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mercoledì 7 dicembre 2011

Prigionia in Urss 5. Il Calcolo delle Perdite - Personale. Il Ruolo di Palmiro Togliatti

Una di queste, e quella più interessante, è Palmiro Togliatti, che oltre al ruolo che ebbe nella vicenda dei prigionieri italiani[1], sul finire del 1942 e primavera del 1943 ed anche dopo fino al rientro in Italia all’inizio del 1944, con lo predomino di Ercole Ercoli, teneva le trasmissioni di Radio Mosca in lingua Italiana per l’Italia, che venivano captate ed ascoltate, anche se era proibito, nel nostro Paese.
In queste trasmissioni si svolgeva ampia opera di propaganda e spesso i toni erano estremi, data la situazione, volte tutto a fiaccare il fronte interno ed esaltare le vittorie e le imprese dell’Armata Rossa e della Urss. Nella trasmissione del 5 marzo 1943 Togliatti annunciò che i prigionieri italiani, a seguito della offensiva sovietica sul Don, erano 40.000. In una trasmissione successiva, 14 marzo 1943, in cui esaltava l’opera e l’azione dell’Armata Rossa annunciò che i prigionieri italiani erano 85.000. Infine in quella del 19 marzo 43 che il totale dei caduti e dei prigionieri italiani erano oltre 115 mila.
I contenuti di queste trasmissioni furono raccolti, da parte di Palmiro Togliatti, in un volume destinato ai comunisti italiani ed edito a Mosca nel 1943; poi con il pseudonimo di Mario Correnti e con il titolo di “Italiani ascoltate Radio Mosca” edito in Italia nel 1945.
Quindi per Palmiro Togliatti, che sicuramente aveva i dati dallo Stato Maggiore Sovietico, il numero dei caduti e dei Prigionieri Italiani al termine della ritirata erano circa 115.000. Un dato certamente propagandistico, ma che poteva ben fare effetto sulla pubblica opinione italiana, che però rispecchia una situazione fortemente inficiata dalla propaganda di guerra.
Altra fonte coeva è il giornale “L’Alba” che veniva stampato a Mosca per i nostri prigionieri nel quadro della cornice psicologica di indebolimento morale e motivazionale del prigioniero volta a conquistare i soldati italiani alle idee socialiste. Tale giornale in data 10 febbraio 1943 informava:
“…dal 16 al 30 dicembre 1942 le Divisioni “Cosseria”, “Pasubio”, “Torino”, “Sforzesca”  “Celere” furono disperse. Più di 50 mila unità tra Ufficiali e soldati italiani vennero fatti prigionieri.
Nel gennaio le Divisioni “Julia”, “Tridentina” e “Cuneense” e la 156° Divisione di Fanteria (che in realtà era la Divisione “Vicenza”) sono state a loro volta disfatte sul fronte di Veronez ed altri 33 mila soldati ed ufficiali sono stati fatti prigionieri”.

In un numero successivo, in data 20 febbraio 1943, “L’Alba” affermava “circa 50 mila soldati italiani sono morti in Russia e quasi 80 mila sono stati fatti prigionieri dall’Unione Sovietica”.
Anche se si tiene conto dei fini prettamente propagandistici del Giornale, che in quel periodo mirava a fiaccare le motivazioni e le convinzioni del soldato italiano in prigionia, queste fonti possono essere accettate come riferimento. I caduti ed i prigionieri italiani caduti in mano ai sovietici erano sull’ordine di 130.000 di cui 80 mila prigionieri per “L’Alba”, mentre Togliatti nelle sue trasmissioni arriva a dare la cifra fra Caduti e prigionieri di 115 mila unità .
Una terza fonte, da ultimo, che si può citare, è indiretta. Secondo il gen. Geloso, che fu liberato dalla Armata Rossa nel luglio del 1945 da un lager tedesco, un capitano russo ebbe a dichiarare che i prigionieri italiani catturati in Russia aumentavano a 60/80 mila unità[2].
Dalle fonti coeve quindi, le perdite in Russia sono sull’ordine di 130.000, 115.000 uomini persi, di cui 80.000, o 60/80.000 fatti prigionieri.
Nonostante che fossero disponibili queste fonti di provenienza “comunista”, nel 1946, non se ne tenne conto, sia perché fortemente provenienti da fonte ideologizzata; infatti non bisogna dimenticare che sono gli anni della guerra fredda, dello scontro ideologico e quindi in un clima alieno da ogni analisi pacata e raziocinante.
 
