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domenica 31 ottobre 2021

Rivista QUADERNI N. 2 del 2021 - Aprile - giugno 2021

 



Nota redazionale

Come noto, questa rivista, espressione del sostegno ai master di primo livello attivati, per l’area forze armate, presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma, sui temi di storia militare e politica militare, è articolata, conseguentemente, su due versanti, il primo dedicato alla storia ed il secondo dedicato alla geografia, e, per estensione alla geografia politica economica e quindi alla geopolitica.

 

Questo numero, per la parte di storia, ospita contributi relativi alla data centenaria della traslazione del Milite Ignoto, sulla scia dei contributi pubblicati nei numeri precedenti. Da sottolineare la pubblicazione integrale del Calendario Azzurro del 2021 dedicato al Milite Ignoto, sintesi felice ed eccellente predisposta da Antonio Daniele. Seguono gli articoli di tre laureati al Master di Storia Militare, uno, di Augusto Angelini (epoca napoleonica) sulla ricostruzione della battaglia di Salamanca, l’altro di Sotorios E. Drokalos (seconda guerra mondiale) che ci dà la versione greca della nostra aggressione al suo paese nel 1940. Infine il terzo contributo di Romano Olevano dedicato ad un tema, il soldati del primo tricolore che la copertina del numero passato aveva preannunciato come tema di trattazione.

 

Per la parte geografica l’articolo Valentina Trogu che tratta del rapporto tra la sociologia e scienze strategiche, è rinviato al numero 4 del 2021 per ragioni di spazio, mentre in geopolitica delle prossime sfide si tratta dell’impatto del Governo Draghi nei rapporti internazionali dell’Italia. In Scenari una breve scheda della influenza che ancora oggi hanno i principi e dogmi dell’Impero romano e della sua eredità.

 

Nelle rubriche, quelle relative al CESVAM si riportano alcune peculiari attività del Centro, con la pubblicazione dei Bandi relativi alle due nuove iniziative, ovvero l’attivazione del Master dedicato al Terrorismo e all’Antiterrorismo Internazionale, e al Corso di Aggiornamento e Specializzazione sempre sullo stesso argomento riservato anche ai diplomati, mentre gli Indici della rivista QUADERNI ON LINE si riferiscono al I trimestre del 2021 Ulteriori notizie sulla attività del CESVA sono possibili trovarle sulla home page della piattaforma www.cesvam.org alla rubrica “Eventi” ed alla rubrica “Notizia CESVAM”, La rubrica di chiusura riporta la iconografia della Brigata “Caltanisetta”, della prima guerra mondiale, come tradizione di questa rivista.

Da ultimo, l’editoriale del Presidente Nazionale ed il Post editoriale del Direttore del Periodico anche per questo numero sono intonati al tema della celebrazione del Milite Ignoto, nel solco delle scelte sopra dette, e dei contenuti evidenziati nella pubblicazione consorella.

(massimo coltrinari)

Il prossimo numero 3 del 2021, 20° della Serie, sarà dedicato, come continuazione del n. 3 del 2019, 16° della Serie, al CESVAM Report. Settembre 2019- Agosto 2021 ove si illustreranno le attività e le realizzazioni dell’ultimo biennio.  (massimo Coltrinari)

 

In I di Copertina: Il Milite Ignoto Cerimonia del 4 Novembre 1921 all’Altare della Patria.




 

mercoledì 20 ottobre 2021

save the date. Presentazione del Volume V dedicato a padre Minozzi


 Il giorno 19 novembre 201 alle ore 17.00 presso la Sala Maggiore della Presidenza dell'Istituto del Nastro Azzurro sarà illustrato il volume dedicato a Padre Minozzi e la sua azione durante la guerra e nel primo dopoguerra prima a favore dei soldati combattenti e poi ai loro orfani

Ne Parleranno Il Direttore del CESVAM; Massimo Coltrinari, l'Ammiraglio Cesare Cicca e Chiara Mastrantonio

L'incontro si avrà nel rispetto delle attuali norme anticovid


giovedì 30 settembre 2021

Stralcio Diario di Prigonia a Celle, Germania

 

i11 marzo [1918]. Dopo una lunga interruzione riprendo le mie memorie. Io non so spiegarmi questa mia apatia in qualunque cosa. Salvo le due ore che io studio tedesco con un mio amico, passo la giornata in un ozio tale che mi fa sempre pensare ai giorni felici e mi rende più impossibile la vita che passo in prigionia. Del resto tutti passano il tempo in ozio, seguendo il consiglio degli ufficiali medici che dicono che è nocivo alla salute studiare e non mangiare. Ed è vero: io provo una tale depressione e debolezza dopo qualche ora d’applicazione. Il nostro mangiare diventa peggiore di giorno in giorno e non si sa come si andrà a finire con tale trattamento. Dei giorni ci danno acqua calda assoluta, altre volte qualche granello d’orzo: gli altri almeno ricevono numerosi pacchi dalla famiglia: io invece debbo contentarmi della poca brodaglia che questi infami tedeschi ci danno. E tutto ciò perché i miei genitori non mi mandano le cibarie richieste. In questi giorni, cioè dal 22 febbraio all’11 marzo sono morti altri 4 aspiranti e cinque soldati: tutti di polmonite, dicono i medici tedeschi, e perché non in seguito alla denutrizione? Intanto il locale ospedale si va popolando, e la tubercolosi va facendo strage.

 

Questa pagina di diario proviene dal taccuino di un ufficiale dell’esercito italiano detenuto nel campo tedesco di prigionia di Celle, nei pressi di Hannover, durante la prima guerra mondiale. Si tratta di un diario anonimo conservato presso l’archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno, scritto da un ufficiale che cadde prigioniero delle truppe tedesche durante la disfatta di Caporetto. Fu deportato prima al campo di Rastatt e poi a Celle-lager. Il 24 gennaio 1918, dopo circa tre mesi di prigionia decise di iniziare a scrivere “quotidianamente e coscientemente” le sue memorie. Le sue pagine di diario, sebbene scarne di informazioni anagrafiche, permettono di tratteggiare alcuni dei caratteri della sua personalità e della sua indole. Era un ufficiale del primo reggimento dei granatieri, un corpo scelto per il quale erano richiesti particolari requisiti di prestanza fisica.

 

CelklePrima di cadere prigioniero aveva combattuto la guerra di trincea a capo di ventisette uomini e aveva comandato una sezione di “pistole mitragliatrici”. Dei suoi soldati scrive: avevo 27 uomini, tutti veterani della guerra, e ai quali la patria deve serbare eterna gratitudine per il contegno eroico da essi sempre dimostrato. Dai suoi scritti trapelano patriottismo, convinzione e una radicata adesione alla causa bellica. Era un uomo istruito, colto che durante la detenzione in Germania si dedicò allo studio del tedesco probabilmente per comprendere meglio la realtà che lo circondava; quotidianamente leggeva i giornali che arrivavano nel campo, commentando nel suo taccuino gli avvenimenti bellici.

