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martedì 31 gennaio 2023

Giorgio Madeddu. Prigonia Austriaca in Italia. Campo di Concentramento di Monte Narba. I Parte

3.5.4 Monte Narba   x

La miniera di Monte Narba entra nello scenario della prigionia in Italia dalle cronache del Diario del Gen. Carmine Ferrari quando rivela che, il 18 dicembre 1915, giungeva al largo dell’Asinara il piroscafo Dante Alighieri con a bordo 1.995 prigionieri di cui 635 ufficiali, fortunatamente tutti esenti da malattie contagiose. Ultimato lo sbarco degli ufficiali il giorno 21, questi furono alloggiati secondo le indicazioni del Colonnello Eldmann, ufficiale austro ungarico di grado più elevato, che suggerì la suddivisione per nazionalità.

Trascorso il peridio contumaciale, il comandante del Corpo d’Armata dispose il trasferimento di 160 ufficiali a Porto Ferraio, 150 a Cittaducale e il “maggior numero possibile” alla miniera di Monte Narba, si disponeva altresì di mantenere sull’isola tutti gli ufficiali medici e qualche ufficiale per la disciplina. Fra 30 e il 31 dicembre partirono per Monte Narba un centinaio di ufficiali.[1]

Il villaggio di Monte Narba, località di montagna a circa 700 m. S.L.M., si trova nel sud est della Sardegna, dista circa ottanta chilometri dal capoluogo regionale, amministrativamente appartenente al comune di San Vito Sardo.

Il villaggio prese corpo intorno alla miniera che sin dalla prima metà dell’Ottocento estraeva principalmente minerali di argento, piombo e zinco. Alloggi per gli operai, abitazioni per gli impiegati, edificio della amministrazione, villa della direzione, magazzini, officine, spaccio e ospedale rendevano il villaggio sostanzialmente autonomo. Il verde delle montagne circostanti ne faceva un luogo gradevole, tra l’altro, lontano dalla endemicità della malaria.

Fonti locali confermano il numero degli ufficiali prigionieri, i già noti 100 di cui il Diario del Gen. Ferraris, ma, a Monte Narba giunsero ulteriori 30 soldati specializzati[2], militari di truppa non esentati dal lavoro come invece accadeva per gli ufficiali. La loro presenza è storicamente accertata in quanto parteciparono alla realizzazione della nuova laveria, ”… l’opera fu velocemente terminata grazie all’aiuto dei militari austriaci prigionieri”. [3]

Il numero dei prigionieri di guerra presenti a Monte Narba è confermato dai documenti della Commissione Centrale per i prigionieri di guerra, al 1° gennaio 1917 a Monte Narba risultavano presenti 96 ufficiali appartenenti al gruppo proveniente da Valona e 30 uomini di truppa.[4]

Nell’archivio storico della Parrocchia di San Vito sono conservate due lettere inviate dall’allora sacerdote Don Demontis alla diocesi di Cagliari per informare sullo svolgimento delle pratiche religiose nel campo prigionieri di Monte Narba. Nella prima lettera datata 20.01.1916, Don Demontis riferisce che, in accordo con il Comando militare, si stabiliva che, da domenica 23 gennaio, si sarebbe improvvisato un altarino in un vasto locale della miniera per consentire al Capitano, Cappellano dei prigionieri, P. Gabriele Cvitanović[5] di celebrare la messa in austriaco. Don Demontis al fine di favorire la celebrazione del “santo sacrificio” assicurava di farsi carico del necessario per sostenere il sacerdote dei prigionieri ma, in considerazione della povertà della sua chiesa, chiedeva il sostegno dei “parroci cittadini” per il reperimento dei paramenti e quanto necessario per la celebrazione delle messe a Monte Narba. Il parroco di San Vito si premurava inoltre, di assicurare l’Arcivescovo di Cagliari sull’effettivo stato religioso del Cappellano dei prigionieri: Padre Gabriele Cvitanović aveva richiesto la confessione e Don Demontis trasse l’impressione di un “…contegno religiosissimo.”.

Nella seconda lettera datata 29 giugno 1916, Don Demontis comunicava al Mons. Vicario che, per espresso e ripetuto desiderio degli ufficiali austriaci, si era reso necessario modificare la giornata per la celebrazione della messa, stabilendo che questa si svolgesse tutti i mercoledì. Per mancanza di un locale idoneo le messe si svolgevano nel piazzale sotto un grosso albero di carrubo, serviva il rito un soldato austriaco sia per il suo “grave comportamento che per la correttissima pronunzia del latino…”, alla messa prendevano parte anche il comandante del campo e molti soldati italiani.

