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domenica 24 marzo 2013

Prigionia in mano Italiana nella Seconda Guerra Mondiale


CEFALONIA
I PRIGIONIERI TEDESCHI IN MANO ITALIANA

Massimo Coltrinari

I comandi Italiani rispettano la convenzione di Ginevra.
Inviano a Taranto,al posto di soldati italiani feriti e ammalati, oltre 450 tedeschi prigionieri.
 I “Badogliani” prigionieri dei tedeschi, per il resto della guerra, sono trattati “come” prigionieri di guerra



Nel trattare la Prigionia di Guerra, è raro imbattersi in episodi che rispettano alla lettera i dettami della Convenzione in essere al momento della Guerra; se si tratta di Tedeschi, poi, questi episodi sono rari. Quindi sorprende che i prigionieri italiani della guerra di Liberazione, i “badogliani” furono trattati “come” prigionieri di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra del 1929.
Eppure risulta che i tedeschi si sono comportati secondo le norme per questi prigionieri italiani del 1944-1945, in un panorama, quello dell’Internamento Italiano in Germania denso di angosce e crudeltà. Analizziamo questa anomalia.

 Veniamo ai fatti. Secondo la ricostruzione di Claudio Sommaruga[1] il 10 settembre 1943, superato il disorientamento dell’8 settembre, il presidio della “Acqui” a Corfù predispone la resistenza ai tedeschi ripiegando le postazioni costiere sui passi montani. Il 13 il Col. Lusignani rifiuta la resa e dà battaglia: i tedeschi di stanza nell’isola sono disarmati, la contraerea italiana apre il fuoco su un aereo tedesco, un tentativo di sbarco tedesco a Benitza viene respinto ma la nostra torpediniera “Stocco”, in rada, è messa fuori uso. Il 14 la città di Corfù è bombardata dai tedeschi con incendi ed è abbandonata dalla popolazione. Dal 9 al 15 settembre 4000 nostri militari, in fuga dall’ Albania, sbarcano nell’isola con mezzi di fortuna sperando di potere da qui raggiungere l’Italia ma la loro partecipazione ai combattimenti è limitata dallo scarso armamento. Intanto i partigiani greci di Papas Spiru si mettono a disposizione del nostro Comando, la battaglia infuria!
      Il 18, i prigionieri tedeschi vengono trasferiti al Golfo di S. Giorgio in attesa della torpediniera che dovrebbe trasportarli in Italia, ma la “Sirtori” è bloccata in rada e il 24 verrà messa anche lei fuori uso. Alle 17 del 21 settembre, 441 prigionieri tedeschi (tra cui 7 ufficiali) trasferiti da Gardelades a Cassiopi s’imbarcheranno con alcune decine di carabinieri di scorta su pescherecci mobilitati dai partigiani e sbarcheranno fortunosamente nell’Italia del Sud, a Taranto, dove sono avviati al campo di concentramento
      Il 25 settembre anche Corfù, senza i soccorsi promessi dall’Italia e dagli Alleati si arrende dopo Cefalonia e con un tragico bilancio di 600 soldati e tre ufficiali caduti in combattimento, 22-28 ufficiali trucidati dopo cattura e la perdita di sei idrovolanti alla  fonda e delle due torpediniere. Ma i tedeschi, oltre a 450-550 prigionieri (441 dei quali trasferiti come detto in Italia), lamenteranno più di 200 caduti, 18 cacciabombardieri incredibilmente abbattuti dalla contraerea e tre dall’aviazione e cinque mezzi da sbarco affondati.

A Cefalonia, fu fatto prigioniero un intero battaglione tedesco. Anche questo fu trattato secondo le convenzioni. Nessuno fu fucilato. Raccolti in un campo di concentramento questo fu dotato di una bandiera tedesca, affinché la stessa aviazione tedesca non lo colpisse. Il trattamento fu secondo le norme. Questo trattamento non salvo dalla strage la guarnigione italiana di Cefalonia, che fu, come noto, decimata.

Secondo la logica tedesca, dovevano essere fucilati anche i prigionieri della guarnigione di Corfù, ma ancora una volta il dispregio per le Convenzioni Internazionali è manifestato dai tedeschi. Anziché procedere alla “strage” come a Cefalonia, per tema di ritorsioni ai loro prigionieri in mano “badogliana”, si “limitarono” a fucilare, dopo la cattura, a Corfù 22-28 ufficiali (16 dei Comandi, 5 della contraerea e alcuni altri). I restanti oltre 5000 uomini, saranno inviati in Germania come IMI, ma di fatto considerati e trattati come KGF, ovvero senza tutela al pari, per intenderci, dei prigionieri sovietici in mano tedesca.[2] Per coerenza il Governo Badoglio a Brindisi doveva procedere alla fucilazione dei 441 tedeschi prigionieri, gli unici di tutta la guerra, in sue mani.

Ma Cefalonia non finisce mai di portare sorprese. Nonostante la dichiarazione di guerra del Regno del Sud il 13 ottobre 1943, il Reich germanico non riconosceva il Regno d’Italia  di Vittorio Emanuele III ( e qui si apre un'altra pagina angosciosa imputabile a chi firmò l’Armistizio del 3 settembre  a Cassibile e del 29 settembre a Malta, cioò il Maresciallo Badoglio: come scrive Sommaruga “la Germania ignorò la dichiarazione di guerra dell’Italia anche perché priva di valenza: l’armistizio italiano con gli Alleati vietava infatti all’Italia atti formali internazionali, tant’è che l’Italia non fu considerata   belligerante nemmeno dagli Alleati). Una delle conseguenze di questo non riconoscimento fu che i combattenti italiani, a qualsiasi titoli combattessero, erano trattati dai tedeschi come franchi tiratori e quindi immediatamente giustiziabili. Ma il fatto che prigionieri tedeschi fossero in mano ai 2badogliani” deve aver condizionato Berlino in quanto, in una sorta di reciprocità il
il trattamento dei badogliani del I Raggruppamento Motorizzato, poi del Corpo Italiano di Liberazione e poi dei Gruppi di Combattimento fu rapportato a quello dei prigionieri di guerra, secondo la Convenzione di Ginevra del 1929. E’ significativa la disposizione dell’OKW tedesco del 30 marzo 1944 (AZ, 2 F Chef Kriegsgef. Alleg. (1 A), n. 53/44gkos) che, pur non riconoscendoli come prigionieri di guerra, tuttavia, dovevano essere trattati come tali, sia pure con certe restrizioni: “…Sebbene il governo dei traditori Vittorio Emanuele e Badoglio non rappresenti una nazione belligerante, questi prigionieri vanno trattati come prigionieri di guerra occidentali / .. / (ma) separati dagli altri prigionieri di guerra e dagli internati militari italiani, sia nei Lager che nelle unità di lavoro, che durante i trasferimenti /… /. Il trattamento di questi prigionieri deve differenziarsi in maniera evidente da quello degli internati militari italiani, nel senso che a questi vanno assegnati gli alloggi e i posti di lavoro meno favorevoli. Come Lager particolare per questi prigionieri viene per ora destinato lo Zweiglagwer Schellrode dipendente dallo Stalag IX/C Bad Sulza”. [3]

Hitler aveva tutto l’interesse a non riconoscere i soldati italiani catturati dopo l’8 settembre 1943, come prigionieri di guerra: aveva bisogno di mano d’opera a basso costo

     






[1] Claudio Sommaruga, Una storia sorvolata. Dai tedeschi prigionieri di Badoglio ai Badogliani prigionieri dei Tedeschi ed agli Internati Militari Italiani, in “Il Secondo Risorgimento d’Italia”, n. 3, 2005, pag. 52
[2] Cfr. al riguardo il Diario di Enrico Zampetti, La resistenza a Corfù (9-26 settembre 1943). Sintesi e note a Cura di Claudio Sommaruga.in “Il Secondo Risorgimento d’Italia”, n. 3, 2005, pag. 47


[3] Questo documento lo si deve al già citato Claudio Sommaruga, che anche lui uscito dall’esperienza di Internato Militare Italiano in Germania, testimonia “Uno di questi prigionieri italiani, dell’aviazione, lo incontrai in transito nello St. VI/G di Duisdorf (Bonn).”