I dati ufficiali risalgono quindi, al 1946, ma la cifra ufficiale indicata per i mancanti all'appello risente fortemente di quanto detto sopra: pochi i dati certi, per quelli disponibili per forza di cose non si dava una articolazione precisa. Quindi la cifra globale degli assenti comprendeva chi era caduto in combattimento, chi era disperso chi deceduto in prigionia.
Nel 1947, con l’uscita del partito Comunista Italiano dal Governo, l’intensificazione della guerra fredda, le elezioni del 1948 in cui definitivamente l’Italia si poneva nel campo occidentale, la creazione della NATO nel 1949 i rapporti con la URSS divennero così difficili che i Sovietici non misero a disposizione i loro archivi e tutto fu portato  sul piano della guerra ideologica che diede un altro gran colpo alla acquisizione di dati informativi ed oggettivi.
Occorre peraltro osservare che a cifra delle perdite (ovvero di Caduti, Dispersi e deceduti in prigionia) pari a 84.830, doveva essere aggiornata già nel 1946. Infatti occorre tenere presente che la URSS al termine del conflitto restituì 10030 prigionieri dell'ARMIR. Si deduce quindi che le perdite globali ammontano a 74800 fra Caduti, Dispersi e Deceduti in prigionia.
Il Rapporto UNIRR a questo proposito fa osservare che, nel 1946, si poteva accettare l’asserzione che ".... nessuno, né da parte italiana né da parte sovietica ha potuto indicare quale fosse, in questa cifra, il numero dei morti e quello dei dispersi (delle perdite subite in Russia). Nemmeno i tedeschi, con i quali operavano le unità italiane hanno mai fornito dati al riguardo[3]
per contatti: ricerca23@libero.it

[1] In sostanza Palmiro Togliatti in una lettera rintracciata negli anni novanta faceva notare che la morte dei soldati italiani anche in prigionia, oltre che nei combattimenti, avrebbe portato più lutti e tragedie nelle famiglie italiane e per questo la pubblica opinione italiana si sarebbe distaccata se non rivoltata contro il governo fascista. Questa lettera è stata presentata come una istigazione di Togliatti ad eliminare i prigionieri italiani e come prova di una delle cause delle perdite subite in questa campagna. In realtà Togliatti stava combattendo la sua guerra dalla parte della Urss, nazione invasa, attaccata, devastata e destinata ad essere occupata pesantemente, con il rango di nazione solo da colonizzare e sfruttare, da parte della Germania. Da un punto di vista fascista, che aveva mandato le proprie truppe a partecipare alla guerra contro la Urss (Mussolini fece scrivere: “se non ci fosse stata la Marcia su Roma nel 1922, oggi non ci sarebbe stata la Marcia su Mosca”, intendendo così come il fascismo combatteva la sua guerra ideologica contro il comunismo) l’atteggiamento di Togliatti era di un mero traditore, uccisore di italiani e quindi atto a far gridare allo scandalo oltre al fatto che giustifica un così alto numero di perdite (i prigionieri una nazione civile non li uccide) e, indirettamente scagionava  le responsabilità di chi aveva mandato i soldati in Urss e chi li aveva comandati e condotti sul campo di battaglia; da un punto di vista nazionalistico questo atteggiamento fa sorgere delle perplessità in quanto si invoca lutti e morti in nome di una guerra, anche se si riconosce che si stava combattendo una guerra ideologica senza esclusione di colpi, da un punto di vista comunista questo atteggiamento era nella logica delle cose, nel quadro della sopravvivenza dell’Urss, della sopravvivenza ed affermazione della ideologia comunista contro il nazismo e il fascismo. Naturalmente questo atteggiamento non può e non poteva essere condiviso da un punto di vista umanitario e di solidarietà umana, ne tanto meno dalle famiglie dei soldati italiani in Russia, le uniche vere vittime di tanta violenza.  
[2] Cifra che, come vedremo, si avvicina sorprendentemente alla realtà. Quel capitano dell’Armata Rossa era ben informato.
[3] Rapporto UNIRR, pag. 18 e seguenti

Prigionia in Urss 4. Il Calcolo delle Perdite - Personale. Considerazioni e Raffronti