 

Frequentava assiduamente le attività culturali che venivano organizzate nel campo. Infatti, per reagire a quella che è stata definita la “malattia del reticolato”, ovvero la forte apatia e l’abbattimento provocati dalla reclusione e dalla malnutrizione, gli ufficiali prigionieri unirono competenze e conoscenze e organizzarono corsi, conferenze, dibattiti e, ancora, realizzarono rappresentazioni teatrali, concerti e tornei. Attività con le quali cercavano di resistere alla monotonia dei giorni e all’abbrutimento della reclusione ritrovando la propria identità. Un episodio in particolare permette di rivolgere lo sguardo anche nella sfera intima, negli affetti della vita da civile dell’autore del diario. Nei primi giorni di aprile del 1918, racconta di aver fatto cadere nella fogna il portafoglio nel quale conservava preziosi ricordi: un’immagine di una madonnina miracolosa, la foto di una ragazza amata, il tesserino universitario e una sua foto di quando aveva sedici anni. Piccoli frammenti che raccontano una vita tra studio e amori giovanili.

 

il-campo-di-celle-fotoIl tema ricorrente in ogni pagina del diario è il problema della scarsa alimentazione; l’ufficiale dei granatieri si nutrì per circa un anno essenzialmente con pane e zuppe di carote e patate. Quotidianamente riporta annotazioni sulla carenza di cibo e ancor più sulla mancanza di aiuti dall’esterno. Il fondamentale studio di Giovanna Procacci sui prigionieri italiani della prima guerra mondiale ha dimostrato come l’esperienza della prigionia in Germania per i militari italiani sia stata particolarmente dura. Secondo gli accordi internazionali ratificati con la convenzione dell’Aja, il governo dello stato che catturava i prigionieri doveva garantire a costoro vitto, alloggio, vestiario in quantità e qualità non inferiore a quanto veniva consegnato alle truppe. In realtà gli stati belligeranti si trovarono del tutto impreparati a rispettare il regolamento che rimase generalmente disatteso; in particolare la Germania dichiarò di non poter rispettare le convenzioni in seguito al blocco economico imposto dagli stati dell’Intesa. Di fronte a questa situazione, Francia, Gran Bretagna, e in seguito gli Stati Uniti iniziarono a spedire aiuti collettivi, come viveri, vestiario e medicinali, a spese dello Stato ai propri militari prigionieri. Al contrario il governo italiano decise di non mettere in atto alcun provvedimento di pubblico soccorso: non inviò alcun aiuto statale e semplicemente non proibì alle singole famiglie l’invio di pacchi privati.

 

In un secondo momento, per le pressioni internazionali il governo decise di inviare aiuti collettivi organizzati dalla Croce Rossa ma solo agli ufficiali e dietro il pagamento di denaro da parte dei familiari. Un passaggio del diario parla chiaramente di questo problema: Oggi è venuta la Commissione governativa: il nostro generale [Pisani], comandante del campo, ha parlato con il generale tedesco. Si sono intrattenuti sul trattamento di noi ufficiali prigionieri e dietro le lagnanze del nostro comando ha risposto: – Rivolgetevi al vostro governo e fate sì che egli faccia quello che fa il governo Inglese e Francese: noi non possiamo far di più.- In altre parole voleva dire: se morite di fame non è colpa del nostro governo ma del governo italiano. Per l’ufficiale anonimo la prigionia fu particolarmente difficile perché, per un motivo ignoto, non ricevette mai pacchi di generi alimentari dalla famiglia. Il suo diario-documento è quindi emblematico delle vessazioni subite dai prigionieri italiani, probabilmente anche per una retorica che li vedeva come i perdenti di Caporetto.

domenica 19 settembre 2021

Musica nei Campi di Concentramento della Prima Guerra Mondiale


 Il Campo di Boldogassoni/ Frauenkirken  presenta una foto, con l’orchestra del campo seduta lungo il muro di una baracca in Muraturra

venerdì 10 settembre 2021

Prigionia austriaca in Italia. Casale in Altamura

 CAMPO DI CONCENTRAMENTO DEI PRIGIONIERI AUSTRO-UNGARICI E TEDESCHI IN CASALE DI ALTAMURA DURANTE LA GRANDE GUERRA 

di RAFFAELLA BONGERMINO 

Chi può narrare i simpatici episodi che in tali circostanze avvenivano dappertutto? Qui erano signori che abbracciavano i baldi soldati accorrenti all’invito della Patria; là erano dame che offrivano pacchetti di sigari, scatole di confetti e cioccolatini, mazzi di fiori; le madri baciavano commosse i loro figli e li esortavano ad essere forti; i vecchi incoraggiavano i giovani a fare il loro dovere per la grandezza d’Italia; i bambini offrivano bandierine tricolori, i sacerdoti figure di santi e medaglie benedette. Quando i treni partivano, ornati di festoni di quercia e di alloro, scoppiavano battimani, s’inneggiava alla guerra, si mandavano baci e benedizioni a quei prodi. Dopo le folle entusiaste rientravano in città e facevano altre dimostrazioni1 . E’ quanto riferisce Saverio La Sorsa a pochi anni dalla fine della Grande Guerra nel suo volume edito nel 1928. La gioia pervase l’intera Nazione ed anche le città pugliesi avvertirono fremiti irresistibili di amor patrio, convinte ormai della necessità della guerra e della bellezza del sacrificio a salvare le terre irredente che ancora subivano la dominazione straniera. La conferenza che destò maggiore entusiasmo e lasciò un ricordo più memorabile, fu quella che il 12 febbraio nel teatro Piccinni, gremitissimo di cittadini di ogni classe, tenne Cesare Battisti, deputato al Parlamento di Trento, il quale, diceva il “Corriere delle Puglie”,” ha l’anima tutta piena d’ardore patriottico e lo spirito dedicato al culto profondo del sentimento d’italianità. …Altra conferenza, fremente di patriottismo, tenne il Gran Martire il giorno seguente a Corato dinanzi ad un’immensa folla, trascinata a deliranti applausi dalla sua parola fascinatrice 

Le diatribe che sorgevano tra sostenitori interventisti e pacifisti continuarono vivacissime fino all’entrata in guerra dell’Italia. Gli opposti orientamenti si placarono, anche se rimasero latenti negli animi, comparendo con la sconfitta di Caporetto. E’ interessante la lettura di un telegramma del Questore al Prefetto di Bari con cui si conferma per il successivo 21 febbraio lo svolgimento in Bari, di due conferenze, che si svolgeranno una, a cura del deputato Guido Marangoni sul tema “Contro la guerra e la fame”, alle ore 11 presso la Sala Italia in Corso Cavour e la seconda, alla stessa ora, nel teatro Piccinni, a cura del pubblicista Tommaso Monicelli, che sosterrà la necessità dell’intervento dell’Italia nel conflitto. Il Questore, precisa che la conferenza del Monicelli sarà privata e si potrà accedere nel teatro solo con biglietti invito . 