Prima Guerra Mondiale -



Il viaggio dell’Eroe
Lungo l’Italia seguendo il Milite Ignoto

Di Giovanni Cecini

Ogni Nazione si alimenta attraverso una liturgia civile, mediante riti e cerimonie uniche e irripetibili. La guerra, come fenomeno collettivo di rigenerazione sociale e di rinascita patriottica, ha molto spesso rappresentato l’araba fenice per i popoli con l’obiettivo di riaffermare i propri valori e peculiarità. In epoca contemporanea, dopo il grande sconvolgimento politico operato dalla Rivoluzione francese, il concetto di conflitto nazionale ha aumentato a dismisura la sua potenza, tanto da alimentare sempre più emulazione e desiderio di partecipazione. In questa logica si spiegano le grandi adesioni nelle guerre dell’Ottocento, fino alle catastrofi planetarie della prima metà del Novecento, con strascichi ancora fino ai giorni nostri.
La Grande Guerra, per la sua collocazione quasi a cerniera di due epoche, con le sue grandi trasformazioni sociali, tecniche e ideali, ancora oggi rappresenta un avvenimento mitizzato da larga parte della memorialistica e da una grossa fetta della storiografia. Sarà stato per il canto lirico di numerosi poeti, che vi parteciparono, o per il fulgido volontarismo di una nuova generazione di giovani, che questo conflitto, molto più di altri precedenti o successivi, ha incarnato in ampi strati collettivi il senso autentico di Patria, Nazione e Popolo, nelle loro più ampie accezioni. Per fare solo un esempio: i socialisti di quasi tutti i Paesi europei, di massima contrari all’uso delle armi tra i popoli, in quella circostanza fecero causa comune con i destini dei propri Governi, identificando il nemico borghese nell’avversario nazionale, espediente classico per ogni crociata salvifica.
Anche l’Italia ha partecipato a questa grande “festa” patriottica, in cui contribuirono non solo alcuni retaggi socio-politici risorgimentali, ma anche uno strato culturale diffuso di intellettuali di ogni colore politico. Al termine del conflitto, giudicato dai contemporanei con ingenuo ottimismo l’ultimo da combattere, la pace vittoriosa – nonostante le ricorrenti polemiche sul rapporto tra i sacrifici sofferti e i ricavi ottenuti – doveva essere celebrata, proprio perché frutto di una partecipazione unanime di tutto il Paese.
E’ per questo motivo che, nel bel mezzo del cosiddetto “Biennio rosso” e delle gravi fratture socio-economiche dovute al conflitto, il desiderio da parte dello Stato di unificare tutto il popolo italiano ripercorse i passi del sentimento patriottico.
Fu di Giulio Douhet l’idea di istituire anche in Italia, a imitazione di altri Paesi, la figura del Milite Ignoto: un soldato sconosciuto e non identificabile che potesse per questo motivo ricordare e onorare tutto il valore e il coraggio offerto dalle Forze Armate nazionali. A seguito di questa proposta, nell’estate del 1921 il Governo predispose attraverso un’apposita commissione la scelta del corpo da onorare e tutto il relativo cerimoniale.
In pochi mesi si arrivò quindi alla solennità in cui, nella basilica di Aquileia il 26 ottobre, Maria Bergamas – madre di Antonio, un disertore austriaco triestino volontario italiano caduto in combattimento e mai ritrovato – scelse tra 11 bare identiche quella che sarebbe divenuta il simbolo assoluto del sacrificio in guerra. Una volta individuata, il Milite Ignoto iniziò il suo viaggio che lo avrebbe portato a Roma. Durante i quattro giorni, che occorsero al treno speciale per raggiungere la Capitale, ali di folla in ogni stazione e in ogni punto della ferrovia onorarono il feretro e così testimoniarono il proprio attaccamento a quello che per ognuno poteva essere un figlio, un fratello, un marito o un padre.
Arrivato alla Stazione Termini, dopo una nuova solenne cerimonia presso la basilica di Santa Maria degli Angeli all’Esedra, il corteo il 4 novembre continuò lungo le gremite strade della città, dove proseguì l’entusiasmo e l’attaccamento al primo caduto d’Italia. Il Sovrano e tutte le autorità civili e militari seguirono l’avvenimento, come comparse di uno spettacolo, in cui il protagonista solo formalmente rimaneva anonimo di fronte al solenne calore, che creava nei cuori degli italiani.
Una volta giunto a Piazza Venezia, presso il Vittoriano che fino ad allora tra mille polemiche era semplicemente la cornice per glorificare il Risorgimento e Vittorio Emanuele II, l’apice della liturgia civile trovava luogo. Il corpo del soldato, inserito nel cuore del monumento, sotto al bassorilievo della dea Roma, da quel momento diveniva il centro ideale e spirituale di ogni patriottismo passato, presente e futuro.
Esattamente a 90 anni di distanza, quando ancora l’Altare della Patria è  il palcoscenico unico e ineguagliato di cerimonie e manifestazioni nazionali, un nuovo convoglio ferroviario ha percorso lo stesso itinerario, rammentando a tutti gli italiani il senso di quell’indimenticabile esperienza. Moltissimi sono stati i partecipanti all’iniziativa, basata su una mostra fotografica e documentale itinerante, che ha ricordato i fatti dell’epoca. La conclusione non poteva che essere di nuovo a Roma, dove a partire dal Presidente della Repubblica e dal Ministro della Difesa, sono stati tanti i cittadini, che a costo di lunghe file, hanno voluto visitare i vagoni offerti dalle Ferrovie dello Stato per questa incredibile iniziativa.
Il nostro plauso va agli organizzatori e a tutti coloro che hanno partecipato.

martedì 19 febbraio 2013

Lo"jus ub bello" nelle "peace support operaton".

La figura del prigioniero di guerra e dell’internato.

Michele Cuccaro

Sono trascorsi quasi 18 anni dal quel 1991 che ha segnato la dissoluzione del sistema mondiale della “guerra fredda” , un crollo che "non ha solo prodotto incertezza politica, instabilità, caos e guerra civile in un'area enorme del pianeta ma ha anche distrutto il sistema che aveva stabilizzato le relazioni internazionali negli ultimi 40 anni" [1]  Con la fine del "secolo breve" si pone il problema di un panorama geopolitico instabile che ha visto incrementare in maniera geometrica il numero e la qualità delle missioni internazionali. Per dare una idea del nuovo impegno richiesto basti pensare “delle 75 missioni militari cui il nostro Paese ha preso parte della conclusione del secondo conflitto mondiale, ben 56 trovano collocazione nel periodo 1990-2001” [2]
In un tale contesto ha sempre più assunto rilevanza l’applicabilità dl Diritto Internazionale Umanitario sia per la tutela delle persone coinvolte che per quel che riguarda in particolare l’applicazione nello specifico dello “jus in bello”. Infatti la tipologia degli interventi militari al di fuori dei confini nazionali è profondamente cambiata sia sotto l’aspetto della gestione politico militare che soprattutto per quel che attiene al suo inquadramento giuridico nel rispetto del diritto internazionale. Il sistema multilaterale, anche con le difficoltà di funzionamento che ha mostrato, ha comunque definito la fine dello strumento della guerra come metodo di risoluzione delle controversie accantonando il principio dell’autotutela a favore del riconoscimento del principio della “legittima difesa” singola o collettiva ma pur sempre nell’ambito degli istituti sanciti dalla Carta ONU. Muovendo appunto le mosse dai principi contenuti nella Carta ONU che, in gran parte, sono ormai riconosciuti come norme consuetudinarie e quindi generali, l’intervento militare con finalità umanitarie ha assunto una valenza fino ad ora sconosciuta. Dalle operazioni di prima e seconda generazione, in cui l’intervento umanitario è svolto con il consenso dello Stato  ospite, si è giunti alla definizione di missioni di terza generazione in cui si sono estese le funzioni di intervento venendo a comprendere anche l’uso della forza al fine di ristabilire la pace internazionale minacciata. Interventi di questo tipo si svolgono sotto l’egida del disposto di cui al Capo VII della Carta ONU laddove il Consiglio di Sicurezza opera nella sostanza un collegamento tra la minaccia alla pace e la situazione di emergenza umanitaria che si riscontra anche all’interno di uno Stato.  