Nella campagna contro la Grecia combattuta in Albania dal 28 ottobre 1940 al 4 aprile 1941 si ebbero 18000 Caduti e 25000 dispersi su un totale di 270000 effettivi con una percentuale del 16%.
In media, secondo dati statistici riferibili anche a conflitti  successivi alla Seconda Guerra Mondiale (ad esempio la guerra di Corea del 1951) è preventivabile una perdita, per il personale, non superiore  al 10/15% delle forze impiegate.
L'ARMIR  e prima il C.S.I.R., nel periodo della loro permanenza in Russia dal agosto 1941 all’11 dicembre 1942, ebbero 279 ufficiali e 2337 sottufficiali e soldati Caduti e 70 ufficiali e 2338 sottufficiali e soldati dispersi. Per i prigionieri siamo sull’ordine delle centinaia di unità. Queste perdite sono da considerarsi "normali" in cicli operativi di guerra.
In ogni caso, al momento in cui era stato acquisito, era un dato quanto mai terribile. Anche nell'Italia del 1943, in piena guerra, rappresentava una cifra di perdite insostenibile ed inaccettabile se non accompagnata da spiegazioni e motivazioni consistenti. Dato così, senza precise giustificazioni non sarebbe stato accettato dalla opinione pubblica, anche quella addomesticata dal regime fascista. Nuda e cruda questa cifra di perdite significava una sconfitta militare di proporzioni enormi, la più grande subita dall'Esercito Italiano. Sicuramente avrebbe innescato i perché e i percome di come tale sconfitta si era maturata. Il governo di allora, Mussolini in testa, non ritenne di dover propagandare tale cifra ed ammettere pubblicamente la tragica realtà. Preferì scegliere la via del silenzio. Non per altro i reduci del 1943 dalla Russia furono accolti in Italia quasi di nascosto, affinché di quando accaduto in terra Russa non venisse divulgato.[1] 
Oltre a non essere divulgato il dramma italiano in terra sovietica non fu sufficientemente preso in considerazione in sede ufficiale e non, con il raccogliere ogni elemento utile per comprendere quello che era successo. Dall'aprile al luglio 1943[2] la situazione era cosi pressante e grave che non si prestò sufficiente attenzione da parte delle autorità responsabile alla raccolta di documentazione e testimonianze. Forse mancò anche il tempo. Il precipitare della situazione generale con la caduta del fascismo il 25 luglio, i 45 giorni del Governo Badoglio e l'armistizio dell'8 settembre 1943 aggravarono ulteriormente la situazione che fu definitivamente compromessa nel biennio 1943-1945, quando cause di forza maggiore ulteriori, facilmente  comprensibili, impedirono di prendere in considerazione gli eventi del dicembre-marzo 1943 in terra russa. Sarà solo con la fine della guerra e con la volontà delle innumerevoli famiglie che volevano sapere la sorte dei loro congiunti inviati a combattere in Russia e il ritorno dei prigionieri che il problema si pose all'attenzione generale.

Ne il Governo del tempo, quindi, ne il Ministero della Guerra nel 1943 pubblicarono alcuna cifra ufficiale delle perdite dell’ARMIR, anche perché si voleva evitare di sottolineare le dimensioni della tragedia e della disfatta militare. Si era poi in piena crisi del regime: la sconfitta di El Alamein la ritirata in Africa settentrionale preludeva alla resa del maggio 1943, e quindi all’invasione del territorio metropolitano. Non vi era alcuna propensione ad andare ad approfondire dati e situazioni che avrebbero peggiorato ancor di più un quadro generale già pesante. Sopraggiunsero gli eventi di luglio e settembre 1943 e l’invasione del territorio italiano e quindi il problema fu rinviato alla fine della guerra.
 Con il rientro dei soldati dalle altre prigionie, nel 1945-1946, si pose mano anche alle perdite della campagna di Russia. Si accettarono i dati già individuati a Gomel, frutto non di sistematiche ricerche ma presi sul tamburo, ottenuti per differenza tra gli uomini alle armi all’inizio della ritirata, e quelli sopravvissuti.
La cifra, non fu sottoposta ad alcuna verifica o integrazione sulla base di eventuali dati raccolti; la cifra individuata a Gomel di 84.830 uomini persi nella ritirata di Russia, rimase la cifra ufficiale delle Perdite in Russia, che come si è detto per decenni fu considerata quella vera quasi fino ad oggi.
Eppure nel 1946, oltre ai Reduci, altre fonti di notizie sulle nostre perdite erano disponibili, anche di provenienza dalla Unione Sovietica.