La vita degli ufficiali a Monte Narba scorreva tranquilla, tanto che, secondo testimonianze,[6] gli alloggi risultavano ben tenuti, furono realizzati giardini ben curati e persino degli orti. Nelle serate si organizzavano persino tornei di tennis. Il Sottotenete Alessandro Zechmeister riusciva addirittura ad inviare una cartolina in franchigia alla Columbia Graphophone Comp. di Milano affinché venissero spediti a Monte Narba dei dischi musicali e un catalogo recente[7].

L’esame dei registri degli atti di morte del comune di San Vito per il periodo 1915 – 1920 rivela che nel campo di Monte Narba non vi furono decessi tra i prigionieri, persino l’epidemia di influenza spagnola dell’inverno 1918, lascio indenne Monte Narba.

Un ufficiale, probabilmente un affermato pittore, decorò le pareti e le volte del fabbricato che ospitava l’amministrazione e Villa Madama, la palazzina di tre piani adibita a direzione della miniera. Per decenni i decori hanno affascinato i visitatori della miniera, oggi lo stato di abbandono del sito gli ha compromessi irreparabilmente.

Il campo di prigionia di Monte Narba ospitò anche Bogdan Devidè, militare medico “accessist ”, nato a Zagabria nel 1885. Rientrato in Croazia dopo la fine del primo conflitto mondiale, Bogdan Devidè moriva il 20 febbraio 1945 nel campo di concentramento di Mauthausen, vittima delle atrocità del nazismo[8]. Simbolicamente Bogdan Devidè rappresenta il ponte tra la prigionia di guerra del primo conflitto mondiale e la prigionia della Seconda guerra mondiale.

Il campo di Monte Narba, se pur nel contesto delle costrizioni della prigionia di guerra, ha rappresentato forse un unicum a livello nazionale, gli ufficiali prigionieri poterono dedicarsi ai loro hobby, così come i soldati italiani impiegati nella custodia dei prigionieri non ebbero modo di lamentarsi del contegno dei prigionieri loro affidati. Un clima di rispetto reciproco più volte riscontrato anche nei paesi della Sardegna dove, i distaccamenti prigionieri di guerra, operarono nei diversi lavori e di cui si dirà nel capitolo dedicato.

 

 

 

 



[1] Ferrari G.C., Relazione del campo di prigionieri colerosi all'Isola dell'Asinara nel 1915 – 1916, Provveditorato Generale dello Stato, Roma 1929

[3] Ibidem

[4] Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore dell’Esercito (A.U.S.S.M.E.) Fondo 11 Racc. 127 cart. 6

[5] Di Padre Gabriele Cvitanovic (1877-1955) e del periodo di prigionia in Sardegna si ha notizia nel suo diario pubblicato dal nipote Karlo Jurišić sotto il titolo: Fra Gabro Cvitanović i njegov Ratni dnevnik (1914.-1918.), Spit 1984. Il frate dell’Ordine dei Minori Francescani, reduce della lunga marcia della morte nei Balcani, sbarcò sull’Asinara per poi essere inviato alla miniera di Monte Narba.

[6] Mezzolani S. e Simoncini A., La miniera d'argento di Monte Narba, Gia Editore – Cagliari, 1989

[7] Madeddu G. La Damnatio ad Metalla, Gaspari Editore – Udine 2018

[8] Mauthausen Memorial Archives - https://raumdernamen.mauthausen-memorial.org


venerdì 20 gennaio 2023

Prigionia in URSS . Il retaggio Note

 

Unione Sovietica.



La prigionia in mano alla U.R.S.S. è quella che ha inciso più a fondo nel retaggio  del sistema socio-politico del dopoguerra. Prima che scoppiasse la guerra fredda, nella metà del 1946, già si avvertivano i sintomi di quelle che saranno le polemiche spesso roventi del dopoguerra. Il 20 agosto 1946, dopo un anno di attesa e di aspettative sempre più crescenti, quando tutti gli altri Paesi belligeranti avevano restituito in grandissima parte i prigionieri in loro mani, un comunicato del Governo di Mosca molto sobrio ed asciutto fa presente che tutti i prigioneri italiani in mano alla URSS erano stati restituiti, tranne un esiguo numero, circa 27, tra ufficiali e soldati, considerati criminali di guerra ed in attesa di giudizio. Tra questi anche un cappellano militare, Padre Brevi, considerato dai sovietici una spia del Vaticano.

In Italia le aspettative erano altre. Si aspettava il rientro di circa 70/80 mila prigionieri dalla Russia. A tutto il 1946 erano stati restituiti 21.000 soldati, di cui circa 11.000 appartenenti all’ARMIR i restanti liberati dall’Armata Rossa dai campi di concentramento tedeschi nella sua avanzata verso occidente.