A fronte di quanto sopra si sono succeduti nel tempo una serie di interventi di “Peace Enforcing” che hanno visto le Forze Armate dei Paesi che hanno aderito alla richiesta di intervento in situazioni di crisi, coinvolte in tutta una serie di operazioni operando all’interno di situazioni locali di conflitto armato vero e proprio. La particolarità della tipologie degli interventi di cui trattasi è altresì riscontrabile nella circostanza che nel caso pur essendo spesso coinvolto in azioni di guerra, e dovendo attuare tutta una serie di accorgimenti tattici previsti per i casi del genere, il Paese che esprime le forze impiegate non si trova in uno “stato di guerra” deliberato secondo le procedure del secolo scorso.
Né d’altronde potrebbe essere diversamente perché nel caso ciò che qualifica la diversità è il fine ultimo dell’intervento armato che non è quello di “autotutela” intesa come risoluzione di una controversia in cui si ha un interesse concreto ed immediato, bensì nel più generale interesse al mantenimento della stabilità internazionale e, nello specifico altresì, e molto spesso, nella interposizione per porre termine a catastrofi umanitarie.[3]

Scopo del presente scritto è quello di sollevare una riflessione sull’opportunità, e la necessità, di vagliare con attenzione il corpus normativo internazionale delle Convenzioni di Ginevra (1949) e dei protocolli addizionali (1977) laddove si intenda meditare sulle sfide di un nuovo approccio che potrebbe prevedere l’utilizzo di determinate categorie codificate quali ad esempio quella del prigioniero e dell’internato, al fine di poter gestire le crisi internazionali con il minor costo in termini di sacrifici umani sia locali che dei Paesi in azione.

Invero il sistema delle tutele e della regolamentazione “in caso di guerra dichiarata o di qualsiasi altro conflitto armato” [4], è applicabile, concezione ormai pacifica, a qualsiasi tipo di conflitto laddove si intenda per questo i limiti dell’azione militare e l’applicazione del sistema di tutele previsto da parte degli Stati coinvolti. In questo ambito la cosi detta clausola Martens[5] inserita nei protocolli aggiuntivi ed ormai considerata norma consuetudinaria garantisce quello che dovrebbe essere uno standard minimo di salvaguardia per la popolazione ed i belligeranti così come peraltro è comunemente acclarato secondo l’interpretazione dell’art.3 delle Convenzioni. A tal proposito è da osservare che il II protocollo del 1977 definisce altresì il “conflitto armato non internazionale”. Il sistema nel tempo ha quindi operato una serie di aggiustamenti e modifiche tali da ricomprendere al suo interno il susseguirsi delle tipologie di guerra così come conosciute nel secolo appena passato.
Tutto ciò si riferisce al sistema delle tutele in cui lo “jus in bello” si rapporta come ordinamento alla comunità costituita dagli Stati cui pertanto si riferiscono essenzialmente le situazioni giuridiche soggettive delle Convenzioni. Da ciò discende che la salvaguardia delle persone assume un profilo preciso laddove è intenzionalmente strutturata alla apposizione di limiti all'uso della forza da parte di uno Stato e a protezione della popolazione (elemento costitutivo dello Stato).

Ed ecco la questione. Tutto il sistema delle convenzioni che, è applicabile ed applicato anche per le così dette “Peace Support operation (PSO)”, è strutturato sulla partecipazione al conflitto di uno Stato, o di Gruppi armati organizzati e quindi poggia su una definizione riconoscibile e riconosciuta delle parti coinvolte. Orbene se questo è vero per gli Stati che intervengono nelle PSO a seguito appunto di una minaccia alla pace, altrettanto non si può dire della situazione locale nella quale si interviene e dove la situazione è molto meno netta. Le PSO si svolgono al di fuori del contesto culturale occidentale che ha dato vita al sistema delle tutele e mettono quindi in crisi le categorie fondamentali su cui sono basate le Convenzioni di Ginevra tra cui quella della legittimazione reciproca dei due contendenti. Entrando in crisi il sistema di riferimento “con la realtà dei conflitti di oggi, è sempre più difficile distinguere tra nemico e criminale (corsivo mio) fino al punto di generare dubbi e contraddizioni a proposito del regime giuridico da applicare ai soggetti ostili catturati: su di essi probabilmente insistono entrambi gli status sia quello di criminale sia quello di combattente (seppur non legittimo), al quale l’ordinamento riconosce lo standard minimo umanitario (art.3 Convenzioni)” [6]

In tale contesto il corpus normativo delle Convenzioni e dei protocolli aggiuntivi seppur di fondamentale importanza per i principi fondamentali enucleabili e punto di riferimento inderogabile per l’azione degli Stati[7] necessita di essere implementato con la previsione dei nuovi contesti e quindi sull’utilizzo di strumenti già previsti (es: Prigioniero di guerra ed internato), in un nuovo contesto che comporti la gestione di situazioni non prevedibili né previste nel secolo scorso.

La III Convenzione di Ginevra sul trattamento dei “prigionieri di guerra” fissa regole precise sul trattamento degli stessi. Elenca minuziosamente quali figure debbano essere considerate tali e detta regole perchè “ i prigionieri devono essere trattati sempre con umanità.”[8]  Ma se la previsione convenzionale si riferisce a determinate parti in conflitto come comportarsi in situazioni di PSO così sfumate dove il prigioniero  non corrisponde alle tipologie previste, e come applicare istituti previsti per situazioni differenti? Ad esempio come comportarsi per il rimpatrio immediato alla cessazione delle ostilità se il prigioniero è tale nel suo Stato perché trattenuto dai Paesi in PSO, e quando hanno termine le ostilità in una operazione di PSO? 

La condizione giuridica degli internati è disciplinata dalla IV Convenzione partendo dalla definizione delle condizioni tassative che giustificano il ricorso a questa misura di sicurezza nei confronti dei cittadini stranieri residenti sul proprio territorio, (artt. 41, 42, 43, 68 e 78), tale che l’internamento può essere ordinati, nei confronti delle persone protette, soltanto se la sicurezza dello Stato lo rende assolutamente necessario.

Ancora, se è vero che le norme prevedono l’internamento solo in specifiche circostanze, e si parla di cittadini stranieri sul proprio territorio, come ci si può comportare qualora si operi in territori di stati terzi e sorga la opportunità di procedere ad un internamento al fine di dividere la popolazione da elementi di guerriglia ostili? L’azione sarebbe, allo stato delle cose, di per se illegittima secondo il diritto internazionale, ma potrebbe essere risolutiva per un contenimento della “vis bellica” nel conflitto locale, riducendo i costi umani soprattutto tra la popolazione civile che è poi uno degli obiettivi primari della PSO. Va da se che tale l’azione sarebbe quella da prevedere mentre il trattamento riservato ai prigionieri ed internati sarebbe quello garantito dal corpus giuridico delle convenzioni.