  La Sorsa pubblica anche nel suo volume i giudizi delle autorità militari inneggianti al valore dei soldati pugliesi nelle vicende belliche, fornitigli a pochi anni di distanza dalla fine della Grande Guerra da articoli di giornali dell’epoca o dalla viva voce dei comandanti. Merita menzione Pietro Badoglio, Capo di Stato maggiore per il 139° Fanteria Brigata Bari; Paolo Thaon di Revel, Grande Ammiraglio per le Brigate dell’Apulia Fidelis; Giuseppe Vaccari, Comandante della gloriosa Brigata Barletta4 . I Bollettini del Comando Supremo nell’esaltare la tenacia dei soldati pugliesi li descrivono incrollabili nella difesa, irruenti nell’attacco. Sono stati questi valori a caratterizzarli e a permettere loro di catturare migliaia di prigionieri austro-ungarici e tedeschi nelle battaglie più drammatiche e cruenti della Grande Guerra. Se la Battaglia di Caporetto portò l’Italia allo sbando, la disfatta non è da attribuire alla fellonia del soldato italiano verso la propria Patria. Le cause della sconfitta disastrosa, la più grave nella storia dell’esercito italiano vanno ricercate nel fallimento della logistica di guerra che non è il tema della mia relazione. Ma è importante nominare i ragazzi del ’99, meravigliosi combattenti che ridiedero dignità, decoro e valore al soldato italiano. Fino agli anni ’80 del secolo scorso, la storiografia aveva prestato attenzione in particolare agli aspetti diplomatici e militari inerenti alla Grande Guerra, trascurando la rappresentazione epica e drammatica degli eventi bellici. In seguito gli storici hanno acquisito informazioni e documentazioni sul ruolo delle donne, sull’economia di guerra, sui profughi e sui prigionieri. La Convenzione dell’Aia che svolse i lavori tra il giugno e l’ottobre del 1907 volle modificare alcune parti dell’originale Convenzione dell’Aia del 1899 e aggiungerne altre. Fu firmata il 18 ottobre 1907 ed entrò in vigore il 26 gennaio 1910. Sanciva la rinuncia dell’uso dei proiettili esplosivi, quella di lanciare bombe dai palloni aerostatici e l’uso delle armi chimiche. Tutte queste norme umanitarie non furono osservate nel conflitto mondiale da nessuna nazione. La Convenzione fu firmata prima che iniziasse la Grande Guerra e stabilisce sussistenza e rispetto verso i prigionieri. L’Italia purtroppo disattende le regole perché al loro rientro gli ex prigionieri italiani dei tedeschi ed austro-ungarici subiscono l’umiliazione di un nuovo internamento nella propria terra, come si attesta in Puglia ed in Emilia. La fame che avevano patito nei campi nemici è la stessa che patiscono in Patria diventando preda di malattie e di morte. Molti di loro sono stati considerati dispersi dopo un fatto d’armi o considerati probabilmente morti nel tal fatto d’armi. Invece è da considerare anche l’ipotesi che siano stati fatti prigionieri, poi rilasciati e rientrati in Patria dopo l’Armistizio e del loro decesso non sia stata informata la famiglia

5 . 5 F. MONTELLA, 1918 prigionieri italiani in Emilia, Edizioni Il Fiorino, Modena 2008. 

martedì 31 agosto 2021

LInenamenti Volume 1° Prigionia

 Ringraziamenti

Questo volume, apre la serie delle realizzazioni dei Progetti proposti dedicati alla prigionia di guerra grazie alla attività del CESVAM – Centro Studi del Valor Militare attivo in seno all’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valor Militare. Il CESVAM, nel quadro della proposta, e realizzazione dei progetti omonimi presentati ed accettati dal Ministero della Difesa, ha dato vita ad una attività a cui hanno partecipato varie persone che hanno contribuito, ognuno assolvendo il proprio compito, alla realizzazione dei progetti citati. Per questo volume si vogliono quindi ringraziare:

 

Carlo Maria Magnani, generale, Presidente dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valor Militare;

Carmine Aulicicco, colonnello

Francesco Maria Atanasio, Consigliere Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro

Domenico Baldassarre, Presidente della Federazione di Torino dell’Istituto del Nastro Azzurro

Alessia Biasiolo, membro del Collegio degli scrittori della Rivista “Quaderni”

Roberta Bottoni, dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valor Militare

Gianluca Bonci, tenente colonnello

Osvaldo Biribicchi, colonnello, membro del Collegio dei Redattori della Rivista “Quaderni”

Stefano Bernini, Presidente della Federazione Provinciale di Pistoia dell’Istituto del Nastro Azzurro

Antonio Cuozzo, generale

Chiara Carandente, Istituto Nastro Azzurro

Gianluca Coltrinari, ingegnere

Giorgio Clemente, tenente colonnello

Giovanni Cecini, storico, membro del Collegio dei Redattori della Rivista “Quaderni”

Antonio Daniele, generale, Direttore del Periodico” Il Nastro Azzurro”.

Mario Di Spirito, generale

Antonella Fiorio, Istituto A. Gramsci Bari

Valentina Lepore, dottoressa

Anna Maria Menotti, membro del CESVAM

Goffredo Mencagli, generale dei Carabinieri Luigi Marsibilio, generale, membro del Collegio dei Redattori della Rivista “Quaderni”

Paolo Ridolfi, segretario della Federazione di Torino dell’Istituto del Nastro Azzurro

Mario Rino Me, ammiraglio

Stefano Mangiavacchi, Presidente della Federazione di Arezzo e Siena dell’Istituto del Nastro Azzurro

Matteo Paolucci, Università N. Cusano Telematica Roma

Alessio Pecce, collaboratore del CESVAM

Mario Pereira, Vice Presidente della Federazione di Pistoia dell’Istituto del Nastro Azzurro

Giuseppe Pica, Vice Presidente dell’Istituto del Nastro Azzurro fra Combattenti decorati al Valor Militare

Edon Qesari, Universi teti Mesdhetar i Shqiperise Tirana Albania

Federico Salvati, ricercatore CESVAM

Massimo Squillaci, collaboratore del CESVAM

Antonio Trogu, generale

Pericle Tiscione, tenente colonnello

Alberto Vido, Consigliere Nazionale dell’Istituto del Nastro Azzurro

 

Paola Tomasini, infine, merita un ringraziamento speciale per la dedizione e passione che hanno profuso nella revisione del testo.

 

martedì 10 agosto 2021

LIneamenti, Volume I° della Prigionia.

 Riportiamo la Prefazione del volume 1° della Serie Prigonia.