La polemica divampò violentissima, e si manifestò in modo particolare nello scontro politico tra i partiti di sinistra, in particolare il PCI e i partiti del centro, in particolare la Democrazia Cristiana. L’accusa principale era che la URSS tratteneva i prigionieri italiani come schiavi, per ragioni ideologiche.

La realtà, emersa negli anni novanta all’indomani del crollo della URSS e alla parziale apertura degli archivi sovietici, era ben diversa da quella ipotizzata in Italia. La URSS aveva ragione nel sostenere che aveva restituito tutti i prigionieri italiani in suo possesso. Infatti è stato documentato[1] che l’Armata Rossa, nella sua avanzata verso occidente catturava circa 11.000/11.500 soldati dell’ARMIR e li avviò ai campi di smistamento ( le cosiddette marce del Davai). Nei campi di smistamento entrarono quelli che poi vennero restituì, tranne una percentuale dell’1% che morì per malattie o cause naturali.[2]

La vicenda dei prigionieri in mano alla URSS continuò in temi sempre aspri fino al 1954 quando, dopo la morte di Stalin, furono restituiti gli ultimi prigioneri, circa 10, trattenuti con pretesti e motivi vari.

 Il retaggio di questo particolare segmento del V fronte della Guerra di Liberazione è estremamente pesante. L’Italia inviò prima un Corpo di Spedizione, poi una Arma che raggiunse circa i 200.000. Nel corso delle offensive sovietiche del novembre-dicembre 1942 – gennaio febbraio 1943, che si conclusero con la caduta di Stalingrado, che determinarono la svolta della guerra in Oriente, le forze italiane furono annientate. Circa 100.000 uomini riuscirono a salvarsi tramite una ritirata, la celeberrima ritirata di Russia, ma altrettanti rimasero sul campo. Non per le vicende della guerra, ma in virtù della insipienza dei Comandati italiani sul campo, delle imposizioni tedesche e di un male interpretato senso dell’onore militare. Composte tutte da forze di fanteria, senza mezzi corazzati e meccanizzati, il compito era quello di resistere fino allo stremo sulle posizioni del Don. Una volta che la battaglia avrebbe rilevato le direttrici di attacco in profondità dell’attaccante sovietico, avrebbero dovuto intervenire le forze mobili tedesche, per chiudere le falle. Il compito delle forze Italia quindi fu assolto. L’errore fu il non aver dato di arrendersi sul posto. Sarebbe stata la salvezza di oltre 80.000 soldati italiani. Al contrario, messisi in marcia verso occidente, quanto contemporaneamente i sovietici provvedevano a distruggere tutta l’organizzazione logistica di retrovia con puntate di forze mobili, la speranza di sopravvivere nella steppa d’inverno erano presso che nulle. Infatti i comandi sovietici locali non inseguirono i soldati italiani in marcia, conviti e sicuri che la steppa, il cosidetto generale Inverno, li avrebbe uccisi. Come in realtà accadde. Il prezioso retaggio di questo segmento del V fronte è quello che occorre avere sempre autonomia decisionale quando si partecipa in una coalizione fi forze internazionali ed occorre sempre, in lealtà con gli alleati, preservare l’interesse nazionale. Un retaggio che permeò nel dopoguerra la partecipazione delle forze nazionali alle cosiddette Missioni di Pace, coalizioni internazionali sotto egida id organizzazioni sovranazionali.



[1] UNIRR, Rapporto UNIRR, 1995. In Italia la cifra dei presunti prigionieri era stata fissata in circa 84.000. Dei 201.0000 militari italiani presenti al fronte ai primi di dicembre, come attestano i documenti della Direzione di Commissariato dell’ARMIR sulla forza vettovagliata, ne erano rientrati in Italia 101.000. Pertanto considerate le perdite, a larghe spanne, la cifra dei prigioneri doveva essere circa 84.000 considerate le perdite. In realtà dei 101.000 soldati mancati, 90.000 erano Caduti nella ritirata e circa 11.000 raccolti come prigioneri dai sovietici, che in effetti restituirono. Vds. Coltrinari M., Le Vicende dei Militari Italiani in URSS, Roma, Archepares, 2021.