Da quanto sopra emerge chiaramente come le disposizioni presuppongono uno scenario militare ampiamente superato dai fatti e non rispondono a domande di primaria importanza.
In conclusione, il corpus normativo posto a tutela di principi fondamentali  di “umanità” durante l’esercizio di una “vis bellica” è stato posto a metà del secolo scorso sulla scorta delle esperienze maturate nel corso del XIX secolo e delle due guerre mondiali. Questo corpus rappresenta quanto di più avanzato in tema di protezione sia dei belligeranti che delle parti coinvolte. Ma la questione è proprio qui, nelle parti coinvolte che nel tempo sono cambiate sia nello specifico che nei ruoli che assumono. Occorre a questo punto una nuova convergenza internazionale che faccia fare un ulteriore passo avanti al sistema  delle tutele laddove si ponga la questione dell’individuazione delle parti coinvolte nei nuovi conflitti di PSO, ma anche e soprattutto una profonda analisi sui metodi e sugli obiettivi connaturato al nuovo tipo di operazioni al di fuori dei confini nazionali. La questione prima o poi dovrà essere affrontata anche facendo riferimento all’impiego della forza in un contesto ad alta pericolosità dove a fronte di una parte riconosciuta, spesso sfumate e non riconoscibili sono le altre parti, non necessariamente rappresentanti di uno Stato o parte di esso, che quindi non sentono di doversi confrontare con il sistema delle convenzioni di Ginevra.
Si tratta di una questione che necessariamente deve avere il tempo di sedimentarsi laddove l’applicazione del sistema di tutele codificato si scontra con la necessità di adeguare gli strumenti previsti alle nuove realtà, nuove realtà che in quanto tali devono ancora trovare una collocazione all’interno di un sistema di tutele che non riconosce la situazione.
Deve peraltro constatarsi che i tempi non sembrano ancora maturi, l’esigenza di intervenire ancora non si è adeguatamente strutturata per poter essere oggetto di dibattito, ma certamente dovrà emergere per dare una adeguata soluzione alla questione da parte dell’occidente codificatore che dovrà confrontarsi con la realtà di nuove regole e di un nuovo codice di condotta. 


[1] "Il Secolo breve" di Eric J.Hobsbawm - Rizzoli Luglio 1999
[2] “Il ruolo del Parlamento e l’assetto dei rapporti fra Camere e Governo nella gestione dei conflitti armati”, Prof.Paolo Carnevale Roma 12 aprile 2002

[3] “la lotta volta a controllare o anche eliminare, tali organizzazioni o reti (inclusi piccoli gruppi di terroristi), è profondamente diversa dalle grandi operazioni belliche, ma va anche notato che in questo modo si vengono a confondere le azioni di due differenti tipi di forze armate. Una di queste forze – che possiamo indicare come i soldati – è diretta contro altre forze armate con l’obiettivo di sconfiggerle. L’altra – che indicheremo come la polizia – ha il fine di mantenere o ristabilire il grado di legge e ordine pubblico richiesto all’interno di una entità politica esistente, in genere uno Stato. La vittoria, che non ha necessariamente una connotazione morale, è l’obiettivo della prima forza; portare i trasgressori della legge di fronte alla giustizia – cosa cha ha invece una connotazione morale – è lo scopo della seconda.” E. J. Hobsbawnm “Imperialismi” Rizzoli 2007.
[4] Art.2 convenzioni di Ginevra
[5] "nei casi non compresi nelle disposizioni adottate, le popolazioni civili e i belligeranti restano sotto la salvaguardia e l'imperio dei principi del diritto delle genti, quali risultano dagli usi stabiliti fra nazioni civili, dalle leggi dell'umanità e dalle esigenze della pubblica coscienza".
[6] “Guerra e Costituzione”, Dr. Giuseppe Severini Consiglio di Stato e Consigliere del Ministro della Difesa. Roma 6.12.2005 CEMISS
[7] parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia l'8 luglio 1996, nel quale si afferma che i principi fondamentali del Diritto Internazionale Umanitario costituiscono "principi inviolabili del diritto internazionale consuetudinario".

[8] Art.13 III Convenzione di Ginevra

martedì 5 febbraio 2013

La Battaglia di Stalingrado nel 70 anniversario


В РЦНК откроется фотовыставка, посвященная 70-летию окончания Сталинградской битвы

8 февраля в 17:00 в Российском центре науки и культуры открывается фотовыставка, посвященная 70-летию окончания Сталинградской битвы.
200 дней и ночей, с 17 июля 1942 года по 2 февраля 1943 года, при непрерывно возрастающем напряжении сил обеих воюющих сторон – Советского Союза и гитлеровской коалиции – продолжалась Сталинградская битва.
По продолжительности и ожесточенности боев, по числу  участвовавших людей и количеству боевой техники она превзошла все сражения мировой истории. Битва  развернулась на огромной территории, на отдельных этапах с обеих сторон в ней участвовало свыше двух миллионов человек, до двух тысяч танков, более двух тысяч самолетов, до 26 тысяч орудий.
Многие государственные и политические деятели высоко оценили победу советских войск в той битве. Король Великобритании Георг VI прислал дарственный меч, на клинке которого на русском и английском языках было выгравирована надпись «Гражданам Сталинграда, крепким, как сталь».
Победа советских войск в Сталинградской битве является крупнейшим военно-политическим событием, которое оказало определяющее влияние на ход Второй Мировой войны.
* * *
Каждый вторник февраля РЦНК приглашает Вас на просмотр фильмов о Великой Отечественной войне.
Итальянские субтитры, начало просмотров в 19:00.
Расписание:
5 февраля – «А зори здесь тихие». Часть 1 (Режиссер С.Ростоцкий)
12 февраля  – «А зори здесь тихие». Часть 2
19 февраля – «Они сражались за родину».  (Режиссер С.Бондарчук)
26 февраля – «Летят журавли». (Режиссер М.Калатозов)

Монумент
                            Родина-мать в Волгограде


La mostra fotografica dedicata al 70-esimo anniversario della fine della Battaglia di Stalingrado

L’8 febbraio alle ore 17.00, presso il Centro Russo di Scienza e Cultura, sarà inaugurata la mostra fotografica dedicata al 70-esimo anniversario della fine della Battaglia di Stalingrado.
La battaglia durò duecento giorni e notti, dal 17 luglio 1942 fino al 2 febbraio 1943, in un crescendo di sforzi bellici delle parti in lotta – l’Unione Sovietica e la coalizione di Hitler.
Per durata e accanimento, per numero di partecipanti e armi utilizzate, quella di Stalingrado può essere definita la maggiore tra le battaglie della storia mondiale. La battaglia di Stalingrado si svolse su un territorio di estensione enorme, certe sue fasi videro la partecipazione di oltre due milioni di combattenti, di più di duemila carri armati ed altrettanti aerei da combattimento, oltre all’utilizzo circa 26 mila armamenti pesanti di vario tipo.
La vittoria dell’esercito sovietico nella Battaglia di Stalingrado è senza dubbio l’evento di guerra e politico che maggiormente risultò  per l’andamento della Seconda guerra mondiale.
Tante furono così le autorità politiche e i capi di stato che lodarono altamente quella vittoria. Il Re d’Inghilterra, ad esempio, inviò per l’occasione una spada con incisa sulla lama questa scritta: “Ai cittadini di Stalingrado, forti come l’acciaio”.