Lo studio della prigionia e dell’internamento come mezzo per diminuire la violenza, la violenza bellica  e rafforzare la pace e la sicurezza, ovvero individuare la struttura e articolazioni della prigionia e l’internamento è un concetto che si è affermato nell’ambito della attività della Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia  a partire dal convegno di Caserta nel 1995, che poi ha avuto sviluppo per i due anni successivi, fino a quando altri si sono inseriti in questo filone di ricerca e praticamente non si sono avuti ulteriori sviluppi per questo versante di studi.

Il CESVAM, Centro Studi sul Valor Militare, ha ripreso questi studi ed ha messo nei suoi lineamenti l’obbiettivo riportare la storia e le conseguenze della prigionia e dell’internamento al fine di preservarne la memoria e dare, alle future generazioni, un riferimento reale di quanto è costato, mettendo come minimo comune multiplo il valore militare, che in moltissimi casi non è riconosciuto.

Gli scenari sia europei che mondiali, dal 1989, con la caduta del muro di Berlino, hanno innescato dinamiche che hanno portato il nostro Paese al centro di tensioni e conflitti sia di medio che di alto spessore. L’Italia con le sue Forze Armate ha svolto un ruolo non secondario nelle operazioni di “peace keeping” e “peace renfourcement” (Libano, Mozzambico, Somalia, Albania, Bosnia, Kossovo); dopo l’11 settembre 2001, anche in operazioni di medio-alta conflittualità in Afganistan e in Irak. Lo scopo di queste missioni è quello di abbassare il livello della violenza bellica, cercando di proteggere ed aiutare quello che, la storia lo insegna, sono le prime vittime, cioè i non combattenti, i cosidetti “civili”, che vedono la loro sicurezza, materiale e morale, messa in pericolo. Questi interventi, quindi, costituiscono contributi essenziali al ripristino della sicurezza e al rafforzamento della pace tra comunità, etnie e stati. Questa azione, per essere efficaci, deve avere continui contributi, adattamenti, studi, al fine di affrontare situazioni conflittuali sempre più articolate e complesse. Se non si riesce a fare questo, si partecipa in in conflitto con mezzi (intesi come concezioni, dottrina, regole di ingaggio, intelligence, e conoscenza di amici, fiancheggiatori  avversari e nemici) inadeguati. E dato che non si può sbagliare in questa materia, le conseguenze sono pesanti. Come la strage di Nassyrya del 2011 stà a dimostrare.

 

Uno dei mezzi per avere strumenti adeguati in operazioni in Area e Fuori Area è quello di conoscere le dinamiche della violenza, sia essa bellica o di altra natura. Nelle parti in conflitto, la spirale della violenza spesso conduce a reazioni e ritorzioni, spesso volute da chi compie un atto violente, che si traduce in rappresaglie, restrizioni, limitazioni di movimento per arrivare alla privazione della libertà in individue cosiddetti o considerati “sospetti”, ovvero alla attuazione della prigionia militare e dell’internamento. Con questo approccio si apre il tema, che si credeva fino al 1989 relegato solo alla Storia, dell’internamento e della prigionia come protagonisti dei conflitti. Due esempi: nel conflitto tra serbi croati e bosniaci nel 1991 si sono aperti, con scientificità, i campi di concentramento, in cui si avviavano e si detenevano i “sospetti”, con il solito corollario di violenze individuali, crudeltà ed efferatezze; nel conflitto in Irak e in Afganistan, vi era il “bubbone” dei Talebani detenuti a Guantanamo Bey, sospettati di essere terroristi. Anche qui detenzione e trattamento che è tutto da verificare. In entrambi i conflitti l’Italia è intervenuta con le sue Forze Armate per “operazioni di pace”. E’ chiaro che l’Italia non è coinvolta direttamente in questi fenomeni, ma è anche chiaro che non vi è a monte alcuna conoscenza approfondita su come affrontare con linearità e chiarezza tali fenomeni. Non si vorrebbe che, in un futuro più o meno lontano i nostri soldati impegnati a riportare la sicurezza e la pace, fossero invischiati in storie di “detenzione di sospetti” ed altro, con il rischio di essere accusati di crimini e di essere dalla parte del carnefice. Avvisaglie di questi pericoli, che vanno contro tutte le buone volontà, si sono avuti nella operazione in Somalia.

Occorre quindi uno studio a vasto raggio che permetta di affrontare queste operazioni, questi impegni con mezzi giuridici moderni, con una culture tale che permetta di evitare errori, e scivoloni, che permetta di esercitare la violenza, in quando non si può fare a meno in circostanze come quelle dell’impiego in un conflitto, nell’ambito non solo della legge nazionale e internazionale, ma anche nei canoni della legge della coscienza e delle genti. E questo non è facile. Una problematica questa che è passata completamente in secondo piano dopo l’”anno terribilis” segnato dalla pandemia mondiale del Covid-19, ma che è sempre presente.  

 

In questo quadro lo studio della prigionia, che è un fenomeno direttamente conseguente ad ogni conflitto, di qualsiasi natura, e dell’internamento, anche esso collegato, riferito a popolazioni civili, può aiutare a svolgere le missioni di pace nell’ambito della norma e contribuire al loro successo.

Il CESVAM intraprende con questo progetto affrontare il tema del combattente disarmato, ovvero della prigionia e dell’internamento. Ovvero, attraverso lo studio del passato, comprendere come prigionia ed internamento debbono essere esercitati e come attraverso essi si possa abbassare la violenza, bellica e non,  in tutte le sue forme..

Noi crediamo che in questo momento difficile per tutto il mondo, segnato dalla pandemia, il miglior modo di rendere omaggio a chi, nelle varie missioni dipace, ha dato la vita per la pace e la sicurezza di altri popoli, sia quello che contribuire a capire e a cercare di limitare o attenuare i fenomeni di violenza annessi a conflitti, nel ricordo di chi prima di noi subì privazioni, umiliazioni, sofferenze dietro un reticolato, in nome di una idea, di un valore, di un domani migliore.

Il Collegio dei Redattori

 Rivista QUADERNI DEL NASTRO AZZURRO

 

sabato 31 luglio 2021

Giorgio Madeddu. Cartoline del soldato Cresci Attilio prigioniero di guerra presso il campo di prigionia di Feldbach

 Post n. 3

23.07.18

Mio adorato consorte!

Sono priva di tue notizie da molto tempo, sto in pensiero per te, so che sei malato, se è possibile vorrei sapere quello che fai. Ti dico che la mia salute è ottima e anche i bambini stanno bene, il piccino poiché è tanto bello, parla che sembra che abbia un anno, ha spuntato un dente e cammina per una manina, se tu la vedessi come è carino che è il divertimento di tutti.

Ti dico che tutti stiamo bene e come vado sperando che anche tu vada migliorando. Attilio mio, non hai ricevuto niente da me che ti ho spedito tanta roba buona? Dalla Croce Rossa lo ricevi il pane?

Gli interessi vanno al solito, stai contento, fatti coraggio, ti bacio insieme ai piccini e tutti.