[2] Il tasso di mortalità nella prigionia in URSS è più o meno quello delle altre prigionie in mano della Gran Bretagna, Francia e Stati uniti.

martedì 10 gennaio 2023

Prigionia austriaca in Italia I Guerra Mondiale. Lineamenti generali

 Progetto Prigionia 2020

Premessa

Nel susseguirsi dei volumi della Collana dedicata alla prigionia della Prima guerra mondiale, questo, il sesto, tratta della prigionia austro ungarica, precedendo i volumi che tratterranno la prigionia italiana in Austria, il settimo, e la prigionia italiana in Germania, l’ottavo. L’architettura di questo volume è stata scelta adottando il criterio dei 111 campi di concentramento che nel corso del conflitto sono stati aperti per ospitare i prigionieri di guerra dei nostri nemici. Questo criterio è stato sovrapposto al criterio della dipendenza dai comandi superiori, ovvero i Comandi di Armata Territoriali, in cui al tempo l’Italia era divisa dal punto di vista militare. Questi avevano giurisdizione su più regioni, quindi superando la suddivisione regionale. L’articolazione geografica adotta poi si affina raggruppando questi Comandi in tre comparti, il nord, il centro ed il su per una visione più di sintesi. All’interno di questa articolazione sono elencati i campi con il proprio nome che è preso dalla località in cui insiste. Per ogni campo la descrizione segue le fasi della prigionia di guerra adattata a questa ricerca, ovvero dando per scontato la fase della cattura (resa, raccolta, avvio all’indietro, avvio ai campi di smistamento) si descrive la descrizione (geografica e strutturale) del campo e quale percorso i prigioneri abbiamo fatto per arrivarci, la vita al campo, il trattamento ricevuto da parte delle autorità italiane, con le relative fonti memorialistiche e documentali se esistenti, e, infine, il rimpatrio. In linea generale i campi di concentramento, almeno i principali, furono tenuti aperti anche negli anni del primo dopoguerra, anche con nuove funzioni o particolari attività che se del caso, verranno indicate.

I limiti di spazio sono individuati nel territorio sotto la giurisdizione del Regno d’Italia dal 1914 ai primi anni venti. Si farà cenno anche ad eventuali campi aperti in zone d’operazioni del Regio Esercito, ovvero in Albania e nei Balcani in genere.

I limiti di tempo vanno dalla crisi del 1914, ai primi anni venti, un arco di tempo di circa sei sette anni.

Non verranno presi in esame quei campi di concentramento adibiti esclusivamente ad internamento di guerra, oppure ad accogliere profughi dal Veneto e dalle terre invase dopi il 1917, o con altre destinazioni di persone aventi status giuridico diverso da quello di “prigionieri di guerra”.

La problematica, la finalità e lo stato della ricerca con questo volume, si può dire che ha raggiunto il giro di boa e si avvicina alla sua conclusione. Dopo aver con il primo volume dato un quadro e i lineamenti della prigionia, a cui si rimanda per ogni questione di carattere generale, e proposto volumi particolari come la geografia dei campi di concentramento in Austria-Ungheria, l’epistolario di un prigioniero, la memoria con questo volume apriamo una finestra sulla prigionia dei nostri avversari, propedeutica a quella che andremo a ricostruire con i volumi che seguiranno, ovvero la prigionia italiana in Austria e in Germania nei sui reali contenuti.

Infine occorre sottolineare come queste ricerche vogliono anche sottolineare il valore militare del prigioniero di guerra, di essere fedele al giuramento prestato in condizioni estremamente difficili, disarmato, valore militare che in gran parte non è stato tangibilmente riconosciuto.


 

 

 

martedì 20 dicembre 2022

Giorgio Madeddu. Bibliografia. La Prigionia austriaca in Italia.

 


Biblioteca Associazione Mineraria Sarda, Resoconti delle Riunioni dell’Associazione Mineraria Sarda, Anno XXI, n. 9

 

  

BIBLIOTECA ASSOCIAZIONE MINERARIA SARDA, Resoconti delle Riunioni dell’Associazione Mineraria Sarda, Anno XXI n. 9;

BRIGAGLIA MANLIO, La Sardegna – Enciclopedia. Volume 1° sezione di Storia. Cagliari, Edizioni della Torre, 1986

CARANDINI NICOLÒ, Il lungo ritorno – a cura di Oddone Longo ed Elisa Majnoni, Udine, Gaspari Editore, 2005.

CARBONI FRANCESCO, in L’uomo e le miniere in Sardegna a cura di Tatiana K. Kirova – Cagliari, Edizioni Della Torre,1993

CHERCHI FRANCESCO e RENZO PASCI, Relazione al Lyons Club. Iglesias, 1998

CORSI ANGELO, L’azione Socialista tra i minatori della Sardegna 1898 – 1922, Allegato 1, Costituzione della Federazione Minatori di Sardegna (manoscritto del dr. G. Pichi). Milano, Edizioni di Comunità, 1959

FERRANTE CARLA, L’arrivo dei disperati, in Almanacco di Cagliari 1996

FERRARI GIUSEPPE CARMINE, Relazione del campo di prigionieri colerosi all'Isola dell'Asinara nel 1915 – 1916, Provveditorato Generale dello Stato Roma, 1929