* * *
Ogni martedì il Centro russo di scienza e cultura invita alla proiezione dei film dedicati alla Grande Guerra Patriotica, con sottotitoli in italiano. L’inizio della proiezione è alle ore 19.00.
5 febbraio:  «Qui le aurore sono silenziose», parte I (regia S. Rostotzkij)
12 febbraio: «Qui le aurore sono silenziose», parte II (regia S. Rostotzkij)
19 febbraio: «Hanno combattuto per la patria» (regia S.Bondarchuk)
26 febbraio: «Quando volano le cicogne» (regia M.Kalatozov)

mercoledì 23 gennaio 2013

Prigionia italiana in mano alla URSS. Seconda Guerra Mondiale. Il Giornale l'"L'Alba" Prima Parte


Prigionia di Guerra in Unione Sovietica
Il Giornale per prigionieri in lingua italiana “”L’ALBA” 1943-1946
I Parte
La URSS , potenza  detentrice, nel quadro della sua azione di
indottrinamento ideologico verso i prigionieri  italiani in suo potere,
utilizzò  un giornale , appositamente  destinato ai  prigionieri
italiani, dal titolo significativo : “L’ALBA”. Dopo la lunga notte del
 fascismo,  e della guerra erroneamente combattuta  e combattuta male,
ecco, con questo giornale, nel pensiero sovietico  , una fonte di verità per
 gli italiani prigionieri .  Il perché i sovietici, ed i fuoriusciti  italiani
utilizzarono questo mezzo è ben  spiegato fin dal secondo numero de
 “L'ALBA” :"L’ “L’ALBA” era uno strumento utile affinchè i
prigionieri italiani, avessero la possibilità  di istruirsi e di comprendere
quanto avveniva nella Unione Sovietica , e di riflesso nel mondo."[1]
I prigionieri erano sollecitati a porsi domande: su quanto fino ad
allora era successo; perché avevano combattuto, contro chi avevano
combattuto, quali erano  realmente  gli obiettivi dell’Armata Rossa
presenta sempre come un esercito non imperialista ma di “popolo”,
di “nobili cavalieri”, ed altre domande più o meno ovvie, più o
meno imbarazzanti. L’”Alba era diretta  inizialmente da Rita Montagnana,
 e dopo i primi 4 mesi da D’Onofrio, fino al 1944 e poi da Amadesi
Robetto; la Direzione e la Redazione raccoglieva  il meglio della élites
comunista italiana in Russia. Oltre a Togliatti, vi lavoravano
direttamente ed indirettamente, Roberti, D’Onofrio, Germanetto,
 Cerreti, Grieco, Anselmo ed Andrea Marabini, Nieda Orion
(pseudonimo di Teresckenko, l’ufficiale della NKVD che controllava
tutta la redazione)  si  avvaleva  di disegnatori quali Cesare Piccoli,
Fidia Gambetti e  Vincenzo Vitello. Via via  entrarono in redazione
anche prigionieri  italiani, con collaborazioni occasionali quali Giuseppe
Lamberti, i già citati  Fidia Gambetti, Vincenzo Vitello e tutta una schiera 
di aderenti al gruppo antifascista. Il Giiornale arrivò a stampare fino a
7000 copie che sicuramente è un numero, oltre che elevato, anche eccessivo
  in relazione al numero dei potenziali  destinatari che occorre ricordarlo
non segnavano le 10/12 mila unità è e con la liberazione dei prigionieri 
in mano a alla Germania, come internati militari le 21/22mila unità.
L’Alba rappresenta quindi un punto di riferimento nel quadro della
 Prigionia  in mano alla URSS. E’ bene precisare  subito che il suo criterio
era un intento propagandistico di guerra,  oltre che ideologico.
Pretendere che fosse indipendente, libero, e al di sopra della parti è
un assurdo.
Reputiamo che sia storiograficamente inconsistente  la tesi che l’ALBA non è un giornale libero e pluralista e quindi non ha valore. Un giornale, per prigionieri di guerra, nella Unione Sovietica  degli anni di guerra, non poteva godere di libertà maggiori rispetto  a quelle riservate  ai fogli ordinariamente destinati ai cittadini della Unione Sovietica  stessa o almeno cosi’ si può correttamente supporre.
L’”L’ALBA” ha, peraltro, un valore storico in quanto ci permette  di vedere i modi  attraverso i quali  i suoi promotori  miravano a conseguire i loro obiettivi  la valutazione degli obiettivi raggiunti  e gli effetti consegnati presso  i prigionieri.
Dopo aver dato risposte a questi quesiti, vi è poi l’altro ordine di domande : quale uso sia stato fatto dell’”L’ALBA”  fra i prigionieri, quale incidenza ha esso avuto nei contrasti politici  fra i prigionieri , e le relative conseguenze. Esula invece dal nostro campo  le interazioni che “”L’ALBA”  ha sicuramente provocato nel gruppo dirigente  comunista italiano  in URSS, ovvero se all’interno di questo gruppo si sono noti contrasti  sulla linea politica da seguire, e se siamo sorte delle disparità di vedute.
 .
Infatti  è ben chiaro  che i dirigenti comunisti italiani, in URSSS non avevano da anni contatti con le masse italiane in Italia. E questi prigionieri  italiani  in loro mano erano i primi italiani  su cui si poteva  fare liberamente  politica  e propaganda. In pratica una sorta di laboratorio in attesa di rientrare  in Italia, a guerra conclusa, come poi si verificò,  ed iniziare la vera lotta politica.
”L’ALBA”  ha anche questo profilo da analizzare, ed infatti,  come vedremo nella maggioranza  delle  analisi non è altro che una prima espressione della politica  togliattiana che sarà sviluppata nel dopoguerra dal PCI.
Per i prigionieri  ”L’ALBA”, invece,  rappresentò il  ritorno, più o meno  evidente alla normalità. Riuscire a leggere un giornale  significava essere riusciti  dallo stordimento  dovuto  alla fame, alle fatiche, alle malattie ed avere ripreso un minimo  di efficienza fisica.
Secondo Giuseppe Lamberti, nel celebrare nella primavera del 1944, l’anno di vita del foglio, con ”L’ALBA”   i prigionieri avevano ricevuto “una parola di conforto  di speranza “i primi raggi di verità”, .Tramite l’Alba essi avevano appreso i grandi tratti degli avvenimenti in Italia, la crisi e la caduta del regime e lo sviluppo della guerra di liberazione. Come tutti gli articoli  apparsi sul giornale anche questo di Lamberti  deve essere ridimensionato. In realtà il foglio serviva, in primo luogo, a portare la voce degli Ufficiali, per cercare di non lasciarsi andare e mantenere un accettabile dignità. Poi rappresentava un primo collegamento con la realtà esterna, soprattutto con l’Italia, non essendoci corrispondenza  con le famiglie dalla madrepatria. Inoltre si conosceva l’andamento della guerra: la caduta della Tunisia , il tragico 1943 e tutto il resto, notizie anche di carattere politico militare che erano le uniche a disposizione del prigioniero.
Oltre  all’andamento  della guerra il prigioniero  riceveva notizie sulle istituzioni e le realizzazioni sovietiche, nonchè sulle opere, spesso in forma adulatoria, di Stalin. Per questo aspetto  si ripetono alcuni brani di quanto pubblicato  in merito in cui si evidenzia il carattere prettamente  propagandistico  delle notizie. Tratte dal Rapporto URRNI , riportano  queste notizie  le note a margine che evidenziano il citato carattere propagandistico.
“Stralci di notizie riguardanti  la vita sovietica. n.12 - 25 giugno 1943”
“La giovane comunista Nadesda Tuleneva di Voroscilovgrad ha imparato  la professione di muratore. Nei primi giorni  murava solo 450 mattoni , ora ne mura piu’ di 2.500 per turno. Svetlana Libo, dellla regione di Kirov, ha battuto  il record murando 2506 mattoni in cinque ore.”
“n. 26 -  5 ottobre 1943 Paolo ROBOTTI “I kolkoz ed il contadino russo”
“...la collettivizzazione  fu volontaria  e dove furono commessi errori, nel senso di obbligare i contadini  ad entrare  nei kolkoz , il partito intervenne  e revoco’ le misure coercitive dei dirigenti locali.”
(la deportazione di milioni di contadini  all’epoca della collettivizzazione a cosa era dovuta? - n.d.r.)
“.... Lo stato ha dato l’aiuto  indispensabile alla collettivizzaione per rendere meno gravoso il lavoro e più alto il rendimento fornendo  483 mila trattori e 153 mila mietitrici -trebbiatrici.. Quali furono i risultati ? Se nel 1913 la terra seminata era di 105 milioni di ettari  con una produzione  granaria di 833 milioni di quintali, nel 1938  la superficie coltivata era salita a 136 milioni di ettari con una produzione di 950 milioni di quintali. Non è questa la più brillante dimostrazione della giustezza della collettivzzazione?
(Robotti non sapeva fare le divisioni : nel 1913 la resa per ettaro era di 8 quintali. Nel 1938 era solo di 7 quintali per ettaro. In Italia dove non c’era collettivizzazione la resa era di 37 quintali / ha in Lombardia e 11 quintali / ha in Italia meridionale. - n.d.r.)