Sono la tua sposa Emma.

 

Siamo al 23 luglio 1918, Emma è priva di notizie da parecchio tempo, la malattia del marito la preoccupa ed è desiderosa di aver sue notizie. Come nelle precedenti cartoline Emma tranquillizza il marito, in casa stanno tutti bene e non manca di dare notizie del bambino a cui è spuntato il primo dente e inizia a camminare sostenuto per una manina.

Emma, come abbiamo avuto occasione di leggere nelle precedenti cartoline, ha inviato al marito parecchi pacchi viveri contenenti diversi generi alimentari ma non ha ricevuto alcuna conferma dell’arrivo dei pacchi a destinazione.  In questa cartolina Emma fa riferimento al pane per i prigionieri distribuito dalla Croce Rossa, la Croce Rossa, oltre alla assistenza morale e sanitaria, diede vita ad una straordinaria mobilitazione per il rifornimento ai prigionieri di guerra di pacchi viveri e razioni di pane, non poche furono nel Paese le iniziative di raccolta fondi destinate al pane per i prigionieri di guerra.

Questa è l’ultima cartolina nella nostra disponibilità, forse è l’ultima inviata da Emma prima che le autorità le comunicassero la morte del soldato Cresci Attilio avvenuta il 17 maggio 1918 per malattia nel campo di prigionia di Feldbach, come riporta l’Albo d’Oro dei Caduti della Grande guerra.

Durante la ricerca di notizie sul soldato Cresci, un sito presente sulla rete, rivela che un soldato di nome Cresci Attilio, anch’esso figlio di Lorenzo, nato lo stesso giorno e nello stesso paese del nostro, si troverebbe sepolto nel Sacrario militare di Fagarè nel comune di San Biagio di Callalta (TV), unica differenza la data di morte, il 1 aprile 1918, avvenuta probabilmente in località Caposile.

Particolare assai curioso. Si è recuperato il ruolo matricolare dall’Archivio di Stato di Firenze e si è chiesto al Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti (Onorcaduti) di avere notizie circa il luogo di effettiva sepoltura del soldato Cresci Attilio.

Certamente non bastano le lodi per descrive l’opera e il lavoro profusi in questi 100 anni da Onorcaduti, ma in questa occasione, e ad onore del vero, con celerità e cortesia, è giunto il diniego alla diffusione di informazioni concernenti il caduto in questione,  in quanto tali notizie sono riservate ai parenti e a pochi altri soggetti istituzionali ma non ai ricercatori.

Probabilmente è necessario un intervento normativo che consenta, anche ai ricercatori di accedere alle notizie attinenti le sepolture dei caduti in guerra, sino a quel momento, probabilmente, il mistero della sepoltura del soldato Cresci Attilio di Lorenzo proseguirà……….

 



sabato 10 luglio 2021

Padre MInozzi. un volume a lui dedicato ed alla sua azione per i soldati e gli orfani di guerra

 


Il presente volume riporta le ricerche attivate nell’ambito di due progetti presentati al Ministero della Difesa e da questi accettati riguardanti la Prigionia nella grande guerra progetti che vogliono sottolineare il valore del combattente disarmato, di entrambi gli schieramenti, sia quello italiano sia quello austro-ungarico con la individuazione dei campi di concentramento per prigionieri in Italia e la geografia dei campi di concentramento in Austria e, nel prosieguo delle ricerche anche in Germania. Tutto questo in un quadro di studio ed approfondimento della articolazione delle modalità relative alla gestione dei prigionieri nel primo conflitto mondiale per contribuire non solo alla conoscenza di questo aspetto della Grande Guerra, ma anche di preservarne la memoria e gli insegnamenti che da questo fenomeno si possono trarre anche oggi. Il cittadino in armi che come soldato è chiamato, disarmato, a continuare ad essere fedele al giuramento presto in mano del nemico rappresenta un aspetto veramente degno di nota del valore militare. Aspetto da sottolineare anche alla luce che, mentre il combattente quando compie atti di valore è costante il suo riconoscimento anche tangibile, mentre il combattente disarmato, anche compie atti di abnegazione e valore, è per lo più non riconosciuto. Il presente volume è inserito nelle edizioni fuori collana dedicate alla prigionia.

 


 

Massimo Squillaci, Socio della Federazione di Ancona dell’Istituto del Nastro Azzurro. E’ docente al Master di 1° Liv. in Storia Militare Contemporanea dal 1796 al 1960 attivato presso la Università degli Studi N. Cusano Telematica Roma.

mercoledì 30 giugno 2021

Giorgio Madeddu. Cartoline del soldato Cresci Attilio, prigioniero di guerra presso il campo di prigionia di Feldbach.

 



 

24.6.1918

 

Mio adorato consorte,

in attesa di tue notizie vengo ad inviarti le mie, sono buone come voglio sperare che anche le te vada migliorando. Anche le bambine stanno bene, il bambino è tanto bello è il divertimento di tutti, credi Attilio a me piacere di avere un Angelo così tanto buono, non piange mai comprende tutto quello che noi gli insegniamo e da diversi giorni che chiama babbo e mamma che è un piacere sentirlo da quanto è carino.

Ma a me molte volte mi cade le lacrime ripensando che sei tanto lontano. Ma mi fo coraggio e mi trovo abbastanza tranquilla, farti coraggio anche te! Tutti stiamo bene, saluti e baci dai piccini e tutti e più da me, sono la tua sposa Emma.

Verticalmente sul lato sinistro – sposa Emma – verticalmente sul lato destro - gli interessi mi vanno bene –

 


 

La cartolina inviata dall’Italia, indirizzata al soldato Cresci Attilio presso campo di concentramento austriaco di Feldbach, riferisce della preoccupazione della moglie Emma per la mancanza di notizie da parte del marito. Emma era preoccupata anche perché sapeva che le condizioni di salute di Attilio non erano buone e pertanto, gli rivolgeva i suoi affettuosi auspici con la speranza che la malattia di cui il marito era affetto fosse nel frattempo migliorata.

La vita in patria deve comunque andare avanti, Emma forse per non aggiungere ulteriori preoccupazioni, scrive al marito che lei e i bambini stanno bene; Emma si sofferma in particolare sui progressi del neonato, un bel bambino che è la gioia della famiglia.

Emma, pur non lasciandosi prendere dallo sconforto, confessa al marito che a volte è presa da momenti di tristezza mentre lo pensa così lontano, momenti che comunque supera dandosi coraggio, invitando il marito a fare altrettanto e superare con coraggio le avversità.

Gli spazi della cartolina purtroppo sono contenuti, Emma vuole in ogni modo assicurare il marito e negli ultimi spazi residui, lateralmente al corpo della cartolina, sul lato destro, comunica che “gli interessi mi vanno bene”, evidenziando così un ulteriore aspetto della vita economica della famiglia.