GIORDANI PAOLO, La Marina italiana nella guerra europea – Per l’Esercito Serbo. Editori Alfieri e Lacroix, Milano, 1917

GORGOLINI LUCA, I dannati dell’Asinara – L’odissea dei prigionieri austro – ungarici nella Prima guerra mondiale. Albairte, UTET Libreria, 2010

LA TERRA SARDA, Periodico di Agricoltura ed Economia Rurale, Anno II, luglio 1917 N. 7, Cagliari, 1916 – 1920

LEI – SPANO GIOVANNI MARIA, La Sardegna economica di Guerra. Sassari Ed. Giovanni Gallizzi 1919

MEZZOLANI SANDRO e SIMONCINI ANDREA, La miniera d'argento di Monte Narba. Cagliari, Gia Editore ,1989

PISTOLESI CARLO, L’età delle miniere. L’industria mineraria italiana dall’Unità alla seconda guerra mondiale. Venturina, Edizioni Archivinform, 2011

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1915, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno Via Umbria – 1917

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1916, Ministero d’Agricoltura - Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno, Via Umbria – 1917

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1917, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Tipografia Nazionale Berteno Via Umbria – 1919

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1918, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Stabilimento Tipografico per l’Amministrazione della Guerra – 1920

RIVISTA DEL SERVIZIO MINERARIO DEL 1919, Ministero d’Agricoltura Ispettorato delle Miniere - Roma Stabilimento Tipografico per l’Amministrazione della Guerra – 1921

SABBATTUCI GIOVANNI - VIDOTTO VITTORIO, Storia Contemporanea Il Novecento. GLF Editori Laterza, ottava edizione, Bari, SEDIT, 2008

SANDRO RUJU, L’Argentiera, storia di una borgata mineraria in Sardegna 1864 – 1963. Milano, Franco Angeli Editore, 1996

SCHATZ ROBERT, Az olasz kiralysag teruletèn, Isola dell’Asinara (Prigionieri di guerra ungheresi nell’isola dell’Asinara), in Storia dei prigionieri ungheresi, Budapest, 1930

ŠRÁMEK JOSEF, Diary of a Prisoner in World War I, 1914 – 1918. Self- Published by Tomás Svoboda, using the service of CreateSpace.com, 2011

TOCCO GIANNI, “Storia della miniera di Fund’e Corongiu, la più antica miniera di antracite della Sardegna” - Relazione tenuta in Seui il 31.10.12

TORTATO ALESSANDRO, La prigionia di Guerra in Italia 1915 – 1918, Mursia Editore, Milano, 2004;

USELLI FRANCO, Si Ses Italianu Foedda in Sardu – Comune di Ula Tirso, Dolianova, Grafica del Parteolla, 2000;

VISCHER ADOLF LUKAS, La malattia del reticolato. Contributo alla psicologia del prigioniero di guerra – Traduzione dal tedesco di Ettore Lo Gatto – Napoli, Ricciardi Editore, 1919

 

sabato 10 dicembre 2022

Crimini contro i prigioneri. Il Decreto in caso di catastrofi". Germania 1943-1945

 

il “Katastrophenerlass”, ovvero il “Decreto in caso di catastrofi”.

 

Scrive Gerhard Scriber:

Detto decreto trae origine dall’estate 1943. Nel corso dei violenti bombardamenti subiti dalla città di Amburgo il “Hohere SS- un Polizeifuhrer, la più alta autorità delle SS e della polizia, aveva ordinato di propria iniziativa di fucilare  “senza sottoporli ad un qualsiasi giudizio, dei saccheggiatori stranieri colti sul fatto”. Himmler approvò questa procedura a posteriori dandone comunicazione a quanto pare con una circolare a tutti gli Hohere ss-un Polizizeifuhrer. E nell’autunno del 1943 lo stesso Himmler decise di sostituire detta circolare con un decreto speciale per attribuire un “sicuro fondamento giuridico” a quelle condizioni che si sarebbero dovute d’ora in avanti applicare a casi simili. Non si deve infatti ignorare che nel corso e in seguito ai succitati bombardamenti, detenuti evasi dal carcere ed elementi stranieri avevano saccheggiato la città anseatica commettendo gravissimi crimini. Come “Geheime Reichssache (documento segretissimo di interesse del Reich) questo decreto doveva essere “portato a conoscenza di tutti gli uffici esecutivi interessati.” Le autorità del Reich non pubblicarono mai in forma ufficiale detto Katastrophenerlass, ma anche dopo il 1945 alcuni giuristi hanno sostenuto che malgrado ciò il decreto fu giuridicamente vincolante.”[1]

Il decreto in questione permise a qualsiasi tedesco in divisa e non, o che esercitasse una qualsiasi funzione pubblica di compiere i più efferati atti criminali con la convinzione di essere nel giusto e di fare il bene della Germania. Come in ogni loro cosa i Nazisti erano maestri in questa loro intossicazione di ogni comportamento verso i propri simili.

