure si comportò Stalin, deportando in Siberia due milioni di ex-prigionieri russi dei tedeschi colpevoli d’aver trasgredito l’ordine di ”vincere o morire!

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