Segue

domenica 20 giugno 2021

Pubblicazioni. Prigonia di Guerra I Guerra Mondiale


 


Volume deciato al Campo di prigonia di Celle 


Lettere di prigionieri di guerra italiani, 1915-1918

Libro di Leo Spitzer

Le Lettere di prigionieri di guerra italiani ritraggono il momento in cui le voci degli umili – da sempre relegate nell’oralità dei dialetti – si riversarono come un’ondata di piena nell’italiano scritto, spinte dalle urgenze tragiche della guerra, della fame e della lontananza. ... Google Books

Autore: Leo Spitzer

Genere: Biografia

Anteprima libro

108/517 pagine disponibili


giovedì 10 giugno 2021

Prima Guerra Mondiale Prigionia Cellelager II Parte




 La pagina di diario è stata pubblicata con posto in data 30 maggio 2021 su questo blog e proviene dal taccuino di un ufficiale dell’esercito italiano detenuto nel campo tedesco di prigionia di Celle, nei pressi di Hannover, durante la prima guerra mondiale. Si tratta di un diario anonimo conservato presso l’archivio dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno, scritto da un ufficiale che cadde prigioniero delle truppe tedesche durante la disfatta di Caporetto. Fu deportato prima al campo di Rastatt e poi a Celle-lager. Il 24 gennaio 1918, dopo circa tre mesi di prigionia decise di iniziare a scrivere “quotidianamente e coscientemente” le sue memorie. Le sue pagine di diario, sebbene scarne di informazioni anagrafiche, permettono di tratteggiare alcuni dei caratteri della sua personalità e della sua indole. Era un ufficiale del primo reggimento dei granatieri, un corpo scelto per il quale erano richiesti particolari requisiti di prestanza fisica.

 

CelklePrima di cadere prigioniero aveva combattuto la guerra di trincea a capo di ventisette uomini e aveva comandato una sezione di “pistole mitragliatrici”. Dei suoi soldati scrive: avevo 27 uomini, tutti veterani della guerra, e ai quali la patria deve serbare eterna gratitudine per il contegno eroico da essi sempre dimostrato. Dai suoi scritti trapelano patriottismo, convinzione e una radicata adesione alla causa bellica. Era un uomo istruito, colto che durante la detenzione in Germania si dedicò allo studio del tedesco probabilmente per comprendere meglio la realtà che lo circondava; quotidianamente leggeva i giornali che arrivavano nel campo, commentando nel suo taccuino gli avvenimenti bellici.

 

Frequentava assiduamente le attività culturali che venivano organizzate nel campo. Infatti, per reagire a quella che è stata definita la “malattia del reticolato”, ovvero la forte apatia e l’abbattimento provocati dalla reclusione e dalla malnutrizione, gli ufficiali prigionieri unirono competenze e conoscenze e organizzarono corsi, conferenze, dibattiti e, ancora, realizzarono rappresentazioni teatrali, concerti e tornei. Attività con le quali cercavano di resistere alla monotonia dei giorni e all’abbrutimento della reclusione ritrovando la propria identità. Un episodio in particolare permette di rivolgere lo sguardo anche nella sfera intima, negli affetti della vita da civile dell’autore del diario. Nei primi giorni di aprile del 1918, racconta di aver fatto cadere nella fogna il portafoglio nel quale conservava preziosi ricordi: un’immagine di una madonnina miracolosa, la foto di una ragazza amata, il tesserino universitario e una sua foto di quando aveva sedici anni. Piccoli frammenti che raccontano una vita tra studio e amori giovanili.

 


il-campo-di-celle-fotoIl tema ricorrente in ogni pagina del diario è il problema della scarsa alimentazione; l’ufficiale dei granatieri si nutrì per circa un anno essenzialmente con pane e zuppe di carote e patate. Quotidianamente riporta annotazioni sulla carenza di cibo e ancor più sulla mancanza di aiuti dall’esterno. Il fondamentale studio di Giovanna Procacci sui prigionieri italiani della prima guerra mondiale ha dimostrato come l’esperienza della prigionia in Germania per i militari italiani sia stata particolarmente dura. Secondo gli accordi internazionali ratificati con la convenzione dell’Aja, il governo dello stato che catturava i prigionieri doveva garantire a costoro vitto, alloggio, vestiario in quantità e qualità non inferiore a quanto veniva consegnato alle truppe. In realtà gli stati belligeranti si trovarono del tutto impreparati a rispettare il regolamento che rimase generalmente disatteso; in particolare la Germania dichiarò di non poter rispettare le convenzioni in seguito al blocco economico imposto dagli stati dell’Intesa. Di fronte a questa situazione, Francia, Gran Bretagna, e in seguito gli Stati Uniti iniziarono a spedire aiuti collettivi, come viveri, vestiario e medicinali, a spese dello Stato ai propri militari prigionieri. Al contrario il governo italiano decise di non mettere in atto alcun provvedimento di pubblico soccorso: non inviò alcun aiuto statale e semplicemente non proibì alle singole famiglie l’invio di pacchi privati.

 

In un secondo momento, per le pressioni internazionali il governo decise di inviare aiuti collettivi organizzati dalla Croce Rossa ma solo agli ufficiali e dietro il pagamento di denaro da parte dei familiari. Un passaggio del diario parla chiaramente di questo problema: Oggi è venuta la Commissione governativa: il nostro generale [Pisani], comandante del campo, ha parlato con il generale tedesco. Si sono intrattenuti sul trattamento di noi ufficiali prigionieri e dietro le lagnanze del nostro comando ha risposto: – Rivolgetevi al vostro governo e fate sì che egli faccia quello che fa il governo Inglese e Francese: noi non possiamo far di più.- In altre parole voleva dire: se morite di fame non è colpa del nostro governo ma del governo italiano. Per l’ufficiale anonimo la prigionia fu particolarmente difficile perché, per un motivo ignoto, non ricevette mai pacchi di generi alimentari dalla famiglia. Il suo diario-documento è quindi emblematico delle vessazioni subite dai prigionieri italiani, probabilmente anche per una retorica che li vedeva come i perdenti di Caporetto.

 

 (fonte www.istoreco.it  di Livorno)

domenica 30 maggio 2021

Prigionia I Guerra Mondiale. Germania Cellelager. Diario

 


Foto di Celle lager 1916


i11 marzo [1918]. Dopo una lunga interruzione riprendo le mie memorie. Io non so spiegarmi questa mia apatia in qualunque cosa. Salvo le due ore che io studio tedesco con un mio amico, passo la giornata in un ozio tale che mi fa sempre pensare ai giorni felici e mi rende più impossibile la vita che passo in prigionia. Del resto tutti passano il tempo in ozio, seguendo il consiglio degli ufficiali medici che dicono che è nocivo alla salute studiare e non mangiare. Ed è vero: io provo una tale depressione e debolezza dopo qualche ora d’applicazione. Il nostro mangiare diventa peggiore di giorno in giorno e non si sa come si andrà a finire con tale trattamento. Dei giorni ci danno acqua calda assoluta, altre volte qualche granello d’orzo: gli altri almeno ricevono numerosi pacchi dalla famiglia: io invece debbo contentarmi della poca brodaglia che questi infami tedeschi ci danno. E tutto ciò perché i miei genitori non mi mandano le cibarie richieste. In questi giorni, cioè dal 22 febbraio all’11 marzo sono morti altri 4 aspiranti e cinque soldati: tutti di polmonite, dicono i medici tedeschi, e perché non in seguito alla denutrizione? Intanto il locale ospedale si va popolando, e la tubercolosi va facendo strage.