Un altro aspetto che va ascritto al popolo tedesco in senso negativo che rappresenta una forma larvata di vigliaccheria e di arbitrio è una norma che per tutto il secondo dopoguerra è stata ampiamente evocata durante i processi a militari tedeschi accusati di crimini contro l’umanità.



[1] Schreiber G., Gli Italiani internati nei campi di concentramento del III Reich. 1943 -1945.Roma, Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, 1992. Pag. 744 e segg.

domenica 20 novembre 2022

Crimini contro i prigionieri: il paragrafo 47 del Codice MIlitare Penale di Guerra Germania 1933-1945

 

Un'altra norma che incise fortemente nel comportamento dei militari tedeschi è il paragrafo 47 del Codice Militare Penale tedesco. Un paragrafo che nel dopoguerra offrì a tutti gli accusati di crimini di guerra una comoda via d’uscita per liberarsi delle responsabilità personali dei crimini commessi.

 

Scrive ancora Gerard Schreiber.

“se nell'esecuzione di un ordine di servizio viene violata una legge penale il solo responsabile e il superiore che ha impartito quell'ordine”. In un ambiente dove vigeva il principio di ordine e obbedienza il disposto del paragrafo serviva probabilmente nei casi dubbi a togliersi qualche peso dalla coscienza. Il dipendente poteva essere tuttavia accusato di concorso nel reato qualora avesse ecceduto nell'eseguire l'ordine o fosse stato a conoscenza che l'ordine del superiore riguardava un'azione finalizzata ad un reato di carattere civile o militare.

Il paragrafo 47, quindi, mentre stabiliva che gli appartamenti e le Forze Armate tedesche non avevano né la facoltà né il dovere di eseguire ordini criminali, sottraeva nel contempo da ogni procedimento giudiziario tutti coloro i quali, avendone o meno il diritto, si fossero difesi in modo convincente appellandosi alla clausola della consapevolezza. E’ lecito supporre che quel paragrafo 47 non facesse che cresce l'ignoranza ed attenuasse gli scrupoli morali specie in tempo di guerra quanto erano in gioco delle vite umane, ossia il bene più prezioso in uno stato di diritto.”[1]

 



[1] Schreiber G., Gli Italiani internati nei campi di concentramento del III Reich. 1943 -1945. Cit. pag. 746 e segg.

giovedì 20 ottobre 2022

l Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 Queste norme tanto spesso trascurate, non sono diventate oggetto di diritto positivo riconosciuto su un piano internazionale se non all'inizio del nostro secolo. Nel corso di queste nostre pagine non abbiamo riscontrato il rinnegamento di queste norme durante la Seconda Guerra Mondiale ma il più folle gioco di travisamento a cui risorse l'una e l'altra parte in conflitto, per renderlo inefficiente, senza mostrare preoccupazione per l'unità del fatto che con tale procedimento si ponevano al di fuori della stessa condizione umana, decine di migliaia di uomini.


Si avvertì, peraltro, la debolezza della applicazione della Convenzione di Ginevra del 1929 sui prigionieri di guerra e subito si pose mano ad un suo rinnovo che vide la pubblicazione di quella ancora in vigore che è la Convenzione di Ginevra sui prigionieri di guerra, geriti ed ammalati del 1949, con i protocolli aggiunti del 1977.

Da ultimo, come retaggio della prigionia di guerra, si ebbe il Germania il Processo di Norimberga, iniziato nel 1946 e in Giappone il Processo di Tokio contro i responsabili nazisti e giapponesi, accusati di reati che proprio detti processi determinarono: i reati contro l’umanità e la pace per crimini di guerra ed altre configurazioni delittuose contro civili, prigionieri ed inermi. Oggi, Mario per le sue azioni contro gli abitanti di Capua sarebbe condannato per crimini contro l’umanità, a prescindere da qualsiasi motivazione si possa portare.

lunedì 10 ottobre 2022

Il Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 

In questo episodio, scelto a caso, uno fra i mille che si possono riscontrare le contraddizioni di base che permangono nella storia di tutta l'umanità quando si pongono a confronto le esigenze della pura giustizia con quelle del diritto che si appoggia alla forza.

E mentre la coscienza dell'uomo sia pure nella sua infinita gamma di gradazioni e nell'estrema labilità delle sue manifestazioni percepisce l'esigenza di una giustizia che sia al di sopra dei conflitti, d'altra parte il corso violento della storia tende ad annullarla con la facile proliferazione delle giustificazioni che tutto il mondo è pronto ad offrire a chi prevale.