 per contatti: ricerca23@libero.it


[1]E’ ormai noto come furono accolti i superstiti della Campagna di Russia al Brennero, inizio di quella lunga incomprensione e frattura tra chi tornava dalla Russia e la pubblica opinione in Italia.
Scrive Giulio Tedeschi:
Chiudere i vetri dei finestrini! Chiudere i vetri dei finestrini – gridava il personale passando dinanzi alle vetture e avvicinandosi agli sportelli dava un secco giro di chiave di servizio e li sbarrava.
Nessuno esce più! Alle stazioni è vietato affacciarsi! – ingiungevano le voci imperiose; - chiudere i vetri dei finestrini!
Che roba è questa? Si cominciò a gridare all’interno dei vagoni
Non siamo bestie!
Aprite! Aprite! Urlavano ormai gli alpini riabbassando i vetri e scuotendo in vano le maniglie.
Siamo in Italia!
Siamo gli alpini….!Siamo gli Alpini! Gridavano. Sulla pensilina, dinanzi al vagone della ventisei stava immobile un ferroviere, con le mani nella tasca dei pantaloni
La popolazione non vi deve vedere: è l’ordine, spiegò seccamente al più vicino grappolo d’uomini che si affannavano sbracciandoci dal finestrino
Non abbiamo la peste, noi! Siamo gli alpini che tornano dalla Russia, càvalo vestio da òmo, gli griò disperato Scuderia mentre il treno già si muoveva
Che alpini o non alpini! Ma vi vedete?  Urlò allora ia rinchiusi il ferroviere: vi accorgete sì o no Cristo che fate schifo?
Cfr. Tedeschi G., Centomila gavette di ghiaccio, Milano, Mursia, 1995
[2] Per questa situazione vds., tra gli altri,  la prima parte del volume di Ruggero Zangrandi, 25 Luglio – 8 Settembre 1943, Milano, Feltrinelli, 1964

Prigionia in URSS 3. Il Calcolo delle Perdite - Dati 1943-1946

QUADRO DELLE PERDITE DI PERSONALE NEL CICLO OPERATIVO
11 dicembre 1942 - 20 marzo 1943
CADUTI E DISPERSI

                                                                                                         Ufficiali      Truppa

II° C. d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Cosseria”
Divisione “Ravenna”
110
  90
120
      3260
      2310
      3880




XXXV° C.d’A.
truppe e servizi di C.d’A.
Divisione “Pasubio”
Divisione “Sforzesca”
Divisione “Celere”
Divisione “Torino”

110
200
240
220
340
     2.240
     2.960
     6.940
     5.320
     7.400

C.d’A.Alpino

truppe e servizi  di C.d’A.
Divisione “Tridentina”
Divisione “Iulia”
Divisione “Cuneense”
Divisione “Vicenza”
130
190
340
390
240


   3.050
   7.540
   9.450
 13.080
   6.600




8^ Armata Q. G.
Totale
Truppe e Servizi
290
3.010
    7.790
  81.820


Totale delle perdite  11 Dicembre 1942 – 31 Marzo 1943   =    84830
 Questo dato, elaborato nel periodo 1943-1946, è, alla luce delle ulteriori ricerche errato