 

Questa pagina di diario proviene dal taccuino di un ufficiale dell’esercito italiano detenuto nel campo tedesco di prigionia di Celle, nei pressi di Hannover, durante la prima guerra mondiale

(Continua con post in data 10 giugno 2021)

domenica 16 maggio 2021

La politica del Giappone (1941-1945) verso i prigionieri alleati

 


La politica del Giappone verso i prigionieri alleati è un caso emblematico nel quadro della poltica che uno stato adotta verso i soldati nemici caduti in proprio potere. 

 

Il comportamento dei soldati nipponici verso i prigionieri è stato improntato a crudeltà ed assassinio, come dimostrato da innumerevoli eccidi compiuti verso prigionieri di guerra e civili. Si è tentato di giustificare questa politica assassina evidenziando due elementi: la impreparazione del Comando nipponico a ricevere masse così enormi di prigionieri e lo spirito guerriero della razza giapponese portato ad umiliare il vinto che accetta la resa anziché la morte. Queste due interpretazioni non sono accettabili. Il Giappone aveva sottoscritto la Convenzione di Ginevra del 1929 relativa al trattamento dei prigionieri di guerra, ma poi non aveva ratificato il relativo accordo, pur assicurando all’inizio del 1942 le Potenze Alleate per bocca del ministro degli esteri Togo che avrebbe rispettato tale Convenzione. In ogni caso il Governo di Tokio era pur sempre vincolato ufficialmente alla quarta convenzione dell’Aja del 1907 che regolamentava il diritto di guerra su basi umanitarie. Tuttavia, in contrasto con questa chiara e precisa situazione giuridica, al termine del conflitto in sede di esame della prigionia in mano al Giappone si è contatto che il tasso di mortalità riferito ai prigionieri britannici e statunitensi ed olandesi fu del 27%, contro quello del 4% dei prigionieri anglo-americani rinchiusi nei campi di concentramento nazisti. La politica giapponese nei confronti dei soldati nemici catturati, oltre al disprezzo per chi aveva accettato la resa, era improntata a procurare il massimo delle sofferenze a questi uomini che agli occhi giapponesi non avevano il diritto di vivere. Come esempio di questa politica, intesa deliberatamente ad affamare e a privare di assistenza medica e di ogni altro genere i prigionieri, nel solo campo di Cabanatuan a Luzon su un totale di 6500 prigionieri, 2644 morirono nel primo anno di detenzione.[1]



[1] Toland J., L’eclissi del sol levante 1936-1945, Milano, Mondadori, 1971; Santoni A., Storia generale della Guerra in Asia e nel pacifico (1937 –1945) – Il Giappone all’attacco, Modena, STEM Mucchi, 1977; Russel E.F.L., I Cavalieri del Buschido. Breve rassegna delle atrocità di guerra giapponesi, Milano, Mondatori, 1961

 

 

lunedì 10 maggio 2021

Prigionia in URSS. 1945

 Il Documento rileva come nel marzo del 1945 le aspettative italiane circa i prigionieri in Russia erano che all'indomani della ritirata fossero rimasti in mano sovietiche circa 80.000 soldati italiani. Una spettativa che era ben lontana dalla realtà Di seguito un documento (Archvio Aldo Resta) del Ministero dell'Aeronautica, ancora no n trasformato in Ministero della Difesa.

STRALCIO

 

MINISTERO DELL’AERONAUTICA

FOGLIO D’ORDINI N.9

 

20 marzo 1945


Scambio di notizie con i prigionieri in Russia

 

Speciali cartoline, con l’indirizzo in caratteri cirillici, da distribuire gratuitamente alle famiglie che ne faranno richiesta, sono in corso di preparazione da parte della Croce Rossa Italiana. Tali cartoline che si aggiungono alle simili buste da corrispondenza già in distribuzione, mirano a rendere più facile la spedizione della corrispondenza stessa, in vista dell’annunciato scambio di notizie tra le famiglie e i prigionieri italiani Russia. A quanto si apprende, lo scambio delle notizie avverrà normalmente con l’inoltro della corrispondenza per via postale marittima fino all’Egitto e quindi via Teheran.

Quando se ne presenterà la possibilità, verranno anche inviati plichi speciali di corrispondenza per via aerea.

 

 

Servizio famiglia disperse

 

Il Comitato Internazionale Croce Rossa di Ginevra ha istituito un nuovo servizio chiamato Servizio famiglie disperse, il quale ha per scopo di mettere in comunicazione le famiglie “disperse” in seguito ad avvenimenti di guerra (rifugiati, sfollati, bombardati, esportati, emigrati, ecc.).

 

Per famiglie “disperse” si intendono quelle i cui membri hanno cambiato ciascuno la loro residenza abituale e l’uno non conosce il nuovo indirizzo dell’altro per cui non vi è più alcuna possibilità di comunicazione tra di loro. Si richiama l’attenzione sulla differenza tra “dispersi” e “trasferiti”. Per i “trasferiti” si intendono quelle persone che hanno cambiato il loro domicilio e sono in possesso dell’indirizzo dei loro parenti per cui hanno modo di comunicare o a mezzo servizio postale diretto o a mezzo servizio “messaggi”. Pertanto i “trasferiti” sono esclusi dal servizio famiglie disperse.

 

Il Comitato internazionale Croce Rossa di Ginevra, per questo nuovo servizio, ha fatto distribuire a tutti i Comitati provinciali della Croce Rossa Italiana, una speciale cartolina chiamata “cartolina 10027”. Ogni membro di una famiglia dispersa potrà rivolgersi ai detti Uffici provinciali della Croce Rossa Italiana e riempire una cartolina mod. 10027 con tutti i dati personali della persona richiedente e della persona da rintracciare.

 

Le cartoline riempite vengono inviate periodicamente al Comitato Internazionale Croce Rossa di Ginevra dove verranno incassettale nello speciale schedario già istituito. Se tutti i dispersi cureranno la compilazione delle cartoline, avverrà inevitabilmente che un giorno le cartoline dei vari membri di una famiglia dispersa si incontreranno nello schedario generale di Ginevra e sarà quindi possibile rilevare i vari indirizzi e rimettere in comunicazione tra di loro questi “dispersi”.

 

Il buon successo di questo nuovo servizio dipende dalla collaborazione che sarà data soprattutto dalle persone interessate.