Al di sopra però di queste contraddizioni resta un fatto importantissimo, e cioè che nessuno vuole essere chiamato ingiusto, tantomeno il vincitore.

Ne consegue perciò tutto il travaglio di cui è partecipe l'umanità intera che ha per fine la formulazione e l'adozione di concetti di giustizia che non sia unicamente quelli dettati dalla forza e camuffati dall'ipocrisia del vincitore. È attraverso questo travaglio che venne formandosi un'etica che ha messo in crisi le equazioni vincitore-diritto ed ha determinato tutta una serie di comportamenti che hanno reso meno duri i rapporti tra le genti.

Fu così che in tutti i tempi e in tutti i luoghi si trovano delle norme che regolano il trattamento di colui che è l'espressione tipica del vinto, cioè dell'uomo senza diritti, il prigioniero di guerra, il “captivo”, il cui nome trasformandosi nella nostra lingua in “cattivo” venne assumendo tutta quella gamma di significati infamanti che sono l'opposto degli appellativi riservati al vincitore. 



martedì 20 settembre 2022

Il Retaggio della Prigionia nella Seconda Guerra Mondiale Mario e le stragi di Capua. I Guerra contro Giugurta

 

“Mario aveva violato le leggi della guerra”. Con questa affermazione Sallustio conclude la narrazione di un episodio particolarmente crudele della guerra che i Romani conducevano contro Giugurta: la distruzione della città di Capua, l'uccisione di tutti gli uomini atti alle armi fatti prigionieri, la vendita come schiavi delle donne e dei bambini. Il comportamento di Mario era delittuoso perché la città si era arresa e perché era stata proditoriamente assalita. Sebbene non fosse in guerra. Ma subito dopo questa affermazione Sallustio assolve Mario dal suo misfatto (Mario il tribuno della plebe, l'erede dei Gracchi come paladino della Giustizia sociale) perché non aveva agito per cupidigia o per mentalità criminale ma soltanto per evitare che la città di Capua diventasse un punto d'appoggio per il nemico. Dopo questo successo conseguito senza la perdita di un solo uomo, commenta Sallustio, il più grande è famoso Mario fu considerato ancora più grande è la sua fama sali alle stelle”

Sulla giustizia prevalse dunque il successo. Esistevano, è vero, delle leggi di guerra certo più vecchie che la memoria dell'uomo e delle quali i Romani si vantavano di essere fedeli custodi come assertori, primi fra tutti, del diritto delle genti; ma queste leggi perdevano ogni valore di fronte alla necessità di vincere, ed ogni loro conseguente sanzione, sia pure soltanto morale, si vanificava nella gloria del vincitore che non come tale diventava Fonte Suprema e unica del diritto.  (massimo coltrinari)

mercoledì 31 agosto 2022

Prigionia di Guerra ed Internamento in Francia e nei Territori Francesi. 1940 -1945 Territori Francesi III Parte

 


L’attesa del rientro è ben descritta da Alciato

Il 3 settembre 1945 scrivevo: inutile dire che sono arcistufo della prigionia. Mi sembra di abitare in un immenso palazzo nero fuori e dentro in mezzo alla natura ostile. Caldo, Ghibli, cimici e poi ancora cimici a non finire mi perseguitano ovunque io vada; ieri sera sono scappato disperato nel cortile e mi sono steso su una panchina per trovare un po' di sollievo. Dopo pochi minuti mi sentivo pungere dappertutto. Meno male che questo presto partiremo. Almeno lo speriamo. Nel campo circolo continuamente voci fantastiche. Dico fantastiche perché la nostra Liberazione, quando che sia, entra nel regno della favola. Si parte il 5 si parte l’8. Oppure si parte addirittura domani. Crederci o non crederci? L'esperienza ti consiglierebbe di andare cauto, ma tutto il tuo essere vuole crederci. Dopo tanto disperare abbiamo bisogno di ottimismo. Fnorse questo ingenuo impulso sperare un pietoso esperienze dell'anima per addolcire la sofferenza. Arrivederci a Natale Vi voglio bene; i rimpatri cominciano a fine novembre 45, a scaglioni gli ultimi i più numerose dei quali 600 prigionieri riuscì a imbarcarsi solo alla fine di aprile del 1946 L’impulso a crederei in una vicina partenza fu davvero uno stratagemma della psiche per soffrire di meno.”[1]


sabato 20 agosto 2022

mercoledì 10 agosto 2022

Prigionia di Guerra ed Internamento in Francia e nei Territori Francesi. 1940 -1945 Territori Francesi II Parte

 Per i restanti prigionieri di guerra le autorità francesi ponevano, come rilascio la condizione che i 12.000 prigionieri italiani dediti ai lavori in Algeria dovevano essere sostituiti da altrettanti prigionieri tedeschi. I rimanenti prigionieri potevano essere liberamente restituiti senza rimpiazzo di tedeschi in base alla disponibilità delle navi. Ancora una volta,  e siamo nel 1945,  emerge nel pensiero politico delle autorità francesi la equiparazione fra italiani e tedeschi. I francesi degaullisti non tenevo in nessun conto quanto era accaduto nel 1943, l'armistizio e la dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre 1943. Le trattative armistiziali non avevano visto presenti i francesi.