per conttare eo fornire ulteriori dati : email. ricerca23@libero.it

Prigionia in URSS 2. Il Calcolo delle Perdite Personale

Le perdite in termini di Personale sono sulla stessa linea di quelle avute per i materiali. La problematica, al fine di avere una idea la più aderente possibile alla realtà del numero dei Caduti, Dispersi e Prigionieri di quel ciclo di operazioni, è complessa e rappresenta uno degli aspetti più inquietanti della campagna e della prigionia in Russia, in quanto una delle pagine più difficili da ricostruire della campagna di Russia e conseguentemente della prigionia in mano alla URSS.
Le fonti disponibili al riguardo sono discordanti e molto carenti, e rappresentano spesso motivo di contrasti e polemiche. Allo stato della documentazione disponibile appare utile porre a base della ricostruzione il "Rapporto" presentato dalla Unione Nazionale  Italiana Reduci della Russia l’UNIRR[1], in quanto tale rapporto  è stato redatto sulla base di documenti soprattutto di fonte russa, unica pubblicazione disponibile al momento  che abbia questa caratteristica. Le altre fonti edite, anche di carattere ufficiale si basano su documentazione che non tiene conto delle fonti russe rese disponibili del 1992 in poi.
 Raccolte le forze superstiti, a Gomel nel marzo 1943 il Comando Italiano tenta una prima ricostruzione delle perdite subite durante le operazioni del dicembre-febbraio 1943.
Il problema centrale rimane la individuazione della entità delle perdite  ed i motivi che hanno portato a tale disastro tra l'11 dicembre 1942 ed il 20 marzo 1943.
  Quando si pose il problema della individuazione delle perdite nel marzo del 1943 a GOMEL subito ci si trovò di fronte a difficoltà oggettive veramente grandi. Nel rapporto dell’UNIRR si legge:
“Nei primi giorni, i comandi, gli ufficiali subalterni, i furieri potevano tenere nota dei morti in combattimento, effettivamente  constatati ma non sapevano  che fine avessero fatto quelli che mancavano all’appello, se, cioè erano caduti, se erano rimasti indietro, se si erano aggregati ad altri reparti. Dopo una battaglia  o una notte passata in un grosso villaggio, insieme ad altri reparti, le Unità sovente si frantumavano: c’era sempre una squadra, un plotone, un nucleo di slitte che alla mattina  non partiva insieme agli altri o che rimaneva imbottigliata nella fiumana, o che imboccava  un’altra pista. I furieri, i Comandanti a loro volta cadevano  o venivano catturati e quello che avevano visto  o annotato si perdeva. Infine, i Reggimenti, i Battaglioni ed i Gruppi di Artiglieria, avevano nelle immediate retrovie distaccamenti, magazzini, depositi di munizioni; salmerie, autoreparti: iniziata la ritirata, ogni contatto con questi nuclei separati si è interrotto e, di conseguenza, anche ogni informazione sulla loro sorte”[2]

Al termine di questo lavoro di censimento svolto su queste basi risulta necessariamente una situazione che doveva non essere altro che approssimativa risultava dal quadro riportato in tabella 1.
La tabella redatta risulta dal seguente procedimento:
"Le forze presenti ed operanti all'inizio della battaglia ammontavano complessivamente a 229005 uomini. Detratto da tale cifra il numero dei feriti e dei congelati rimpatriati, pari a 29690 persone, restano 199315 combattenti tra la linea del fronte e la zona delle retrovie. Alla conclusione della battaglia e dopo la ritirata delle Unità dal Don e dal Donez a Gomel e nelle località di raccolta. Mancavano complessivamente all'appello 84830 uomini, vale a dire oltre un terzo della forza totale dell'Armata. I superstiti furono dunque 114485"[3] 

Questa tabella, occorre ribadirlo, fu redatta a tamburo battente, in terra russa, nelle località di raccolta dei soldati usciti dall'accerchiamento russo, sui dati disponibili al momento.
La cifra finale risulta per differenza, ovvero confrontando gli organici di ogni Unità prima dell'inizio della battaglia l'11 dicembre 1942 ed il numero dei superstiti. Non c'era altro da fare, del resto data la situazione. Per forza di cose un dato che occorre prendere per quello che è: approssimativo e alla luce delle considerazioni che andiamo a fare, da verificare.
Apparve subito chiaro che le perdite subite erano molto gravi. In tutte le battaglie fino allora combattute dall'Esercito Italiano, dal 1861,  mai si ebbe un numero di soldati Caduti, Dispersi e Prigionieri così alto. Fra Caduti, Dispersi e Prigionieri si arrivava alla cifra di oltre 84.000 assenti riferiti ad un solo ciclo di operazioni, cifra che, come vedremo,  provvisoria ed assolutamente non aderente alla realtà. Tale cifra, peraltro, non è minimamente paragonabile alle perdite avute nelle pur sanguinose battaglie della Prima Guerra Mondiale. Nella battaglia dell’Ortigara, del 1916, sull'Altipiano di Asiago la nostra 6a Armata, forte di 300.000 uomini effettivi, ebbe 8000 soldati fra morti e dispersi pari ad una percentuale del 3% circa, mentre irrilevante fu il numero di prigionieri.