La cartolina 10027 viene distribuita gratuitamente dalla Croce Rossa Italiana.

 

IL MINISTERO

F/to GASPAROTTO

 

STATO MAGGIORE GENERALE

Ufficio affari vari

N° 017891/AV di prov.                                                                                  F.M.8800. il 6 aprile 1945

 

                ALLA SEGRETERIA PARTICOLARE DI S.E.

IL CAPO DI STATO MAGGIORE GENERALE                   SEDE

ALL’UFFICIO DI S.E. IL CAPO DI

STATO MAGGIORE GENERALE                                           SEDE

ALL’UFFICIO DEL GENERALE DELEGATO

venerdì 30 aprile 2021

L’influenza spagnola nel campo di prigionia di Weißenhorn. La morte del soldato Mario Costa di Iglesias.

 

Giorgio Madeddu

 

La tormentata vicenda dei soldati italiani finiti prigionieri del nemico, non si esaurisce con gli aspetti relativi ai diversi lavori a cui furono adibiti, alla fame e alla morte per inedia da questa causata o alle condizioni igienico – sanitarie assai scadenti, un altro tormento giunse sul finire del 1918, inatteso quando subdolo: l’epidemia di influenza spagnola.

Il 16 giugno 1917, compiuti 18 anni da appena 16 giorni, il giovane studente iglesiente Mario Costa, soldato di leva di prima categoria, classe 1899, veniva chiamato alle armi. Il 4 luglio raggiungeva il deposito del 3° Reggimento Genio Telegrafisti, nel quale veniva incorporato. Nell’agosto seguente il geniere Costa si trovava già in territorio dichiarato in stato di guerra.

Nell’ottobre 1917 il soldato Costa risultava effettivo della 49a compagnia telegrafisti. La 49a compagna Genio Telegrafisti faceva parte del XXVII° Corpo d’Armata comandato dal Ten. Gen. Pietro Badoglio. Il XXVII° Corpo, era ordinato in un Comando d’Armata e tre divisioni, la 49a compagnia telegrafisti era incardinata nel Comando d’Armata.

Nei giorni che precedettero la battaglia di Caporetto, il XXVII° Corpo d’Armata, si trovava schierato su una linea di circa 12 chilometri, 9 lungo la destra dell’Isonzo, dal Krad Vrh alla sponda del fiume sulla linea di Plezia – Foni, i restanti 3 sulla sinistra dell’Isonzo.

La notte del 24 ottobre alle ore 2,00 in una notte di intensa pioggia, un violento fuoco nemico rovesciava su tutta la fronte del XXVII° Corpo proiettili a gas alternati da proiettili d’artiglieria di tutti i calibri. Il tiro proseguiva per diverse ore riducendo d’intensità, sino a cessare del tutto, tra le 5 e le 6. Intorno alle ore 6,30 il fuoco nemico riprendeva con estremo vigore battendo, con ritmo tambureggiante, le posizioni di linea e le retrovie del XXVII° Corpo.

Tra le 7,30 e 8,00 le fanterie nemiche attaccarono su più settori la linea tenuta dal XXVII° Corpo, la situazione si presentò subito difficile, le comunicazioni tra il Comando d’Armata e le divisioni ben presto furono interrotte, pioggia e nebbia impedivano la visibilità tanto da rendere inutilizzabili le stazioni fotoelettriche. Intorno alle 9,00 si rendeva necessario l’invio di plotoni telegrafisti per tentare di riattivare le linee danneggiate. L’intervento dei telegrafisti non ottenne l’effetto sperato, dal telegramma che alle ore 13, il gen. Cavacciochi comandante del IV° Corpo d’Armata inviava al Comando d’Armata per comunicare la situazione della fronte di competenza del IV° Corpo, si apprende: “Nessuna notizia XXVII° Corpo Armata.”

Entro poche ore, nonostante la strenua resistenza dei reparti schierati si dovete constatare la rottura del fronte presidiata dal XXVII° Corpo, nella serata numerose brigate avevano perso quote importanti di effettivi e ingenti danni venivano lamentati alle artiglierie.

Il giorno successivo il telegrafista Costa non fece rientro alla propria compagnia e non si poté far altro che dichiararlo disperso.

In seguito, si apprese che il telegrafista Costa fu fatto prigioniero nella prima giornata dell’attacco del nemico, tradotto a Weißenhorn, cittadina agricola della Baviera, fu destinato ai lavori agricoli nelle fattorie della zona.

Nei primi giorni del novembre 1918, il giovane Costa e i suoi compagni di prigionia accusarono i sintomi della Spanische Grippe. Mario Costa morì il 7 novembre 1918 all’età di 19 anni negli alloggiamenti prigionieri posti nel centro della città. Il corpo del soldato Costa, inizialmente sepolto nel cimitero di Weißenhorn, venne successivamente traslato e oggi è sepolto nel Cimitero Militare Italiano d'Onore a Monaco di Baviera.

La notizia della morte del soldato Costa giunse al sindaco di Iglesias con comunicazione del 10 aprile 1919 da parte del Deposito del 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza di Roma. Il comandante del deposito invitava “Con animo commosso”, il sindaco di Iglesias, “di partecipare, con affettuosa cautela, alla famiglia del Militare Costa Mario (1899) la morte di lui avvenuta il 7 - 11 - 1918 (presso il nemico) a Lechfeld per grippe ed è stato sepolto nel cimitero locale”, pregando inoltre il sindaco “di rendersi interprete delle mie più sentite condoglianze presso la famiglia per l’immatura perdita del loro congiunto.”

Al sindaco di Iglesias giunse anche la comunicazione del decesso da parte del comandante del 3° Reggimento Genio Telegrafisti che pregava lo stessi sindaco di presentare alla famiglia del defunto militare “le condoglianze del sottoscritto e dei compagni d’arme.”

La comunicazione del 3° Genio differisce dalla lettera del Deposito 3° Reggimento Artiglieria da Fortezza di Roma nella località di morte del soldato Costa, infatti nella comunicazione del 3° Genio è indicata, quale località di morte, la città di Weißenhorn, località riportata in seguito negli atti ufficiali.

Il Registro degli atti di Morte del Comune di Iglesias nella “serie C” dell’anno 1927, riporta la notizia della morte del soldato Mario Costa trascrivendo, tradotti, gli atti prodotti dal nemico.

 

 

 

 

Fonti:

Archivio dello Stato di Cagliari – Ruoli Matricolari Distretto Militare di Cagliari

Archivio Storico e Registri Atti di Morte del Comune di Iglesias – Militari morti, feriti, dispersi in guerra e prigionieri di guerra – Corrispondenza diversa.

Chirra Giuliano, Mortos in terra anzena. 2008

L'Esercito Italiano nella Grande Guerra - Vol. IV tomi 2 e 3

Südwest Presse del 27 dicembre 2014. Spanischen Grippe: Kriegsgefang