Le richieste francesi si incentravano sullo scambio degli italiani con i tedeschi. Tale scambio era la risultanza degli accordi tra il colonnello Regis che ricopriva l'incarico di capo della sezione della commissione di armistizio e il colonnello le Gautier responsabile francese per i prigionieri di guerra. Gli accordi prevedevano la restituzione di 12145 italiani con altrettanti tedeschi che erano così distribuiti:

- Tunisia 2445

- Algeria 6000 (Orano, Costantina Algeri)

- Marocco 3700 (Casablanca)

I francesi, come già detto, anche in questo segmento fanno rilevare la necessità di utilizzare la forza lavoro dei prigionieri nelle loro colonie, in attesa del rientro, per smobilitazione, dei propri uomini ancora sotto le armi.

I piani di rimpatrio furono stilati in modo meticoloso con il seguente programma Biserta 2100 uomini

Orano 10000 uomini

Costantina 7000 uomini

Algeri 1500 uomini

Marocco 10200 uomini

Inoltre furono stilati piani modo meticoloso che riuscirono ad entrare nella fase esecutiva solo nell'arco di tempo che va dal dicembre 1945 al marzo 1946.

I rimpatri prevedevano che i contingenti di prigionieri fossero organizzati in modo che il numero degli Ufficiali forse proporzionata al numero della truppa. Questo criterio fu rispettato anche per il campo ufficiali di Saida nonostante la richiesta delle nostre Autorità di rimpatriare i rimanenti 700 ufficiali tutti insieme.

Le navi utilizzate furono varie, tra cui il piroscafo “Toscana”, che  è citato in molti documenti e memoriali ed anche navi da guerra come ad esempio  l’incrociatore “Montecuccoli”.

Alla fine del giugno 1946 praticamente il rimpatrio dei prigionieri di guerra italiani dal nord Africa ebbe termine.

Rimanevano solo 19 militari italiani detenuti per reati di furto, mercato nero e spionaggio; anche per questi il governo italiano chiese prontamente il rimpatrio

Tutti i prigionieri in Africa che provenivano dei campi di Saida, Canot, Boghat, Palat giungevano a Napoli; come è facile immaginare che loro condizioni non erano buone, il morale depresso il vestiario composto di pochi stracci.

Al primo interrogatorio per tutti i provenienti dall'Africa francese denunciarono il trattamento inumano che avevano ricevuto.

 


mercoledì 20 luglio 2022

Prigionia di Guerra ed Internamento in Francia e nei Territori Francesi. 1940 -1945 Nord AFrica I Parte

 

Nel 1946 era terminato, come visto,  il rimpatrio degli internati italiani dalla Francia metropolitana. Molto complesso fu la vicenda del rimpatrio dei prigionieri di guerra italiani in mano francese in Nord Africa.

Nell’estate del 1945 notizie di fronte ufficiosa fecero presenta al governo italiano che le autorità francesi erano orientate a rimpatriare i prigionieri di guerra italiani del Nord Africa In base a ciò le nostre autorità si rivolsero alla Commissione alleata di controllo affinché tutto fosse messo in essere per arrivare ad un sollecito rimpatrio della dei nostri prigionieri di guerra; non era un problema da poter rimandare in quanto era noto il duro trattamento usato dai francesi ai prigionieri di guerra italiani: quindi prima si procedeva prima si poteva porre fine alle sofferenze, che, peraltro, erano ancora in atto. La situazione era davvero difficile: non si erano non vi erano in essere accordi sulle modalità di rimpatrio tra le autorità francesi e quelle italiane; vi erano solo delle degli intendimenti. Tutto ancora era ancora da definire, nel più ampio quadro di una normalizzazione dei rapporti italo-francese. Un unico fatto sicuro era, però: nel 1945 era stato possibile attuare il rientro di 1500 militari italiani che il 20 novembre 1945 avevano lasciato l'Algeria da Orano peer l’Italia. Un precedente tanto significativo quanto utile per avviare un sollecito rimpatrio dei restanti prigionieri.

 


[1] Alaciato A., op. cit., pag. 196