Sul numero n.107 - 28 aprile 1945 Paolo ROBOTTI scrive:
“.... nel 1937 vi erano 1802 kolkoz che avevano  in banca somme superiori   ad un milione di rubli come fondo sociale........ nel 1943 - 44 i colcosiani  sovietici  hanno versato oltre 5,5 miliardi di rubli di loro spontanea  iniziativa per dare piu’ armi all’esercito ..... centinaia di migliaia  di colcosiani ricevono annualmente  oltre 400 giornate  lavorative. Migliaia  ne ricevono oltre 600. La colcosiana E. Dianova a guadagnato  774 giornate in una regione  dove l’inverno  dura sei mesi ...”

 Nell’”L’ALBA” del n. 127  15 settembre 1945 è riportato:
“... A Nisnj Tahil, l’operaio Stefan Eremenko, nel mese di agosto,  ha compiuto il lavoro dicinque mesi ......... i lavoratori  del Kusbass, il 31 agosto , hanno dato 20 mila tonnellate  di carbone  in piu’ del piano giornaliero....... il minatore  Nikifor Beliakin della miniera di Artem, (Vladivostok) che ha settant’anni il 14 settembre  ha superato la “norma” del 907%. Il minatore Pugacev delle miniere  di Irktsk ha compiuto in un giorno 10 “norme”....”

Se ”L’ALBA” deve dare notizie  di prigionieri  questo non significa  che era lo scopo primario  del Giornale. Obiettivo principale  sempre perseguito era la “defascistizzazione” dei prigionieri, nel quadro  della loro rieducazione politica, a premessa del loro assorbimento ideologico. Alcuni Brani dell’Alba  come esempi del settore della azione di propaganda  sono estremamente significativi a tale proposito
Nel n.1 10 febbraio 1943,  Articolo di fondo, si legge:
“.... oggi per la prima volta nella loro vita, decine di migliaia di operai, contadini, artigiani , impiegati , professionisti , ufficiale di carriera che si trovano prigionieri  nell’Unione Sovietica, sono messi nella condizione  di pensare liberamente  , di conoscere  la verità su un paese  che è stato loro presentando per vent’anni  sotto le luci più fosche.
“.... Così dei cittadini italiani i quali sono stati per tanti anni considerati  dei minorenni nel loro paese, trovano quindi nella prigionia  di guerra, la libertà di pensare con la propria testa e di parlare.”...
La prigionia nell’URSS apre loro una prima grande finestra  sugli immensi orizzonti della libertà. Purtroppo la realtà nell’Unione Sovietica era molto più fosca di quanto si ritenesse in occidente. La libertà di pensare  e parlare, ristretta in modo inaccettabile  in Italia sotto il fascismo, era poca cosa rispetto alla situazione in Unione Sovietica. Per i russi dire quello che pensavano, dirlo anche in privato, era un pericolo mortale. Nei diuturni contatti con la popolazione, i prigionieri  quando uscivano  a lavorare  nei campi, nelle fabbriche nei villaggi potevano constatare il terrore  viscerale di ogni individuo ed il rifiuto  di ogni conversazione su certi argomenti.
Nel numero. 22 7 settembre 1943 Articolo di fondo  “Critica e Polemica”
“... sulle rovine del fascismo  dovrà essere costruito un regime democratico... non solo di nome, ma di fatto; che non abbia paura di appoggiarsi  veramente sul popolo, di estendere e garantire  tutte le liberta’  popolari, di affidare alle masse popolari la direzione ed il controllo effettivo della vita nazionale”.
Nel numero . 115  - 23 giugno 1945 Paolo ROBOTTI
“.... la questione di Trieste  per  un certo tempo  ha mantenuto  una inutile e dannosa tensione sulle frontiere  nord-orientali d’Italia ... di essa hanno tentato  di farsene un’arma  perfida  le cricche reazionarie italiane... “
(La questione di Trieste consisteva  nella pretesa di Tito, capo del movimento di liberazione a guida comunista in Jugoslavia di annettersi , oltre l’Istria, gran parte  del Friuli fino al Tagliamento , nota dell’UNIRR.)
La defascistizzazione era perseguita con le denuncie degli errori  del fascismo, delle atrocità dei tedeschi durante la guerra in Russia, che erano tante,, della separazione delle responsabilità sia quelle dei politici (fascisti) che quelle dei militari (popolo) , per arrivare alla distinzione fra tedeschi (nazisti) e italiani per concludere che l’alleanza italo-tedesca era stato un grave errore .
Cosi’ la prigionia, attraverso  questo processo  di defascistizzazione. era vista  come un bagno purificatore dopo la sconfitta  e gli errori, il rito  di aspirazione della passata adesione al fascismo o alla acquiescenza alle sue direttive. Era un contributo che si poteva e doveva dare per accelerare la sconfitta del fascismo.
“Solo così- si legge nel Messaggio al Popolo Italiano pubblicato dall’Alba - potrete permettere il nostro ritorno in patria ed alle nostre famiglie. solo cosi ‘ potrete salvare la vostra Italia  e ridarle la propria libertà  .... sulle solide basi di una vera giustizia sociale  l’opera di ricostruzione che parlerà a tutto il popolo   italiano il benessere e la Felicita’.
Un messaggio  al Popolo italiano che era un messaggio a tutti i prigionieri, agitando  quel sogno che era nella mente di tutti i prigionieri, il rimpatrio.
Solo la sconfitta del fascismo, solo l’adesione al socialismo,la collaborazione più fattiva possibile avrebbe permesso il  rimpatrio.
E il prigionieri venivano preparati anche al rimpatrio a quello che avrebbero politicamente trovato in Italia. Sull’”L’ALBA” appaiono gli stessi temi che nelle stesse settimane il partito comunista poneva al centro della sua propaganda. E non poteva esimersi di tracciare il quadro  politico che si andava formando in Italia .
Scrive Paolo Robotti sul numero. 126 8 settembre 1945
“..... gli italiani che hanno vissuto  la catastrofe dell’ARMIR dovranno al loro ritorno , essere  i più calorosi assertori dell’amicizia  con l’URSS”...

Il 19 ottobre 1943 ”L’ALBA”  da questo quadro ancorandolo a nomi precisi  Ercoli (ovvero Togliatti), Robotti, ecc con  Sforza, Croce. questi nomi  in contropagina, in una architettura in cui da una parte le forze giovani, vive, innovatrici (Ercoli, ed il PCI) e dall’altro i fantasmi, gli  sconfitti del fascismo , che ritornano  veri e propri  “Resuscitati” dell’antifascismo” espressione di forze conservatrici destanti dalle masse (Sforza e il Partito Repubblicano, Croce e il Partito Liberale). Valutazioni svalutative anche per altri partiti. Il partito d’Azione è nominato solo una volta (agosto 1943) ed è presentato  come un aggregato di intellettuali  nell’orbita  di Sforza; la Democrazia del Lavoro, presentata in termini   riduttivi, un partito esangue; la Democrazia Cristiana   nominata solo nell’agosto del 1944, a cui toccherà la sorte del silenzio costante o bersaglio di giudizi sprezzanti.
(continua)


[1] L'intera raccolta dei numeri dell'Alba è depositata al Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Fondo “Aldo Resta”

La Prigionia Italiana in mano alla URSS. Seconda Guerra Mondiale Il Giornale "L'ALBA". Seconda Parte



Prigionia di Guerra in Unione Sovietica
Il Giornale per prigionieri in lingua italiana “”L’ALBA” 1943-1946