 Per conttattare: email ricerca23@libero.it


[1]Unione Nazionale Italiana Reduci di Russia, Rapporto sui Prigionieri di Guerra Italiani in Russia, Milano, 1995.Ill., pag. 224. D’ora in avanti Rapporto UNIRR.
[2] Rapporto UNIRR, pag. 31
[3] Rapporto UNIRR, pag. 17

Prigionia in URSS 1. Il Calcolo delle Perdite - Materiali

Al termine delle operazioni nel marzo 1943 si procedette ad un primo bilancio delle perdite in uomini e in materiali. Per i materiali la situazione risultò subito disastrosa. L’attacco sovietico fu condotto in modo tale che non impegnò solamente la prima linea italiana, ma sconvolse l’intera area della battaglia, non facendo distinzione tra elementi avanzati e retrovie. L’attacco si manifestò con forte intensità fin dai primi momenti con azioni aeree, fuoco di artiglieria, di mortati e di lanciarazzi pesanti, distruggendo comandi, reti di collegamento, unità automobilistiche ed paralizzò ogni forma di attività logistica ed operativa. La violenza dell’attacco nemico non potè permettere di effettuare la rottura del contatto della prima linea e retrocedere; non fu possibile organizzare colonne ed autocolonne per il movimento retrogrado, aggravato dal fatto che gli automezzi nella loro gran parte non si trovava a ridosso della prima linea
Questo constatazione è essenziale: infatti, preso atto di questa situazione, si doveva combattere sul posto, come da ordini superiori, poi, esaurita ogni capacità combattiva arrendersi e consegnarsi al nemico. Il ripiegamento in queste condizioni fu disastroso. Si doveva avere la forza morale di arrendersi, consci di aver fatto il proprio dovere fino all’ultimo, e trovare la salvezza nella prigionia. Insistere nell’andare a trovare la salvezza nel retrocedere ed allontanarsi dal nemico fu la causa primaria del disastro umano e militare che segna la campagna di Russia.
Le perdite in termini di materiali furono enormi.
Dei 17750 automezzi in dotazione alla 8a Armata al momento dell’attacco sovietico, ne andarono perduti 11.130; dei 4851 motomezzi se ne persero 4243. Le cause furono molteplici, distruzione o cattura battaglia durante, distruzione ad opera delle stesse unità che le avevano in dotazione i materiali per non farli cadere in mano al nemico, abbandonati perché guasti, e, sopratutto, abbandonati per mancanza di carburante. Le perdite degli automezzi, che significa movimento, sono significative in quanto permette di dire, in sintesi, che tutti gli altri materiali furono o persi o distrutti o abbandonati. Si può dire che se per gli automezzi le perdite furono del 70%, per i motomezzi l’87%, non da meno per gli altri materiali: per i quadrupedi, furono circa l’80%, l’armamento di reparto ebbe perdite pari al 76% mentre quelle più gravi in tanto disastro furono quelle relative alle artiglierie, che raggiunsero il 97%.
Queste cifre fanno concludere che le perdite in termini di materiali subite dall’8° Armata furono tali che praticamente questa Armata fu distrutta  nel senso letterale del termine nella seconda battaglia difensiva del Don. L’ARMIR nel marzo del 1943 non aveva più mezzi e materiali per essere ricostituito e quindi si giunse a conclusione che quello che di esso rimaneva doveva essere riportato in Italia. Una conclusione della nostra guerra alla URSS veramente misera.
Per informazioni: contattare tramite email: ricerca23@libero.it

martedì 6 dicembre 2011

Un avvio di ricerca: Il Ruolo di Ambrosio nella vicenda della Perugia ottobre 1943

A Vicenzzo Rago si propone quanto segue:

la questione che mi propone è interessante. Ma prima di avviare un lavoro che richiede del tempo, che non c’è, ma che si può trovare, vorrei proporre due cose:
1)     coinvolgere i miei amici albanesi che il 2 novembre hanno presentato a Tirana la traduzione del volume in lingua albanese alla presenza del Ministro della Difesa e dell’Ambasciatore d’Italia e che sono impegnati in altre iniziative interessanti. Soprattutto hanno coinvolto le Università di Durazzo e Scutari con la presentazione del predetto volume
2)      Vorrei maggiori dettagli sulla frase “c’è chi continua a  sostenere che il messaggio sia stato uno stratagemma dei tedeschi per indurre i soldati a lasciare Sarande”. Su quali basi sostiene questo? E’ facile argomentare ipotesi. Ci sono documenti tedeschi? Il Comando della Perugia era in contatto radio con Brindisi dal 19 settembre al ritorno della Missione del ten. Col. Gigante. Inoltre anche Corfù era in contatto con Brindisi. Se vi era il contatto diretto, a doppio canale, come possono i tedeschi aver architettato uno stratagemma di tale portata?  Sulla Perugia spesso si dicono molte cose basate su riporti, come quella che il generale Chiminello e il suo capo di Stato Maggiore siano stati decapitati e la testa portata per Seranda su una picca. Il popolo albanese è così civile che mai avrebbe permesso una cosa di tale barbaria; eppure in tutti i libri questa diceria è riportata.
Vorrei quindi vederci un po’ più chiaro su questo aspetto.
In un recente volume dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito in un volume, per molti versi scientificamente inappuntabile, al punto in cui si deve dimostrare il perchè le navi non sono giunte a Porto Palermo, si sostiene che una ricognizione effettuata da un nostro ricognitore sulle spiagge, le ha trovate deserte. Cose se i nostri soldati avessero la possibilità di rimanere sulle spiagge e non nascosti con le cigne tedesche che stavano dando loro la caccia.
Come vede la questione è controversa ed importante. Il fatto che L’Italia era stata sconfitta; che il dissidio fra Americani e Britanni sulla strategia in Mediterraneo era grave  ed acuto; che gli Americani avevano preso il sopravvento e decidevano loro.
Quindi propongo che, avendo io gli accordi che i documenti avuti come Coremitie li posso usare e pubblicare, che questi documenti sono stati messi a disposizione solo perr Coremite e quindi Lei non può accedervi prima dei 90 anni canonici, la mia proposta, dopo aver avuto le sue indicazioni sulle tesi del sabotaggio ed inganno tedesco, di pubblicare sulla rivista il Secondo Risorgimento questi documenti così lei li avrà disponibili.
In attesa , assicurando la mia disponibilità, con le riserve con cui ho aperto questa nota,, invio    più cari saluti.

Come prassi si invita chi avesse notizie in merito alla problematica posta èpregato di prendere contatto tramite la e mail ricerca23@libero.it

Divisione Perugia Settembre ottobre 1943 Albania Quesito

Si riceve la seguente lettera:

Vorrei mi aiutasse a comprendere una questione “chiave” nella storia della Perugia: quella del Macchi 205 (uno o due?) che nel pomeriggio del 26/09/1943 recapita al Gen. Chiminello un altro messaggio del Capo di Stato Maggiore Gen. Ambrosio: "Corfù occupata dai tedeschi. Impossibile raggiungere Porto Edda con navi. Portatevi a Porto Palermo ove procureremo di imbarcarvi." Nel suo libro  lei sostiene che sia stato effettivamente trasmesso dal Comando Supremo N. prot. 1500/OP P.M. 167 citando anche il foglio operazioni di Superesercito con il quale si dispone una ricognizione aerea prima di far giungere le navi a Porto Palermo.
La questione è controversa: c’è chi continua a  sostenere che il messaggio sia stato uno stratagemma dei tedeschi per indurre i soldati a lasciare Sarande. L’ipotesi è verosimile. Ma i documenti da Lei citati non lasciano dubbio alcuno sulla autenticità del messaggio.
Le chiedo, per carità di figlio, come sa la cosa riguarda da vicino la mia famiglia, se può fornirmi le copie dei citati documenti ovvero se mi può dire dove essi sono custoditi.
Confido in un suo riscontro.
Sinceramente
Vincenzo Rago

Prigionia: La campagna di Russia Le operazioni

Situazione operativa
17 -18 19 dicembre 1942
3° Divisione Celere
Principe Amedeo Duca d’Aosta


  1. Premessa.
Fronte del II Corpo d’Armata
385° Divisione Tedesca e Divisione Cosseria. (Omissis)
Divisione Ravenna (Omissis)
298° Divisione Tedesca  (Omisis)
Fronte del XXXV Corpo d’Armata (CSIR)
Divisione Pasubio(Omissis)
Fronte del XXIX Corpo D’Armata Tedesco
Divisione Torino(Omissis)

3° Divisione Celere.