 I
La URSS , potenza  detentrice, nel quadro della sua azione di
indottrinamento ideologico verso i prigionieri  italiani in suo potere,
utilizzò  un giornale , appositamente  destinato ai  prigionieri
italiani, dal titolo significativo : “L’ALBA”. Dopo la lunga notte del
 fascismo,  e della guerra erroneamente combattuta  e combattuta male,
ecco, con questo giornale, nel pensiero sovietico  , una fonte di verità per
 gli italiani prigionieri .  Il perché i sovietici, ed i fuoriusciti  italiani
utilizzarono questo mezzo è ben  spiegato fin dal secondo numero de
 “L'ALBA” :"L’ “L’ALBA” era uno strumento utile affinchè i
prigionieri italiani, avessero la possibilità  di istruirsi e di comprendere
quanto avveniva nella Unione Sovietica , e di riflesso nel mondo."(1] L'intera raccolta 
dei numeri dell'Alba è depositata al Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, 
Ufficio Storico, Fondo “Aldo Resta”)
I prigionieri erano sollecitati a porsi domande: su quanto fino ad
allora era successo; perché avevano combattuto, contro chi avevano
combattuto, quali erano  realmente  gli obiettivi dell’Armata Rossa
presenta sempre come un esercito non imperialista ma di “popolo”,
di “nobili cavalieri”, ed altre domande più o meno ovvie, più o
meno imbarazzanti. L’”Alba era diretta  inizialmente da Rita Montagnana,
 e dopo i primi 4 mesi da D’Onofrio, fino al 1944 e poi da Amadesi
Robetto; la Direzione e la Redazione raccoglieva  il meglio della élites
comunista italiana in Russia. Oltre a Togliatti, vi lavoravano
direttamente ed indirettamente, Roberti, D’Onofrio, Germanetto,
 Cerreti, Grieco, Anselmo ed Andrea Marabini, Nieda Orion
(pseudonimo di Teresckenko, l’ufficiale della NKVD che controllava
tutta la redazione)  si  avvaleva  di disegnatori quali Cesare Piccoli,
Fidia Gambetti e  Vincenzo Vitello. Via via  entrarono in redazione
anche prigionieri  italiani, con collaborazioni occasionali quali Giuseppe
Lamberti, i già citati  Fidia Gambetti, Vincenzo Vitello e tutta una schiera 
di aderenti al gruppo antifascista. Il Giiornale arrivò a stampare fino a
7000 copie che sicuramente è un numero, oltre che elevato, anche eccessivo
  in relazione al numero dei potenziali  destinatari che occorre ricordarlo
non segnavano le 10/12 mila unità è e con la liberazione dei prigionieri 
in mano a alla Germania, come internati militari le 21/22mila unità.
L’Alba rappresenta quindi un punto di riferimento nel quadro della
 Prigionia  in mano alla URSS. E’ bene precisare  subito che il suo criterio
era un intento propagandistico di guerra,  oltre che ideologico.
Pretendere che fosse indipendente, libero, e al di sopra della parti è
un assurdo.
Reputiamo che sia storiograficamente inconsistente  la tesi che l’ALBA non è un giornale libero e pluralista e quindi non ha valore. Un giornale, per prigionieri di guerra, nella Unione Sovietica  degli anni di guerra, non poteva godere di libertà maggiori rispetto  a quelle riservate  ai fogli ordinariamente destinati ai cittadini della Unione Sovietica  stessa o almeno cosi’ si può correttamente supporre.


L’”L’ALBA” ha, peraltro, un valore storico in quanto ci permette  di vedere i modi  attraverso i quali  i suoi promotori  miravano a conseguire i loro obiettivi  la valutazione degli obiettivi raggiunti  e gli effetti consegnati presso  i prigionieri.
Dopo aver dato risposte a questi quesiti, vi è poi l’altro ordine di domande : quale uso sia stato fatto dell’”L’ALBA”  fra i prigionieri, quale incidenza ha esso avuto nei contrasti politici  fra i prigionieri , e le relative conseguenze. Esula invece dal nostro campo  le interazioni che “”L’ALBA”  ha sicuramente provocato nel gruppo dirigente  comunista italiano  in URSS, ovvero se all’interno di questo gruppo si sono noti contrasti  sulla linea politica da seguire, e se siamo sorte delle disparità di vedute.
 .
Infatti  è ben chiaro  che i dirigenti comunisti italiani, in URSSS non avevano da anni contatti con le masse italiane in Italia. E questi prigionieri  italiani  in loro mano erano i primi italiani  su cui si poteva  fare liberamente  politica  e propaganda. In pratica una sorta di laboratorio in attesa di rientrare  in Italia, a guerra conclusa, come poi si verificò,  ed iniziare la vera lotta politica.
”L’ALBA”  ha anche questo profilo da analizzare, ed infatti,  come vedremo nella maggioranza  delle  analisi non è altro che una prima espressione della politica  togliattiana che sarà sviluppata nel dopoguerra dal PCI.
Per i prigionieri  ”L’ALBA”, invece,  rappresentò il  ritorno, più o meno  evidente alla normalità. Riuscire a leggere un giornale  significava essere riusciti  dallo stordimento  dovuto  alla fame, alle fatiche, alle malattie ed avere ripreso un minimo  di efficienza fisica.
Secondo Giuseppe Lamberti, nel celebrare nella primavera del 1944, l’anno di vita del foglio, con ”L’ALBA”   i prigionieri avevano ricevuto “una parola di conforto  di speranza “i primi raggi di verità”, .Tramite l’Alba essi avevano appreso i grandi tratti degli avvenimenti in Italia, la crisi e la caduta del regime e lo sviluppo della guerra di liberazione. Come tutti gli articoli  apparsi sul giornale anche questo di Lamberti  deve essere ridimensionato. In realtà il foglio serviva, in primo luogo, a portare la voce degli Ufficiali, per cercare di non lasciarsi andare e mantenere un accettabile dignità. Poi rappresentava un primo collegamento con la realtà esterna, soprattutto con l’Italia, non essendoci corrispondenza  con le famiglie dalla madrepatria. Inoltre si conosceva l’andamento della guerra: la caduta della Tunisia , il tragico 1943 e tutto il resto, notizie anche di carattere politico militare che erano le uniche a disposizione del prigioniero.
Oltre  all’andamento  della guerra il prigioniero  riceveva notizie sulle istituzioni e le realizzazioni sovietiche, nonchè sulle opere, spesso in forma adulatoria, di Stalin. Per questo aspetto  si ripetono alcuni brani di quanto pubblicato  in merito in cui si evidenzia il carattere prettamente  propagandistico  delle notizie. Tratte dal Rapporto URRNI , riportano  queste notizie  le note a margine che evidenziano il citato carattere propagandistico.
“Stralci di notizie riguardanti  la vita sovietica. n.12 - 25 giugno 1943”
“La giovane comunista Nadesda Tuleneva di Voroscilovgrad ha imparato  la professione di muratore. Nei primi giorni  murava solo 450 mattoni , ora ne mura piu’ di 2.500 per turno. Svetlana Libo, dellla regione di Kirov, ha battuto  il record murando 2506 mattoni in cinque ore.”
“n. 26 -  5 ottobre 1943 Paolo ROBOTTI “I kolkoz ed il contadino russo”
“...la collettivizzazione  fu volontaria  e dove furono commessi errori, nel senso di obbligare i contadini  ad entrare  nei kolkoz , il partito intervenne  e revoco’ le misure coercitive dei dirigenti locali.”
(la deportazione di milioni di contadini  all’epoca della collettivizzazione a cosa era dovuta? - n.d.r.)
“.... Lo stato ha dato l’aiuto  indispensabile alla collettivizzaione per rendere meno gravoso il lavoro e più alto il rendimento fornendo  483 mila trattori e 153 mila mietitrici -trebbiatrici.. Quali furono i risultati ? Se nel 1913 la terra seminata era di 105 milioni di ettari  con una produzione  granaria di 833 milioni di quintali, nel 1938  la superficie coltivata era salita a 136 milioni di ettari con una produzione di 950 milioni di quintali. Non è questa la più brillante dimostrazione della giustezza della collettivzzazione?
(Robotti non sapeva fare le divisioni : nel 1913 la resa per ettaro era di 8 quintali. Nel 1938 era solo di 7 quintali per ettaro. In Italia dove non c’era collettivizzazione la resa era di 37 quintali / ha in Lombardia e 11 quintali / ha in Italia meridionale. - n.d.r.)