Dal 19 al 23 novembre 1942 all’inizio della Battaglia del Volga la 3 Armata Romena aveva subito i violenti attacchi sovietici che ne aveva ridotto drasticamente la operatività. La 3° Divisione Celere.P.A.D.A, che era dislocata in seconda schiera nella valle del Boguciar, aveva dovuto mutare impiego ed assumere il tratto di fronte di circa 50 chilometri, già occupato dalla 62a Divisione tedesca per sostituirla in quanto chiamata ad operare altrove.
3° Divisione Celere.P.A.D.A si era schierata a cavallo del basso corso della Tihaja dove l’andamento del Fiume Don descrive una curva convessa verso sud tra la Divisione Torino ( a sinistra) e la Divisione Sforzesca.
La differente struttura ordinativa tra le divisione italiane e tedesche , queste certamente più forti e numerose, aveva determinato uno scompenso di forze. Di conseguenza la 3° Divisione Celere.P.A.D.A, per occupare le stesse posizioni, aveva ricevuto in rinforzo la Legione Croata, alla quale era stato destinato un piccolo tratto di fronte proporzionate alle sue modeste possibilità operative, all’estrema sinistra a contatto con la Divisione Torino.
Seguivano, da sinistra a destra,
il 3° Reggimento bersaglieri ( battaglioni XVIII, XX, XXV)
il 6° Reggimento bersaglieri  (battaglioni VI, XIII)[1]
tutte forze che erano state mandate in prima linea. In secondo scaglione era costituito dal solo XIX battaglione bersaglieri[2]
L’ampiezza del fronte era veramente ampia per queste forze mobili, costruite per operare in movimento, non per operazioni di difesa ancorata. La 3° Divisione Celere.P.A.D.A, era stata quindi rinforzata dal XXVI battaglione mortai della Divisione Torino, da una compagnia del CIV battaglione mitraglieri dal LXXIII gruppo misto (149/40 e 210/22) d’Armata.

  1. L’attacco del 17 dicembre 1942.

Ore 07.00
Il fronte della Divisione fu attaccato alle ore 07.00 del 17 dicembre 1942. Il punto di massima violenza di questo attacco lo si ebbe nel punto di contatto tra il VI ed il XIII battaglione  del 6° Bersaglieri e, dopo un’ora l’attacco si estendeva a tutta la fronte del VI battaglione poco ad est della confluenza della Tihaja nel Don dove elementi avanzati sovietici penetrarono in direzione di Tihovskoj.
A nord della Tihaja l’attacco sovietico si estendeva e si approfondiva su quota163,3 minacciando la rotabile Mrykin –Konovalof. La 7° batteria del II Battaglione del 120° reggimento era stata travolta.

Ore 10.00
Il XIX battaglione del 6° Reggimento, tenuto in seconda schiera, operò un contrattacco in direzione della foce della Tihaja, non aveva successo.

0re 13.00
Il XIX battaglione del 6° Reggimento,alle ore 13,00,  a seguito dell’aggiramento da sud da parte di una forte colonna sovietica del paese di Tihovskoj, doveva ritirarsi ad ovest per oltre un chilometro a difesa dell’abitato di Batalsckof; in questo frangente riceveva in rinforzo della 105a compagnia artieri divisionale e della compagnia genio ferrovieri tedesca.

Ore 15.00
Il XVI gruppo di osservazione tedesco, composto da 200 uomini affluiva per contenere e respingere la penetrazione dei sovietici in valle Tihaja

Ore 16,30
I sovietici lanciano un nuovo attacco in direzione della quota 163,3, e veniva minacciata la 3 batteria del I Gruppo del 120° Reggimento artiglieria; nello slancio minacciava l’abitato di Mrykin; qui vi aveva sede il Comando del 12°° Reggimento artiglieria, che nel prosieguo veniva accerchiato.

  1. Bilancio della Giornata

Settore del 3° Reggimento bersaglieri. Questo settore non aveva subito attacchi in forze e quindi era quasi integro. Si aveva la sostituzione della Legione Croata. Da quota 163,3 tentava di aggirare da sud le posizioni tenute dal reggimento , già isolate sulla destra.
Settore del 6° Reggimento bersaglieri. La situazione qui era grave. I sovietici avevano operato una falla ampia di circa 12 chilometri, con una penetrazione di 10 chilometri; a sera era ancora contrastato dai resti dei battaglioni bersaglieri VI e XIX dalla 105a compagni artieri e dalla 45a compagnia ferrovieri tedesca.
    


[1] Qui si evidenzia l’importanza di conoscere l’appartenenza a quale  Battaglione del 6° Reggimento il C.M apparteneva, in quanto le posizioni sono diverse. Il 6° Reggimento Bersaglieri era composto dal Comando, VI, XIII, e XIX battaglione bersaglieri.
[2] Vedi nota precedente.