Sul numero n.107 - 28 aprile 1945 Paolo ROBOTTI scrive:
“.... nel 1937 vi erano 1802 kolkoz che avevano  in banca somme superiori   ad un milione di rubli come fondo sociale........ nel 1943 - 44 i colcosiani  sovietici  hanno versato oltre 5,5 miliardi di rubli di loro spontanea  iniziativa per dare piu’ armi all’esercito ..... centinaia di migliaia  di colcosiani ricevono annualmente  oltre 400 giornate  lavorative. Migliaia  ne ricevono oltre 600. La colcosiana E. Dianova a guadagnato  774 giornate in una regione  dove l’inverno  dura sei mesi ...”

 Nell’”L’ALBA” del n. 127  15 settembre 1945 è riportato:
“... A Nisnj Tahil, l’operaio Stefan Eremenko, nel mese di agosto,  ha compiuto il lavoro dicinque mesi ......... i lavoratori  del Kusbass, il 31 agosto , hanno dato 20 mila tonnellate  di carbone  in piu’ del piano giornaliero....... il minatore  Nikifor Beliakin della miniera di Artem, (Vladivostok) che ha settant’anni il 14 settembre  ha superato la “norma” del 907%. Il minatore Pugacev delle miniere  di Irktsk ha compiuto in un giorno 10 “norme”....”

Se ”L’ALBA” deve dare notizie  di prigionieri  questo non significa  che era lo scopo primario  del Giornale. Obiettivo principale  sempre perseguito era la “defascistizzazione” dei prigionieri, nel quadro  della loro rieducazione politica, a premessa del loro assorbimento ideologico. Alcuni Brani dell’Alba  come esempi del settore della azione di propaganda  sono estremamente significativi a tale proposito
Nel n.1 10 febbraio 1943,  Articolo di fondo, si legge:
“.... oggi per la prima volta nella loro vita, decine di migliaia di operai, contadini, artigiani , impiegati , professionisti , ufficiale di carriera che si trovano prigionieri  nell’Unione Sovietica, sono messi nella condizione  di pensare liberamente  , di conoscere  la verità su un paese  che è stato loro presentando per vent’anni  sotto le luci più fosche.
“.... Così dei cittadini italiani i quali sono stati per tanti anni considerati  dei minorenni nel loro paese, trovano quindi nella prigionia  di guerra, la libertà di pensare con la propria testa e di parlare.”...
La prigionia nell’URSS apre loro una prima grande finestra  sugli immensi orizzonti della libertà. Purtroppo la realtà nell’Unione Sovietica era molto più fosca di quanto si ritenesse in occidente. La libertà di pensare  e parlare, ristretta in modo inaccettabile  in Italia sotto il fascismo, era poca cosa rispetto alla situazione in Unione Sovietica. Per i russi dire quello che pensavano, dirlo anche in privato, era un pericolo mortale. Nei diuturni contatti con la popolazione, i prigionieri  quando uscivano  a lavorare  nei campi, nelle fabbriche nei villaggi potevano constatare il terrore  viscerale di ogni individuo ed il rifiuto  di ogni conversazione su certi argomenti.
Nel numero. 22 7 settembre 1943 Articolo di fondo  “Critica e Polemica”
“... sulle rovine del fascismo  dovrà essere costruito un regime democratico... non solo di nome, ma di fatto; che non abbia paura di appoggiarsi  veramente sul popolo, di estendere e garantire  tutte le liberta’  popolari, di affidare alle masse popolari la direzione ed il controllo effettivo della vita nazionale”.
Nel numero . 115  - 23 giugno 1945 Paolo ROBOTTI
“.... la questione di Trieste  per  un certo tempo  ha mantenuto  una inutile e dannosa tensione sulle frontiere  nord-orientali d’Italia ... di essa hanno tentato  di farsene un’arma  perfida  le cricche reazionarie italiane... “
(La questione di Trieste consisteva  nella pretesa di Tito, capo del movimento di liberazione a guida comunista in Jugoslavia di annettersi , oltre l’Istria, gran parte  del Friuli fino al Tagliamento , nota dell’UNIRR.)
La defascistizzazione era perseguita con le denuncie degli errori  del fascismo, delle atrocità dei tedeschi durante la guerra in Russia, che erano tante,, della separazione delle responsabilità sia quelle dei politici (fascisti) che quelle dei militari (popolo) , per arrivare alla distinzione fra tedeschi (nazisti) e italiani per concludere che l’alleanza italo-tedesca era stato un grave errore .
Cosi’ la prigionia, attraverso  questo processo  di defascistizzazione. era vista  come un bagno purificatore dopo la sconfitta  e gli errori, il rito  di aspirazione della passata adesione al fascismo o alla acquiescenza alle sue direttive. Era un contributo che si poteva e doveva dare per accelerare la sconfitta del fascismo.
“Solo così- si legge nel Messaggio al Popolo Italiano pubblicato dall’Alba - potrete permettere il nostro ritorno in patria ed alle nostre famiglie. solo cosi ‘ potrete salvare la vostra Italia  e ridarle la propria libertà  .... sulle solide basi di una vera giustizia sociale  l’opera di ricostruzione che parlerà a tutto il popolo   italiano il benessere e la Felicita’.
Un messaggio  al Popolo italiano che era un messaggio a tutti i prigionieri, agitando  quel sogno che era nella mente di tutti i prigionieri, il rimpatrio.
Solo la sconfitta del fascismo, solo l’adesione al socialismo,la collaborazione più fattiva possibile avrebbe permesso il  rimpatrio.
E il prigionieri venivano preparati anche al rimpatrio a quello che avrebbero politicamente trovato in Italia. Sull’”L’ALBA” appaiono gli stessi temi che nelle stesse settimane il partito comunista poneva al centro della sua propaganda. E non poteva esimersi di tracciare il quadro  politico che si andava formando in Italia .
Scrive Paolo Robotti sul numero. 126 8 settembre 1945
“..... gli italiani che hanno vissuto  la catastrofe dell’ARMIR dovranno al loro ritorno , essere  i più calorosi assertori dell’amicizia  con l’URSS”...

Il 19 ottobre 1943 ”L’ALBA”  da questo quadro ancorandolo a nomi precisi  Ercoli (ovvero Togliatti), Robotti, ecc con  Sforza, Croce. questi nomi  in contropagina, in una architettura in cui da una parte le forze giovani, vive, innovatrici (Ercoli, ed il PCI) e dall’altro i fantasmi, gli  sconfitti del fascismo , che ritornano  veri e propri  “Resuscitati” dell’antifascismo” espressione di forze conservatrici destanti dalle masse (Sforza e il Partito Repubblicano, Croce e il Partito Liberale). Valutazioni svalutative anche per altri partiti. Il partito d’Azione è nominato solo una volta (agosto 1943) ed è presentato  come un aggregato di intellettuali  nell’orbita  di Sforza; la Democrazia del Lavoro, presentata in termini   riduttivi, un partito esangue; la Democrazia Cristiana   nominata solo nell’agosto del 1944, a cui toccherà la sorte del silenzio costante o bersaglio di giudizi sprezzanti.
(continua nel post successivo)
 per informazioni e ricerche : prigionia@libero.it



[1] L'intera raccolta dei numeri dell'Alba è depositata al Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Fondo “Aldo Resta”